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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

Un marito per Chiara (Chiara loquitur)

«Ah Chiara, la nostra bella casa di pietra rosa che regnava sulla valle, la rivedremo mai più?».

«La casa siamo noi. Non piangere, balia. È bella anche questa, e sta diventando lo specchio di quella che abbiamo lasciato. Poco a poco tutto si ricrea, la sala da pranzo e quella della musica. Di sera Agnese suona il flauto io la viella, la madre canta Amors de terra londhana, il fuoco arde chiaro davanti a noi, il padre si consola, e anche Ave ci ascolta con le sue orecchie a punta».

Ave è una volpe musicale, ascoltando guarda davanti a sé chissà quali prati, e sogna. Lei soffre più della balia, ma non sa dirlo. Addio belle fughe per i giardini di Assisi. Qui la teniamo prigioniera, nella città sconosciuta si perderebbe. Ave non è una bestia molto per bene, ha parecchi vizi che derivano dalla sua natura. Fosse libera correrebbe dietro alle galline, ma qui, da captiva, è ghiotta di dolci, e questo la fa ladra. Ma quando sente la musica potrebbe passarle davanti il cibo più eccelso, e nemmeno lo vedrebbe. Anche Beatrice, la piccola, che sa appena parlare, il diletto della musica intende pienamente.

Come quando eravamo ad Assisi, con Agnese giochiamo alla Bibbia. Oggi le leggo il libro di Esther, di come la più povera diventi regina, essendo la più accorta. Attente, soffrendo, seguiamo la vicenda: come se il Libro dovesse per un capriccio malvagio contraddire se stesso, io e mia sorella temiamo per la sorte di Esther. Fremiamo agli intrighi contro di lei, finché non regna assoluta sul cuore di re Assuero, e il suo nemico è punito: allora gettiamo un grido di giubilo che fa scodinzolare Ave (ama l’allegria).

Ma ancor più ci piace mettere in scena le storie del Vangelo, coi pupazzi di legno dagli arti snodati che vengono da Palermo, e si muovono coi fili. Oggi rappresentiamo la Visitazione, una pagina tutta di festa. Io darò voce a Maria, Agnese a Elisabetta. Vestiamo i pupazzi di sete celesti, e faremo viaggiare la Santa Vergine, che ha già in sé Gesù, nel lungo cammino da Nazareth ad Ain-Karim pieno di insidie, dai lupi ai ladroni. Ma sempre un angelo la salva. Finché Maria bussa alla porta di Elisabetta, che per grazia divina è anche lei fecondata, e Giovanni per la gioia le sussulta nel grembo. L’Angelo sopra di loro le benedice, cantando il Magnificat. Ma noi siamo in due, ci vuole un terzo per l’Angelo.

«Io, io! — grida Beatrice, ma è troppo piccola per reggere i pupi, e chiamiamo Bice, la servetta, — Bice, fai l’angelo!». Lei accetta di malgarbo, e mentre lo fa volare impiglia i fili, l’angelo cade, si rompe una mano.

«Bice, che hai? Non ti va di giocare con noi? Perché sei sempre scontenta?».

«Perché l’hai viziata! — esclama la balia — più le fai del bene più si rivolta questa villana, questa ingrata!».

Ciò che pensa Bice, la servetta

Così dice la balia, che è gelosa di me per le attenzioni di Chiara. Ma ha ragione. La bontà di Chiara, io, la disprezzo. È facile essere buoni, quando si è ricchi. E poi, mi confonde. Vuole che io abbia le stesse cose che ha lei, stessa mensa, stesse ore di sonno. Ha preteso perfino d’insegnarmi a leggere e scrivere, che me ne faccio? E dice che siamo uguali. Ma non è vero, lei ha tutto io niente, lei sposerà un conte e io, nemmeno Alduccio mi vuole. Mi prende a volte contro una porta, di fretta, ma ride di me se parlo di nozze onorate, Come osi? Io sono un paggio! Non mi abbasso di rango. Se mi sposo voglio una più in alto di me, no una serva . Mi invita a giocare, Chiara. Che ne sa del mio inferno? Io so che la sua affezione è sincera: si prende anche questo lusso. Ma il mio lusso sarebbe stare io al posto suo e lei al mio, e la tratterei male notte e giorno, se no che si è padroni a fare? La odio perché non ho niente da darle in cambio. È facile, dare. Ma per prendere, bisogna essere santi. Come esserle grata di benefici che non posso né ricambiare né rifiutare? Ella mi ama, e mi umilia. Vorrei che morisse.

Parla Chiara

Irrompe Alduccio, trafelato, che porta nuove della guerra, e accorriamo a sentirle.

Un manipolo di armati di Assisi s’è scontrato con venti soldati di Perugia, e li ha uccisi tutti. Poco più di una scaramuccia, ma adesso si sono tutti imbaldanziti, e ne fanno il presagio della grande battaglia che si combatterà presto a valle, a metà strada fra Assisi e Perugia. Quella battaglia deciderà le sorti della guerra. Il padre e la madre si scambiano uno sguardo grave, e si appartano in un’altra stanza.

«Non torneremo mai a casa!» geme la Balia, e a occhi chiusi rivede le piazze di Assisi nei giorni di fiera, coi suonatori di piffero, i vasai, gli ortolani, i fabbri, i liutai, i venditori di donnole, quando ognuno attendeva al proprio mestiere. E tutto rimpiange, tutto, perfino le greggi di pecore che tornavano al tramonto, e il suono dei loro ciondoli si mischiava all’eco lontana dei campanelli dei lebbrosi fuori cinta, che non potevano entrare, per grazia di Dio, se no ci impestavano a tutti . E piange, piange.

Passando davanti alla sala dove si sono ritirati i miei genitori, li sento parlare di me, e furtiva li ascolto. Dice il padre «È bella d’aspetto la nostra Chiara, e d’intelletto ancora più bella. È ora di darle marito».

E la madre «Ma gioca ancora coi pupi…».

«Anche tu ci giocavi quando ti trassi in moglie, e per me li lasciasti volentieri».

«Vuoi che ci separiamo da lei?».

«Ortolana, amica mia, se dovessi ascoltare il cuore la terrei sempre con me! Quando ho vicina la mia figliola, per me il mondo non vale una biglia. Ma ha già 12 anni, converrà presto che cambi di stato. Se — Dio non voglia — Assisi vincerà la guerra dovremo restare in esilio, e se non ci imparentiamo con una potente famiglia di Perugia, saremo visti come estranei. Chiara deve andare sposa a un nobile giovine di Perugia. La relazione più stretta l’abbiamo coi Michelotti. Il figlio è un giovane valente, anche se inclina un po’ troppo al suo paggio, ma son cose da ragazzi, col matrimonio passano. Abbiamo però relazioni cordiali anche coi Brufani. Altiero, il primogenito, è un attaccabrighe da taverna, ma di solide risorse. E se non dovessimo accordarci con l’uno o con l’altro ci sono sempre gli Acerbi, i Boncambi, i Mezzasoma, tutti con eredi maschi».

Così, mi vogliono maritare. Il matrimonio è una così povera cosa. I padri giocano con noi a scacchi, muovono il cavallo e l’alfiere. L’erede dei Brufani? Ben altro sposo voglio io! La mia ambizione è così grande, che al confronto quella di mio padre è un gioco di bambini. Ma verrà il tempo. Per ora silenzio con tutti, anche con Agnese, che è metà della mia anima. Dei loro disegni non mi do pensiero. Il Vangelo ha una risposta per ogni cosa: Non ti affannare per il domani, il domani si affannerà di se stesso . E torno a giocare coi pupi di legno, che la sorella mi aspetta.

Scegli il tuo nemico

Fra poco ci sarà la battaglia. L’Alta Valle del Tevere è tutta verde e fiorita, chiama alla vita. Prati di viole aspettano i corpi degli uccisi. L’esercito di Assisi ha occupato la cima di Collestrada, per la posizione è in vantaggio. Tutto è pronto. I Fanti con le lance di frassino, i Balestrieri col falco in spalla che porta bene nel tiro, i Guastatori armati di zappa e di scure, i Villani del Fuoco, con gli elmi di cuoio rosso e le fiaccole in pugno, Gli Arcieri dagli scudi grandi come porte dipinte dei colori di Assisi, il blu il bianco e il rosso.

I guerrieri a cavallo sfilano in solenne parata, per farsi ammirare. Francesco risplende con l’armatura vermiglia, che ai raggi del sole manda lampi. È il migliore, anche nella grazia di stare agilmente in sella, sotto quel peso. Guarda i compagni che si chiamano Cecco, Bernardo, Fiorentino e si ritrova nel libro: Per primo, avanti tutti, dev’essere nominato Erec figlio di Lac. Secondo, Lancillotto del Lago. Terzo Gorneman di Gorhaut e quarto il Bel Codardo. Quinto il Brutto Ardito, sesto Melian de Lis, settimo Mauduit il Saggio, ottavo Dodinel il Selvaggio. Gandelius sia nominato decimo, perché in lui erano molte virtù. Undicesimo Ivano il Bastardo, dodicesimo Tristano che non rise mai (Chrétien de Troyes).

Dall’altura i cavalieri assisani vedono marciare l’esercito nemico che copre mezza pianura, e avanza con strepito battendo le daghe sugli scudi. Poi uno squillo di tromba, e tutto tace quel mare di uomini, e si ferma.

Davanti alla moltitudine sfilano i cavalieri di Perugia, levando il viso arditamente verso quelli di Assisi. Sono così vicini che si vedono le armature, e Francesco le passa in rassegna, non vi sia mai un apparato più fastoso del suo! Cerca il nemico da eleggere, e finalmente lo vede: quello laggiù — il cavaliere arrogante e vanesio che va avanti e indietro come ci fosse solo lui al mondo, con l’elmo brunito guarnito di piume di pavone che ondeggiano al vento, lo scudo azzurro traversato da una banda d’oro — più smodato di lui nello sfarzo, come lui inquieto, come lui affamato di gesta che gli diano la gloria, sì da finire in una canzone. È con lui che si deve misurare, gli manca solo il nome.

Francesco alza la visiera, e chiede a Bernardo «Chi è quel buffone pennuto?».

«Un merlo al quale strapperemo le penne».

Francesco continua a fissare il perugino, quel suo fare odioso gli ricorda qualcuno. Ed ecco, al cavaliere-pavone si affianca un nano su un mulo albino, e insieme, come uomini di nessuna cortesia, alzano le mani ferrate verso i nemici, e gli fanno le fiche: è lui! Francesco in quel gesto lo riconosce è lui, proprio lui! Altiero Brufani, il suo sconcio rivale, l’uomo che più vorrebbe morto, il vile che non si degnò d’accettar la sua sfida, dal quale subì l’affronto più grave (l’unico, ché fin lì era stato solo applaudito, dalla famiglia, dai compagni, dalle dame). Finalmente avrà la sua vendetta, ora sì che in lui prende fuoco il guerriero, di Assisi e Perugia non gli importa più un’oncia, e l’impresa diventa gagliarda. Scenderà in campo per gettare Altiero Brufani nella polvere. E anche Meleagant, il perfido nano, avrà la sua parte. Lo rivede come fosse ora il loro incontro, quella sera ad Assisi così fitta di stelle.

Francesco cadde come in un sogno, e rivide se stesso.

(2 continua)

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15 ottobre 2019

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