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Fratelli e cittadini

La conferenza intitolata «Fratelli e cittadini nel Mediterraneo. La profezia di Papa Francesco e dell’imam di Al-Azhar» ha concluso, nella serata di sabato 13 aprile, il seminario di studio «Essere mediterranei», organizzato, fin dal giorno precedente, dalla rivista «La Civiltà Cattolica», ponendo giornalisti e accademici a confronto sul Mediterraneo come laboratorio di cittadinanza. Alla conferenza sono intervenuti una voce ortodossa, il professor Antoine Courban, dell’Università «Saint-Joseph» di Beirut, una islamica, l’imam di Firenze Izzedin Elzir, e una ebraica, la professoressa Anna Foa, dell’Università «La Sapienza» di Roma. «È impossibile infatti — la storia oltre che la geografia ce lo impedisce — parlare di Mediterraneo senza coinvolgere la riflessione e la spiritualità propria delle tre grandi religioni abramitiche e pure, tra i cristiani, senza accomunare nella riflessione Roma e Costantinopoli», ha detto padre Antonio Spadaro, direttore de «La Civiltà Cattolica». Della conferenza pubblichiamo sopra le relazioni tenute da Antoine Courban e da Anna Foa.

Prima del dialogo interreligioso, ha osservato nel suo intervento Izzedin Elzir, «ognuno di noi ha pregiudizi l’uno verso l’altro, ha i propri muri e ghetti mentali. Per uscire da questi pregiudizi serve uno sforzo, chiamato in arabo jihad, che non significa “guerra santa”. Le guerre sono sporche. I problemi si rivelano quando non si conosce la propria sfera religiosa». Il Documento sulla fratellanza umana «arriva dopo quarant’anni di dialogo islamo-cristiano, arriva dal dialogo quotidiano che c’è non solo in Italia, non solo in Europa, ma anche a livello internazionale». Per l’imam di Firenze, i valori presenti in questo testo «possono essere condivisi da tutti gli uomini e le donne di buona volontà che vogliono la convivenza e la pace nel mondo. Infatti, a prescindere dal mondo islamico che ha firmato questo documento, il concetto importante è quello che c’è dentro questo documento, che credo la maggior parte dei musulmani condividano». Importante, secondo Elzir, è «l’identità» e l’esigenza di «conoscere noi stessi». In tale direzione, il documento di Abu Dhabi «invita a scoprire la nostra realtà e la nostra fede per dare a noi la possibilità di costruire un ponte di dialogo, perché se si è ignoranti nella propria fede religiosa è molto difficile che ci si apra a un’altra fede religiosa per costruire insieme», ha concluso il rappresentante musulmano.

A Firenze Elzir è stato ed è protagonista di un’esperienza di dialogo del tutto particolare, nata da un fatto tragico, ovvero la strage di via dei Georgofili provocata dall’attentato terroristico compiuto dalla mafia siciliana nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993 nei pressi della Galleria degli Uffizi. L’avvicinamento tra le fedi, voluto dal sindaco di allora e sostenuto dal cardinale arcivescovo Silvano Piovanelli e dal rabbino capo Umberto Avraham Sciunnach, è proseguito fecondo. Da allora tanto è stato fatto per comprendere il valore del confronto e della comprensione con l’altro. «Non esisteva all’epoca, a parte rapporti formali, un reale dialogo islamico-ebraico», racconta nel suo blog l’imam di Firenze. «Con l’arrivo del rabbino Yosef Levi, di nuovo tramite iniziativa della comunità cristiana abbiamo cominciato a incontrarci molto spesso. Concordammo al tempo di fare del nostro meglio per lavorare su questioni nostre religiose come cittadini italiani di fede ebraica e di fede musulmana e non sulla base dei nostri paesi d’origine. Credo che questa formula abbia funzionato perché dal 1996 questo dialogo è arrivato fino a oggi. In questi vent’anni, non c’è stato solo un dialogo fra l’imam e il rabbino, ma siamo riusciti a portare questo dialogo fin dentro le nostre comunità. Grazie a questo successo abbiamo poi allargato il confronto invitando il mondo buddista e in seguito la società civile».

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