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Francesi e cristiane

· Intervista a Elisabeth Dufourcq ·

Autrice di un’importante opera, Histoire des Chrétiennes, ristampata nel 2015 da Tallandier, ma anche di uno studio sulle religiose missionarie, Les Aventurières de Dieu (JC Lattès, 1993), che ha ricevuto la medaglia di bronzo dell’Académie Française, Elisabeth Dufourcq è dottore in scienze politiche, già membro del comitato nazionale e già segretario di stato per la Ricerca. A settantotto anni insegna storia delle scienze all’Institut Catholique di Parigi.

Santa Genoveffa (XIX secolo)

Quando s’incontrano nella storia le prime cristiane impegnate in politica in Francia?

Se s’intende il territorio, dato che il termine Francia è apparso solo più tardi, alcune figure emergono subito dopo la fine dell’impero romano. Il genio del cristianesimo, dopo la caduta dell’impero, è di essere riuscito a evangelizzare i nuovi conquistatori, nuovi arrivati, e di aver saputo cristianizzarli in modo relativamente pacifico. Papa Gregorio Magno ha saputo organizzare matrimoni tra sovrani che hanno prodotto una sorta di effetto domino: Clotilde si è sposata con Clodoveo, poi le figlie di Clodoveo si sono sposate con principi sassoni in Inghilterra. E i sassoni dall’Inghilterra sono andati a evangelizzare i loro nonni originari della Sassonia. Ma ancor prima c’è stata una fase molto interessante, quella delle grandi aristocratiche gallo-romane e della Cappadocia. Qui la figura più emblematica è senza dubbio quella di Macrina, a cui uno dei suoi fratelli, Gregorio di Nissa, ha dedicato la Vita di Macrina. Ricevuta fin dall’infanzia un’accurata educazione biblica, Macrina vive in modo estremamente semplice e, alla morte del padre, decide di consacrarsi a una “vita immateriale e spoglia”, monacale, al punto di possedere, al momento della morte, solo una croce e un anello di ferro. Santa Macrina ha vissuto in anticipo l’ora et labora dei benedettini: lavora con le sue mani e recita i Salmi. E questo stesso modello viene imitato nella regione di Bordeaux.

La cultura del lavoro deve essere stata molto importante tra le prime figure di cristiane che segneranno il loro tempo.

Sì, il culto del lavoro ha segnato l’Europa al punto che viviamo ancora oggi nella sua nostalgia. Nella Regola di Benedetto c’è una formula molto bella: se non hai lavoro, lo devi richiedere. Ci sono così state religiose che hanno copiato manoscritti, che hanno insegnato, che sono state attive negli ospizi. Fin dal iv secolo alcune aristocratiche lavorano e vivono molto modestamente: filano, cuciono. Ma questo culto del lavoro è indissociabile dal quello della frugalità. Da qui emerge un’idea a mio parere molto interessante: c’è una parità tra uomo e donna proprio dal momento in cui si pratica una grande frugalità. Questo spirito, quello delle Madri del deserto, anima fin dai primi secoli cristiani un intero arco che si estende dall’Egitto fino all’Irlanda, passando per i monasteri di Jouarre, non molto lontano da Parigi.

È il caso di santa Genoveffa, in qualche modo patrona delle donne cattoliche impegnate nella città.

Genoveffa è al tempo stesso molto ricca e molto frugale. Viene da una famiglia di grandi condottieri franchi, ai quali i romani hanno dato molte terre, e a vent’anni prende il velo. Ha molta autorità perché la sua pratica del digiuno le conferisce prestigio, esercita le funzioni di curator, ossia di responsabile della manutenzione viaria e dell’approvvigionamento, e dunque occupa una posizione chiave a Parigi. Quando Attila minaccia la città nel 451, riunisce le madri di famiglia nel battistero della città per esortarle a mettersi in preghiera e proibisce ai notabili di trasferire i loro beni in città più sicure. L’esercito di Attila si ritira e il prestigio di Genoveffa aumenta. Non sono però assolutamente certa che questo modello sia tra i più attuali, tenuto conto del fatto che Genoveffa si colloca nella fase iniziale del feudalesimo. È però indubbio che sia stata una donna che poteva parlare con i grandi di questo mondo. Ma l’analisi della sua Vita ci riconduce all’idea che l’autorità di una donna è sempre legata a una grande frugalità. Che sia Genoveffa, o Radegonda, sposa di un sovrano franco venerata come santa, o Giovanna d’Arco, o persino Bianca di Castiglia, che ha svolto un ruolo politico di primo piano come reggente del figlio, Luigi ix, il futuro santo, quando quest’ultimo era alla crociata. In Francia, ma più in generale in Europa, le donne hanno svolto un ruolo politico fondamentale fino all’epoca di Filippo il Bello, quando è stata introdotta la legge salica.

Le crociate hanno avuto un impatto sull’impegno delle donne nelle questioni politiche?

Sì, certo. Nella famosa battaglia di Hattin, nel 1187, la cavalleria franca viene decimata. Per un’intera generazione, trent’anni, sono le donne a gestire i castelli. All’inizio del XIII secolo, quando i castelli vengono abbandonati dai cavalieri partiti o morti nella crociata, tutti i giuramenti di fedeltà al sovrano si trasferiscono alla vedova. Tutti gli atti del diritto feudale sono firmati da lei. In Francia, la regina Bianca di Castiglia, alla morte del re assume il ruolo di reggente, e questo molto prima che suo figlio diventi maggiorenne. In assenza di Luigi IX, partito in crociata, è lei a seguire la costruzione della Sainte-Chapelle. E quando sale al trono, il sovrano dimostra grande deferenza verso la madre, attribuendole spesso un ruolo preminente. Nel 1241 le consente di presiedere il capitolo generale di Cluny e i monaci s’inginocchiano davanti a lei per renderle omaggio. Va anche sottolineata l’importanza della nascita dell’amor cortese. In realtà s’ignora ancora il motivo per cui nel XII secolo si è sviluppata questa poesia attorno alla donna, ma di fatto è così. Anche prima delle crociate, alcune donne hanno svolto un ruolo molto importante. È il caso della potente contessa Matilde di Toscana, che ha sostenuto la riforma gregoriana. In piena lotta per le investiture, quando Gregorio VII è minacciato e in conflitto armato con l’imperatore, è nel suo castello che si rifugia. Ed è nella sua fortezza di Canossa che nel 1077 riceve l’imperatore Enrico iv, alla fine sottomesso.

In Francia Giovanna d’Arco ha svolto un ruolo importante, al punto da essere ancora oggi oggetto di molte strumentalizzazioni politiche. Eppure, leggendo il suo processo, colpisce constatare quanto si sia battuta contro la strumentalizzazione della spiritualità.

Tutto ciò è molto moderno! Ecco una donna che non ha un avvocato né una formazione giuridica ma che è tanto intelligente da rimandare sempre i suoi accusatori alla natura delle loro accuse. Ha buon senso e istinto, ha capito ciò che è politico e ciò che è spirituale. E quando le viene chiesto di giurare su ciò che le verrà domandato “in materia di fede su quel che sa”, risponde: “Non so su cosa mi volete interrogare. Forse mi domanderete delle cose che io non vi dirò”. Invitata a recitare il Pater Noster, si rifiuta dicendo: “Ascoltatemi in confessione, e ve lo reciterò volentieri”. Prima di essere imprigionata, ha un’ascendente straordinario sull’esercito, impressiona i soldati. E quell’ascendente lo ha per il suo modo di pregare, per il suo rapporto diretto con Dio. Aveva certamente un carisma straordinario.

Il destino di Giovanna d’Arco mi porta a pensare a quello, non meno straordinario ma più discreto, di quelle avventuriere di Dio, le missionarie, a cui lei ha dedicato i quattro volumi della sua tesi. Pur non essendo donne politiche, svolgono un ruolo importante nelle società in cui s’insediano.

Certo, anche il loro destino è stato straordinario. Donne uscite dalla Sarthe che hanno fondato opere in Cile, Brasile e Perú, che sono considerate monumenti in quei paesi, pur essendo del tutto sconosciute nei loro villaggi di origine. Esempi come questi ce ne sono tantissimi. Una suora di San Giuseppe di Chambéry che in Brasile si stabilisce a San Paolo quando è ancora un paesino. O Justine Raclot, madre Matilde, prima missionaria in Giappone nel 1872, della congregazione delle Suore del Bambino Gesù. Nicolas Barré, pioniera dell’educazione delle giovani. Ci sono molte tesi da fare! L’emulazione nella vita spirituale e il misticismo sono nel XIX secolo i motori di uno spirito d’iniziativa femminile molto creativo. In un secolo quelle donne hanno costruito nei cinque continenti imperi ospedalieri ed educativi.

Giovanna d’Arco (1485)

Al XIX secolo delle avventuriere di Dio segue il XX secolo con le sue guerre mondiali. Quali sono per lei le grandi figure di donne cattoliche francesi in tempo di guerra?

Penso subito a Geneviève de Gaulle, la nipote del generale, deportata nel 1944 a Ravensbrück. Nel campo c’erano 40.000 deportate e dal 1942 vi era proibita ogni attività religiosa. Ad agosto arrivano 500 donne, tra le quali Yvonne Baratte, cristiana, morta la domenica di Passione del 1945. Le sue compagne hanno testimoniato che ogni domenica le cristiane del campo si riunivano per recitare insieme qualche brano che ricordavano delle preghiere della messa. Fra quelle donne c’era Geneviève de Gaulle, arrivata lì nel febbraio del 1944, con il corpo coperto di piaghe, dopo essere stata picchiata da un SS. Parlava tedesco ed è grazie a lei che il campo è venuto a sapere della liberazione di Parigi. Allora quelle donne hanno intonato il Magnificat. Vicina a padre Wrezinski, si è poi impegnata nell’atd Quart Monde, di cui è stata presidente in Francia per una trentina d’anni. Per tutta la vita si è dedicata ai più bisognosi. Sono donne che, sebbene prigioniere, hanno portato dentro di loro il Vangelo e resistito grazie al cristianesimo. Donne della tempra di una Giovanna d’Arco, che vedevano gli errori dei loro giudici e dei loro carnefici, o di una Madeleine Delbrêl, dotata di un enorme buon senso e di grande intuito psicologico. Parlando di lei, bisogna riconoscere l’importanza del movimento scoutistico femminile nell’emancipazione di molte donne: dava ruoli di responsabilità e una dimensione ecologica. È stata una scuola di autonomia straordinaria.

Lei è cristiana e ha una carriera politica; cosa è più difficile in politica: essere cristiana o essere donna?

Le due cose vanno di pari passo. Dopo il 1981 ho fondato un sindacato indipendente e la mia azione politica è dunque iniziata con il sindacalismo, attraverso una ricerca di libertà. Allo stesso modo, sono molto sensibile all’indipendenza cristiana, all’indipendenza di pensiero. Ho frequentato molti ambienti ricchi, e non ne sono rimasta impressionata. Quel che è certo è che nel sindacalismo non ho mai incontrato l’arcaismo e il maschilismo degli ambienti politici. Una frase che ho sentito spesso è “dice così perché è una donna”. È in politica che ho riscoperto di essere una donna.

di Marie-Lucile Kubacki

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