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Francesco e gli operai dell’undicesima ora

· Quando Papa Gregorio IX andò ad Assisi per canonizzare il Poverello ·

(Anticipazione di una sintesi di un saggio che sarà pubblicato nel volume in preparazione Frate Francesco , a cura della Società internazionale di Studi francescani di Assisi (Editrice Scrinium). Si tratta di un’edizione in tiratura limitata che includerà l’inedita ed esclusiva riproduzione in facsimile della lettera di Onorio III Solet annuere per l’approvazione della Regola dei frati minori e degli autografi di Francesco d’Assisi).

Il 4 ottobre Papa Francesco sarà ad Assisi. La sua visita ricorda, in qualche modo, quella che secoli fa un suo illustre predecessore, Gregorio IX, fece alla cittadina umbra (luglio 1228), dove presiedette la cerimonia della canonizzazione di Francesco che Tommaso da Celano narra con dettagliata precisione: il suo racconto è infatti così pieno di particolari che possiamo a buon titolo accordagli la patente di testimone oculare.

Narra infatti l’agiografo che, giunti nel luogo predisposto per la celebrazione, cardinali, vescovi e abati si disposero intorno al Papa; accorsero sacerdoti e chierici, religiosi e religiose, insieme a una folla immensa. Egli descrive con accuratezza non soltanto le diverse fasi della cerimonia, ma anche lo scintillio degli abiti dei prelati, adorni di filamenti e fibbie auree incastonate di perle preziose.

A parlare per primo — annota — fu Papa Gregorio, il quale, dopo aver annunciato «con voce vibrante e affettuosa commozione le meraviglie di Dio», tenne un discorso che trasse esordio da un ben noto passo della Scrittura — «come la stella del mattino tra le nubi e come splende la luna nel plenilunio, e come sole raggiante, così egli rifulse nel tempio di Dio» ( Siracide , 50, 6-7) — «commovendosi fino alle lacrime mentre rievoca la purità della sua vita».

E nella lettera Mira circa nos il Pontefice presentò tutta la vicenda terrena del santo sotto una luce provvidenziale: il Signore — esordiva — non cessa di proteggere la vigna da lui piantata con i doni della sua misericordia, e pure nell’ora undecima invia operai i quali, bonificando il terreno dalle erbacce, dalle spine e dai rovi, potati i tralci superflui, le consentiranno di produrre frutti soavi e saporosi, che saranno riposti per l’eternità, dopo che avranno arso l’empietà e la carità raffreddatasi nel cuore di molti ( Fonti francescane , 2720).

In una situazione di evidente difficoltà per la Chiesa, Gregorio IX puntava così decisamente sui nuovi ordini mendicanti, i cui membri vennero progressivamente caratterizzati, nelle lettere papali, quali operai dell’ora undecima. Nella Mira circa nos , il Pontefice effettuò dunque una scelta di enorme portata ecclesiale, avanzando — seppure ancora in maniera prudente — l’idea che fossero proprio i nuovi ordini mendicanti, e non i grandi ordini monastici dei quali la Sede Apostolica si era fino a quel momento servita per le missioni più delicate e importanti, a costituire la milizia scelta sulla quale fare affidamento per il combattimento che attendeva la Chiesa in un tanto delicato frangente storico, all’approssimarsi della fine e del futuro giudizio.

Il grande disegno del Pontefice assegnava dunque agli ordini mendicanti un compito di primaria importanza. Elemento qualificante della vita di Francesco diventava così la sua predicazione, ricca di semplicità, ma che aveva il potere di risanare e fecondare, come l’acqua che Ezechiele vide uscire dal Tempio verso Oriente e che faceva rivivere quanto lambiva (Ezechiele, 47, 1-12). In tal modo il Pontefice offriva all’ordine dei minori un chiaro modello di riferimento al quale ispirare la propria azione per condurre in porto la progettata riforma ecclesiale.

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