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Una vita meravigliosa

· Frank Capra ·

Leggere la lunga autobiografia di Frank Capra, Il nome sopra il titolo. La vita meravigliosa di un maestro del cinema (Roma, Minimum Fax, 2016, pagine 568, euro 23) è un’esperienza molto istruttiva. Non soltanto perché si tratta di un’opera scritta con passione e in modo dettagliato, ma perché il regista italoamericano si è ritrovato ad attraversare alcuni dei decenni più importanti della storia cinema, quelli che vanno cioè dall’epoca del muto al declino dello studio-system, passando per la rivoluzione del sonoro e per i sostanziali cambiamenti del secondo dopoguerra. 

Il regista dietro le quinte del film «È arrivata la felicità» (1936)

Tutte fasi, per giunta, in cui si è fatto trovare spesso pronto, ovvero perfettamente in linea con i gusti del pubblico e lo stato della tecnologia, quando non diretto ispiratore di certe svolte decisive. Ciò che emerge più chiaramente, dal suo appassionato racconto, è la figura di un artista in continuo e mai del tutto risolto rapporto con i grandi magnati hollywoodiani. Capra infatti credeva in un cinema provvisto di mezzi adeguati a rendere per immagini un universo narrativo. Allo stesso tempo però era insofferente alle ingerenze dei finanziatori. E questo incontro-scontro fra individuo e poteri forti lo si ritroverà non a caso nella poetica delle sue opere più mature.
La lunga carriera di Capra ha inizio durante gli anni Venti, nel mondo delle comiche del muto, prima al servizio di Mack Sennett, geniale produttore della Keystone Pictures, e poi del grande attore Harry Langdon, nome oggi quasi dimenticato ma per un breve tempo considerato alla stregua di Charlie Chaplin. Quella del cinema comico si rivelerà una palestra fondamentale. Qui infatti Capra imparerà a lavorare sotto pressione e a ritmi forsennati, nonché a sopportare la tirannia di produttori dispotici e i capricci di star megalomani. Questo tour de force di rapporti personali e professionali gli permetterà di sviluppare, col tempo, una mentalità da piccolo generale, capace di tenere tutti gli aspetti di un produzione sotto controllo e di dirigere set sempre più affollati.
Con l’avvento del sonoro Capra si deve adattare a un nuovo tipo di cinema leggero. Dalla gag fisica si passa al ritmo brillante della commedia sofisticata, in cui si cimenta con grande disinvoltura già nel 1931 con La donna di platino. È in questa fase che il regista conosce due personaggi fondamentali per il prosieguo della sua carriera: il capo della Columbia Pictures Harry Cohn e lo sceneggiatore Robert Riskin, che in questo caso si limita ancora a firmare i dialoghi. Il film non è un capolavoro, ma con la sua relazione interclassista fra una ricca ereditiera e un giornalista, i suoi ricchi saloni per far sognare il pubblico della Depressione e le redazioni di giornale dove si parla un dialogo veloce e pungente, contribuisce a spianare la strada a figure e ambienti che diventeranno a dir poco ricorrenti nella commedia del decennio. Una formula da cui però sarà lo stesso Capra a discostarsi, almeno in parte, pochi anni più tardi. In Accadde una notte (1934) abbiamo ancora un’ereditiera e un giornalista, ma l’ambientazione — sviluppata attraverso un vero e proprio road movie — sarà quella dell’America povera e rurale. Il matrimonio cui giungono i protagonisti non rappresenterà, come al solito, un salto di classe per uno dei due, quanto il simbolo di due mondi che rooseveltianamente trovano un solidale compromesso.
Anche Capra, come Lubitsch, avrà un suo touch particolare, e qui comincia a trovarlo, grazie a Riskin e a un altro collaboratore che gli rimarrà fedele a lungo, il direttore della fotografia Joseph Walker, capace di trovare un magico equilibrio fra un realismo sufficientemente credibile e un’atmosfera languida non priva di un alone da favola.
Capra ha dunque già consolidato una precisa squadra di lavoro. Anche perché nel frattempo, attraverso un braccio di ferro con Cohn, ha ottenuto di diventare produttore artistico dei propri lavori. Di qui, quel Frank Capra’s prima del titolo del film che dà nome alla biografia. Ispirandosi ad alcune grandi figure del cinema muto — Griffith, DeMille, Chaplin — Capra diventa quindi produttore di se stesso pur rimanendo all’interno di uno studio destinato a diventare una major. Mettendo così in pratica il concetto di “un uomo, un film” più volte ribadito nel libro. Se dietro un quadro, una scultura, un’opera letteraria c’è un solo uomo, dice Capra, anche per un film deve valere lo stesso discorso.
Certo, siamo ancora lontani dal concetto di autore in senso stretto, perché Capra i film non se li scrive da solo, e nel genere della commedia la sceneggiatura non è certo un elemento secondario. Anche le lotte per ottenere indipendenza dallo studio vanno ridimensionate: la Columbia gli lascerà un po’ di carta bianca soltanto perché i suoi film avranno successo: Accadde una notte sarà il primo film della storia a collezionare i cinque Oscar principali: e lo stesso regista sfrutterà il raggio d’azione non certo per fare film sperimentali, bensì perfetti per appagare i gusti del pubblico post-Depressione.
Sta di fatto, però, che l’universo di Capra e il suo stile diventeranno sempre più riconoscibili, e quando Riskin si metterà dietro la macchina da presa, non otterrà gli stessi risultati, rinunciando subito. Il marchio di fabbrica si perfezionerà nei film successivi, quelli con cui Capra dice di voler far ridere, ma anche di voler «dire qualcosa».
Le opere di quest’epoca — in parte anticipate nelle tematiche da La follia della metropoli (1932) — sono dunque un concentrato della poetica capriana, una difficile ma riuscita sintesi fra cristianesimo, spirito rooseveltiano e, soprattutto, individualismo di stampo jeffersoniano. È proprio affermando la propria personalità contro le arroganze dei poteri forti che l’individuo, anche il più umile del mondo, sarà libero di fare del bene agli altri. Come accennato, una chiara sublimazione in forma drammaturgica dell’esperienza vissuta dallo stesso regista.
L’ideologia è esposta con inevitabili schematismi e frequenti riflessi populisti, ma anche in modo sincero e particolarmente sentito. Tant’è vero che Capra la ribadisce più volte sfruttando praticamente sempre lo stesso soggetto. È arrivata la felicità (1936), Mr. Smith va a Washington (1939) e Arriva John Doe (1941) sono quasi l’uno il remake dell’altro, nonostante per il secondo Riskin sia sostituito da Sidney Buchman. Protagonista è sempre un sempliciotto o uno sprovveduto che, colto da improvvisa notorietà per vari motivi, rischia di essere sfruttato dalle alte sfere di finanza e politica anche grazie all’aiuto degli avidi media.
Complice di questa macchinazione è regolarmente una protagonista femminile che poi si pente e si innamora del malcapitato. L’eterna illusione (1938), invece, è piuttosto un Giulietta e Romeo in cui le rispettive famiglie sono contrapposte per motivi di censo e interessi. Ma la critica del capitalismo più egoista, così come la celebrazione dell’individualismo primordiale — il capofamiglia “buono” dichiara con orgoglio di non aver mai pagato le tasse — sono gli stessi. In queste pellicole l’attacco al potere è semplicistico ma non per questo meno virulento. Mr. Smith va a Washington, in cui la critica è rivolta al mondo della politica, in certi ambienti viene considerato quasi un film sovversivo. Ma lo spirito di Capra non è mai antiamericano, perché a vincere su tutto è la fiducia che la nazione possa alla fine ritrovare i suoi valori primigeni.
Con Capra, insomma, la commedia prova a diventare adulta, diventa commedia sociale, anche se la maturità si baratta con un minor senso del ritmo e una tecnica meno sopraffina.
Lo schermo, in compenso, si riempie del flusso della vita vera, e diventa febbrile e caloroso come una pagina di Dickens. E proprio a Dickens e al suo Canto di Natale guarderà il regista qualche anno più tardi, non prima però di aver vinto l’ennesimo Oscar, stavolta per una serie di documentari sulle forze armate, Why we fight (1942-45), e aver realizzato un film intriso di black humor lontano dalle sue corde ma ugualmente molto riuscito come Arsenico e vecchi merletti (1944). La parafrasi dickensiana si intitola La vita è meravigliosa (1946) e dopo un botteghino sonnolento al momento della sua uscita, sarà destinato a diventare il film più amato fra quelli del regista. 

di Emilio Ranzato

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26 febbraio 2018

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