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Francesco nel villaggio globale

· ​Lo stile comunicativo di Bergoglio tra oralità e concretezza ·

«È un’altra cultura, io mi sento un... bisnonno. Oggi un poliziotto, un uomo di quarant’anni, al momento di salutarmi si è fatto un selfie con me. E io gli ho detto: lei è un adolescente! Ma io rispetto questo». Così Papa Francesco durante l’incontro con i giornalisti, nel volo di rientro dal viaggio in Ecuador, Bolivia e Paraguay. E un mese prima, a Sarajevo, ha ricordato durante l’incontro con i giovani: «Quando volevo guardare un bel film, andavo al centro televisivo dell’arcivescovado e lo guardavo lì; ma soltanto quel film (…). La televisione invece mi alienava e mi portava fuori da me, non mi aiutava (…). Certo, io sono dell’età della pietra, sono antico!».

Sembra molto chiara la percezione che il Pontefice ha delle sue passioni e competenze comunicative. Ci troviamo infatti dinanzi a un Papa che non teme assolutamente di sottolineare la distanza tra la cultura nella quale è cresciuto, quella tipografica che ha modellato il pensiero lineare dall’andamento argomentativo, e la cultura cosiddetta digitale nella quale si trova a vivere il pontificato e che ha affrontato sin dalle prime parole pronunciate la sera subito dopo l’elezione in conclave. Ha inizio così un nuovo stile comunicativo, non proprio facile da interpretare in modo appropriato.
Il suo modo di presentarsi avvia infatti un vivace dibattito che giunge anche a posizioni radicali, di chi lascia cioè intendere un uso strategico della comunicazione da parte del Pontefice. Si contrappone però a tale visione, certo riduttiva, addirittura un anticlericale della prima ora, come Dario Fo, grande uomo di teatro e Nobel per la letteratura, che spiega come la pratica comunicativa di Papa Francesco nulla abbia a che vedere con logiche pragmatiche a fini seduttivi, e meno ancora con strategie tipiche delle performance degli attori.
Ma allora cosa possiede lo stile comunicativo di Papa Francesco da renderlo così irresistibile? Forse l’incontro conclusivo del viaggio in America latina può offrire l’occasione per avviare una riflessione, prendendo come esempio lo straordinario scenario di Asunción, sul lungofiume Costanera, dove si è svolto l’incontro con i giovani paraguaiani. Ancora una volta, come in altre occasioni simili, il Pontefice ha annotato su un foglio alcuni appunti, mentre due giovani leggevano le proprie testimonianze. Poi il Papa si è alzato, li ha ringraziati — come è nel suo stile — e ha dato avvio a un dialogo fatto di domande e di ripetizioni, coinvolgendo la folla di giovani e prescindendo dal testo preparato. Dirà poi: «Avevo scritto un discorso per voi, per darvelo, ma i discorsi sono noiosi (…), e così lo consegno al vescovo incaricato della gioventù, perché lo pubblichi».
Credo che la chiave per comprendere la pratica comunicativa di Papa Francesco vada ricercata a partire dagli studi ormai classici sul rapporto tra oralità e scrittura. Un discorso preparato è noioso, perché è un testo concepito nella forma di uno scritto. Questo suona certamente strano per Papa Francesco, uomo “dell’età della pietra”. Sappiamo infatti come la cultura scritta, rispetto a quella dell’oralità, abbia privilegiato la sinteticità, l’analiticità, l’oggettività, il pensiero astratto.
Lo stile del Pontefice si pone invece come uno stile ridondante, capace di comprendere la forza determinante della contestualità — il richiamo all’ermeneutica durante la conferenza stampa nel viaggio di ritorno dal Sud America è stato preciso — e la concretezza. Il richiamo continuo alla concretezza nei suoi interventi, come in quello ai giovani in Paraguay, appartiene al suo stile comunicativo. Infatti, ha scritto nell’Evangelii gaudium, «è pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea».
Del resto è proprio di una cultura orale che la conoscenza non sia mai astratta, ma sempre vicina all’esperienza umana, concreta appunto.
Abbiamo appena affermato che è strano che Papa Francesco abbia uno stile ridondante essendo figlio della cultura del libro, nella quale l’argomentazione muove i propri passi attraverso le subordinazioni rendendo il discorso scritto preciso, ma riducendo inevitabilmente l’empatia con il proprio interlocutore. Tutt’altro che negativa, la ridondanza appare piuttosto come intrinseca esigenza di chi comunica oralmente, chiamato a procedere a velocità pedonale sui sentieri della parola e con un incedere zigzagante, attraverso cioè una frequente ripetizione di ciò che ha già detto. La ridondanza e la ripetizione servono, come è stato osservato, a «mantenere saldamente sul tracciato sia l’oratore che l’ascoltatore».
Quando si parla a una folla bisogna poi mettere in conto che possano sfuggire alcune parole, sia per problemi legati ai sistemi di amplificazione sia per il contesto di ascolto che può portare alla distrazione momentanea. Ecco perché torna a vantaggio ripetere lo stesso concetto anche due o tre volte, come è accaduto nell’incontro con i giovani ad Asunción. Così possiamo dire che assistiamo sempre più spesso a uno straordinario incontro tra un Papa “bisnonno” e migliaia di giovani, in occasioni che generano legami con gruppi molto ampi e contribuiscono a creare il villaggio globale descritto da McLuhan.
Lo stile conversazionale e il dialogo personale che il Pontefice attiva si muovono così, proprio grazie ai suoi interlocutori decisamente più figli della cultura digitale che non tipografica, in una comunità magmatica, fluida e dai contorni aperti. E il dire di Papa Francesco sta avviando la pratica antica del passaparola, comunicazione che a sua volta edifica una riconoscibilità e una stabilità negli interlocutori — vera e propria comunità — innescando una reticolarità basata sul gusto di un ritrovato abbraccio tra umanità e Vangelo.

di Dario Edoardo Viganò

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26 giugno 2019

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