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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

Il lamento della balia

«Presto, più presto! — gridava messer Favarone — stanno arrivando!».

...E ci tocca scappare come ladri, di notte, nell’urlo del vento, le ruote fasciate di pelli per non essere uditi — la nostra spia, un famiglio che ha amici fra i nemici, ha avvisato il padrone che il pericolo è grave, che la marmaglia s’è mossa per assalirci, e già dalla strada del monte s’intravede un bagliore di torce in cammino... Quattro arcieri schierati davanti alla porta resteranno a difesa della casa, che Dio li aiuti!

Era così tranquilla la nostra città, ci si rispettava, ognuno al suo posto, i nobili comandavano gli altri obbedivano, e si stava in pace. Ma poi i Mercanti, che sono del Maligno, entrarono in rivolta cominciando a incendiare le case dei signori, ad ammazzare, a sforzare, a rubare. Per questo stiamo fuggendo, già tre carri ci precedono sulla via di Perugia, coi panni gli argenti i tappeti gli arazzi e gli arnesi. Là saremo salvi, i Perugini sono dalla nostra parte. Fanno la guerra ad Assisi perché tutto torni come prima, e sapranno abbassare la cresta ai ribelli, io lo so, l’ho letto sulle chiare d’uovo, gli assisani verranno trascinati in catene e chiederanno pietà ma noi non ne avremo, in molti moriranno.

Il nostro carro è pronto, con l’orcio dell’acqua, provviste e trapunte per il viaggio. Le grida della masnada si avvicinano, «Di corsa, di corsa! Sul carro!».

Quel codardo di Alduccio, il paggio, ci salta per primo senza riguardi, Messere aiuta a salire le donne e ci alza come fuscelli una ad una, Ortolana sua moglie, Chiara Agnese e Beatrice, le figlie, Bice la servetta leggera di corpo e di testa, e anche me, che peso come uno staio di grano. Agnese piange di pena nel lasciare la sua finestra sotto la quale passava un giovinetto, e alzava lo sguardo. Ma Chiara non piange, il suo bene lo porta con sé: una volpetta del Subasio, che stringe fra le braccia e quella si divincola, «Buona, Ave, buona» — ma è sempre più inquieta, perché Bice, anche ora che trema di paura non rinuncia ai dispetti, e di nascosto le tira la coda, e Chiara a fatica riesce a trattenerla, «Buona, Ave, sta’ ferma»...

Poi tutto precipita, gli assalitori hanno preso la casa dal retro, a colpi d’ascia sfondano il portale, entrano con turpi grida, incendiano tutto, i servi resistono, chi afferra uno scudo senza corregge, chi una porta scardinata, chi un maglio un forcone o la frusta, un arciere viene abbattuto, gli altri saltano sul muro per mirare dall’alto, il padrone sale a cassetta alzando la frusta, finalmente, si parte!... ma in quella la volpe di Chiara sguilla via dalle sue braccia, non meno veloce Chiara salta a terra e la insegue, il padre le urla «Torna indietro!».

Ma lei rincorre la volpe che sfreccia verso la corte ove infuria la lotta, il muro è già in fiamme, messer Favarone salta giù furibondo, mentre lei chiama «Ave, Ave!...».

«Chiara! Fermati! Chiaraaa!!!».

«Senza di lei non vengo!».

Messere la afferra per la veste ma lei sguscia via, e con un tuffo agguanta la volpe — il padre afferra entrambe, le porta via correndo mentre il muro cade di schianto dietro di loro, rovinando sui tigli.

I servi fanno scudo alla nostra partenza e finalmente via, a rompicollo giù per la discesa di Santa Maria degli Angeli. Due uomini di scorta ci galoppano dietro armati di mazza e di spada, il vento ci gela la faccia.

Chiara stringe la sua volpe, il padre è adirato con lei. Per poco non ci faceva ammazzare tutti quella stordita, chiunque al suo posto l’avrebbe battuta. E mentre frusta i cavalli le grida con rabbia che se la mangerà arrosto, la sua volpe. Ma Chiara quasi sorride, sapendo che quell’omone imperioso l’ha troppo cara per darle un tal dispiacere.

L’ho tirata su io, quella bambina. Ha tutte le grazie del mondo, la natura l’ha fatta avvenente, e mai Dio seppe meglio disegnare un naso, una bocca, degli occhi.

Ma è tanto cocciuta, e se si mette in testa una cosa non gliela levi manco col martello. Strana da subito. Fino a quattro anni non disse parola, e la credemmo muta. Poi d’un tratto, si mise a cantare il Te Deum che sentiva sempre in chiesa. La religione la incantava. Le piacevano le mie filastrocche sulla Gallina Pazza, ma più le storie di angeli e santi che le narrava sua madre.

Anch’io sono cristiana, e battezzata, ma lei l’ha presa troppo sul serio quella storia, lei crede che Gesù ascolti ogni uomo nel mondo, e che ognuno di noi gli sia infinitamente caro. Invece io penso che Egli ascolti poco, e a caso, se no non sarebbe mai morto il mio Annibale, dopo tutte le preghiere per salvarlo. Ma Chiara da piccola ci parlava, proprio, con Gesù, come con uno dell’età sua. Non che lui le rispondesse, ma lei gli raccontava tutto, il bene e il male. Aveva sette anni la prima volta che divise il suo pasto in due, dicendo Questa è la parte di Gesù. E mi incaricò di portarla agli affamati. Io le dissi ma come ti salta in mente? E lei, tranquilla «Me l’ha detto Gesù».

«Ti ha parlato?».

«No, ma si fa capire lo stesso».

Da allora, ogni giorno di nascosto si priva del cibo per mandarlo ai poveri. I primi tempi me lo mangiavo io, ma poi lei volle conoscere i mendicanti, e mi avrebbe scoperta. La padrona lo sa e le tiene bordone, ma quella è un’altra che a lasciarla fare smucchierebbe in un amen la fortuna del marito, per le opere di bene ... opere di male, dico io, soldi rubati alla famiglia. Ho fatto la spia a Messer Favarone, che s’è molto alterato e quasi stava per battere Chiara, che certe volte le strappa dalle mani. Ma non la tocca, sa che gli costerebbe l’amore di sua moglie. Fa certi discorsi, col padre, quella ragazza! Chiunque altro le chiuderebbe la bocca. Ieri c’era la neve, Chiara vide in chiesa una disgraziata che tremava di freddo, e le diede il suo manicotto di pelliccia. Lo riferii al padre, che uscì dai gangheri.

«Tu getti ai miserabili gli abiti di gran prezzo che io ti regalo!».

«Caro padre, c’era un grande freddo. Io avevo il manicotto di martora, quella fanciulla no, e mi sembrò di averlo sottratto a lei. Così gliel’ho restituito».

«Restituito? Oh santo Iddio... ma quella è un’altra razza! I ricchi coi ricchi, i poveri coi poveri».

«Dio creò l’uomo e la donna, non il ricco e il povero. Questa differenza l’hanno fatta gli uomini».

«Zitta, lingua lunga!».

Il padre ha proibito a Chiara di parlare ai mendicanti e di dare elemosine. Quando la scopre la punisce, ma lei continua. E se mi manda con vesti o danaro, mi prega d’esser cortese nel porgerli, perché sono loro che fanno un favore a noi, ricordalo, balia . Sì, sta fresca! So ben io come trattarli quei fannulloni pendagli da forca, e faccio pagare loro con le mie ingiurie ogni pezzo di pane. È strana in tutto la mia Chiara, si cura poco di vesti e monili, e anche ciò è disdicevole per una giovinetta del suo rango. I genitori sono troppo indulgenti, ma ci penserà presto un marito a farne una vera dama.

Viaggiammo per vie impervie, traversando petraie e torrenti, nel timore di incontrare i soldati, e avemmo fortuna. Arrivammo in vista di Perugia al tramonto. La città risplendeva di luce rossa in tutta la sua magnificenza, e ci parve di vedere le torri del paradiso. Eravamo in salvo.

Francesco va alla guerra

Francesco va alla guerra. Combatterà dalla parte dei mercanti contro Perugia.

È innamorato del bel gesto, imprudente come Rolando, vanesio come Lancillotto. Lo esalta lottare per la giustizia contro la prepotenza dei nobili, gli arroganti padroni della città. È figlio di un mercante e di una gran dama. Pietro Bernardone, suo padre, s’è fatto ricco vendendo panni, di cui è raro intenditore. Vent’anni prima, con una partita di broccati, riportò dalla Francia anche una bella sposa.

Francesco ha imparato a leggere sui romanzi cortesi, e lì ha trovato il disegno dell’uomo ideale che vorrebbe essere, come lo descrive Chrètien de Troyes. ...il conte è uomo siffatto che non ascolta parola sciocca né scherzo villano. Il conte ama la retta giustizia, la lealtà e la Santa Chiesa. Aborre ogni vile azione, è generoso più di quanto si sappia .

Francesco va alla guerra come a una giostra. Non ha mai ucciso nessuno, quel che gl’importa è ben figurare. Nelle compagnie di bei giovani è lui il più allegro, il più cavalleresco, il più generoso e pronto allo scherzo. Ma anche il più orgoglioso, sempre preoccupato d’essere il primo, e di non venire superato.

Stavolta nessuno gli starà alla pari: per scendere in campo s’è fatto copiare l’armatura del Cavaliere Vermiglio, conquistata con valore da Perceval il Gallese, che indossandola mai non fu vinto.

L’armatura è pronta, scintillante e marziale, fa paura solo a vederla. Nei romanzi il guerriero vien sempre vestito dalla damigella più vaga, ma le ragazze da taverna che frequenta lui sarebbero poco adatte. Non avendo altra dama, prega la madre di attendere alla vestizione, ciò che lei fa di buona voglia.

E tutto accade come nei romanzi.

Madonna Pica gli infila il giaco a triplice maglia forgiato da mani sapienti, gli allaccia i calzari di ferro con le corregge di cervo, gli pone sul capo l’elmo dorato, gli cinge al fianco la spada e ordina che gli sia condotto il cavallo, un sauro con la sella di porpora. Sull’avorio degli arcioni era intagliata la storia di Assisi, regina delle colline (Chrétien de Troyes) .

Fischio, il suo cavallo, per la guerra lo ha rinominato Gringalet come quello di Galvano, nipote di Artù — ma solo in cuor suo, per evitare motteggi, ché è molto sensibile al ridicolo, e mai se ne coprì un Cavaliere della Tavola Rotonda. Gringalet è il compagno d’arme, l’amico, negli occhi di lui si specchia l’anima sua.

E va, come fosse l’eroico Ivano, o l’Orgoglioso della Landa o Sagremor l’impetuoso, o tutti insieme.

Del suo valore non dubita, ma rimette a Dio le sorti della battaglia. Di una cosa, però, è certo: fra tutti sarà il più elegante.

( 1 continua)

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23 agosto 2019

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