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Frate Elia tra obbedienza e indipendenza

· ​Nel "Sogno di Francesco" la figura del santo raccontata da un punto i vista inedito ·

San Francesco aveva già ispirato una mezza dozzina di film, alcuni dei quali pregevoli. Il capolavoro è ovviamente Francesco giullare di Dio (1950) di Roberto Rossellini, anche perché è difficile immaginare una comunione più felice di quella fra il modo di vivere francescano e lo stile essenziale del grande regista italiano. Ma anche Francesco (1989) di Liliana Cavani è un ottimo film, benché in genere sottovalutato.

Si poteva dunque pensare che fosse difficile aggiungere qualcosa di nuovo alla rappresentazione di una figura così amata. E invece Il sogno di Francesco ci riesce. I registi francesi Renaud Fely e Arnaud Louvet, infatti, raccontano la storia del santo da un punto di vista inedito. Tanto che il vero protagonista del loro film è piuttosto Elia da Cortona (Jérémie Renier), uno dei confratelli di Francesco (Elio Germano). Descritto qui come un seguace, un amico, ma, per certi aspetti, anche un antagonista del santo, è una figura affascinante anche perché poco documentata dalla storiografia. 

Elio Germano nei panni di san Francesco

San Francesco è l’animo sereno che va avanti a testa bassa per la sua strada. Sicuro che l’ordine cui ha dato vita sia già l’immagine della volontà di Dio, a prescindere se e quando verrà accettato dalla Chiesa ufficiale. E sicuro di poter continuare a diffondere il proprio verbo anche se dovesse rimanere ai margini delle gerarchie. Elia è invece l’animo tormentato, convinto da una parte della bontà e giustizia della parola di Francesco, e dall’altra preoccupato che questa possa rimanere inascoltata, e quindi propenso a cercare un compromesso che possa allacciare in qualche modo l’Ordine al mondo ecclesiastico.
Quando dunque Papa Innocenzo iii respinge la Regola dei Frati minori presentatagli da Francesco, Elia ne rimane turbato e, a differenza degli altri, comincia a farsi delle domande, ad avere dei dubbi circa l’atteggiamento che l’Ordine dovrà tenere da lì in avanti. A inasprire i suoi sentimenti, è un incidente occorso a un confratello, che rimane ferito a causa dell’ottusa intransigenza di una guardia. Elia si convince dunque che non essere benvoluti dalla comunità può portare soltanto degli svantaggi, se non addirittura lo scioglimento dell’Ordine. Sarà lui, perciò, a convincere Francesco a rinunciare ad alcuni precetti presenti nella prima stesura della Regola, in primis quelli che predicano l’assoluta povertà e che giustificano, in alcuni casi, il rifiuto all’obbedienza a cariche ecclesiastiche superiori.
Si tratta, non a caso, del più notturno dei film su san Francesco. In quello di Rossellini c’è praticamente una sola scena che si svolge di notte, e riguarda un lebbroso cui Francesco dedica una preghiera, ma per il quale, subito dopo, non riesce a trattenere un gesto di sconforto. Le tenebre nascono qui dalla consapevolezza del male e del dolore presenti nel mondo. Nel film francese le scene notturne sono invece numerose e coinvolgono sempre Elia. Il turbamento, in questo caso, nasce da se stessi. L’idea infatti più bella presente nella sceneggiatura firmata dai registi — e anche quella dettata maggiormente dalla fantasia — è il fatto che questo personaggio non dovrà fare i conti soltanto con il proprio pragmatismo, già di per sé in contrasto con lo stile di vita promosso da Francesco, ma con un dissidio più profondo.
Lungo tutto il racconto, Elia sperimenterà anche pericolosamente i limiti del vivere francescano per sondare terreni a esso estranei. All’inizio del film troverà un neonato, lo battezzerà e se ne prenderà cura, un gesto perfettamente compatibile con la propria missione. Ma successivamente rientrerà in contatto con il trovatello, nel frattempo diventato ragazzo, e lo farà entrare nell’Ordine, proprio mentre Francesco è lontano. C’è, in queste azioni, la parvenza di una tentazione, quella di fare proseliti a sua volta. Di rivendicare un’autorità autonoma. Più avanti, arriverà addirittura a tentare il suicidio. E più avanti ancora, si dimostrerà scettico di fronte al miracolo delle stimmate di Francesco.
Il film fa dunque di questo confratello un bellissimo personaggio tragico, tentato più volte dal non essere più francescano e non essere addirittura più cristiano. Ma capace, ogni volta, di superare le proprie paure. E infatti le epigrafi finali, con cui si torna alla pagina storica, ce lo raccontano a capo dell’Ordine alla morte di Francesco, quindi allontanato dagli altri confratelli per i modi troppo autoritari, ma in fin di vita di nuovo nell’Ordine, e definitivamente pacificato con lo spirito — oltreché con la lettera — della parola francescana. Fino a chiedere che la propria tomba venga orientata verso quella del santo di Assisi.
Il film sorprende anche dal punto di vista stilistico, soprattutto considerando che Louvet è alla sua prima regia — malgrado trascorsi come sceneggiatore e produttore — e Fely appena alla seconda. C’è, come accade nei film sopracitati, un rigore formale che ben si sposa con il rigore morale di Francesco. Ma c’è anche un montaggio dal ritmo sapiente, che sa dare il giusto spazio a singole inquadrature fino a farne emergere la valenza simbolica. Come quando la cinepresa indugia a lungo sulla ferita infetta del confratello colpito dalla guardia, un momento chiave del racconto. A ricevere una ferita profonda è stato, in realtà, tutto l’Ordine. E soprattutto il rapporto fra Francesco ed Elia.
L’unico limite del film è rappresentato forse dal personaggio di santa Chiara (Alba Rohrwacher, peccato utilizzarla solo in un paio di brevi scene), cui non si riesce a dare una precisa funzione drammaturgica. Ottima invece come sempre la performance di Germano, ma anche quella di Renier, attore di vari film dei fratelli Dardenne.

di Emilio Ranzato

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21 agosto 2018

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