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​Francescani di Bosnia

· ​Nei dieci racconti di Ivo Andric ·

Frati francescani impegnati nel quotidiano confronto e scontro con i turchi — aiducchi, giannizzeri, briganti di ogni sorta, nonché le più alte cariche politiche dell’impero ottomano — nello scenario politico della Bosnia del XVIII-XIX sono i protagonisti dei Racconti francescani del premio Nobel Ivo Andric (a cura di Luca Vaglio, Roma, Castelvecchi editore, 2017, pagine 185, euro 17,50). Dieci racconti che disegnano una realtà complessa e ricca di contraddizioni in una terra da sempre oggetto di lotte e contese. E che, soprattutto, testimoniano l’aspetto multiculturale e multietnico della regione balcanica che spoglia le culture e le religioni delle loro peculiarità costringendole ad accogliere l’altro, il diverso, il barbaro, in una originalissima forma di sincretismo.
I racconti si possono dividere in due capitoli: il primo, con protagonista fra Marko, e il secondo dominato dalla figura di fra Petar. Sullo sfondo, il convento francescano di Kresevo e le comunità locali nei dintorni di Sarajevo. 

Il convento francescano di Kreševo

Quello di fra Marko è un ritratto mirabile di estrema umanità, devozione all’Ordine e a Dio, amore per il prossimo. Il suo animo e la forza della sua fede ci appaiono dal suo agire, in netto contrasto con l’immagine che nel primo racconto, Nella musafirhana, ne offre il narratore. Sotto la protezione di uno zio vescovo, Marko sembra non avere nessun merito nel convento, testardo e ottuso, scurrile nel linguaggio, pronto all’ira e alla violenza. Incompreso, emarginato e il più delle volte deriso dai compagni quando prova ad aprirsi con loro, è stato relegato a occuparsi della musafirhana — una casa che ospita gratuitamente i viaggiatori, prevalentemente turchi — e del lavoro dei campi.
Il lettore viene rapito da questo frate goffo e genuino che, nei racconti a lui dedicati, lotta con tenacia e convinzione per portare il messaggio evangelico negli animi più corrotti, per indurre al pentimento briganti che si sono macchiati di peccati inenarrabili; per insegnare agli infedeli la misericordia di Dio. I suoi confratelli, fermi all’apparenza, non hanno saputo vedere in lui concretizzarsi il primo dei comandamenti, amare il prossimo, soprattutto amare i propri nemici. Per fra Marko l’incontro con i peccatori è fonte di estremo turbamento, non riesce a capacitarsi di come sia possibile allontanarsi «dalla strada bella e ampia che conduce a Dio». Il suo animo, tutt’altro che rozzo, si ritrova sovente a riflettere sul conflitto tra bene e male, sulla brevità della vita, sul confine sottile che separa il cielo e l’inferno. E parla con Dio. L’uomo che mangia polvere dal mattino alla sera, vive l’esperienza mistica dell’estasi e «parla liberamente con Dio stesso». La sua figura spicca tra frati indifferenti e turchi ubriaconi e assassini. Una estraneità mai ricomposta tra Marko e la sua comunità, questo il triste epilogo del ciclo di racconti a lui dedicati.
Fra Petar è il protagonista del secondo gruppo di racconti. Al contrario di fra Marko, sempre in attività, è costretto a letto dalla malattia. La sua stanza è piena di oggetti, orologi soprattutto, che riempiono la parete e l’aria con il loro ticchettio. E armi, nelle quali aveva una estrema abilità, tanto da guadagnarsi il nome di armaiolo. Se le parole di fra Marko, anche quando vengono pronunciate, non lasciano alcuna impressione in chi lo ascolta, quelle di fra Petar hanno il grande dono di dire più di quanto effettivamente raccontato. È un affabile narratore, e in questa veste lo leggiamo, mentre racconta a un anonimo interlocutore storie del suo passato. Fra Petar non è un semplice collezionatore. Egli riceve in eredità oggetti che hanno una storia, che lui custodisce e tramanda. Ora che è vecchio e malato, quei battiti d’orologio, quelle pareti intrise di storia, rappresentano tutto il suo mondo.
Le sue storie fra Petar le regala generosamente al suo giovane visitatore, come anche gli oggetti, affinché non muoiano con lui ma continuino a vivere. L’anziano frate ama raccontare storie struggenti e violente, come quella del crudele Čelebi Hafiz che si impadronì con la violenza di tutta la Siria e cadde vittima dell’amore bugiardo di una donna fino a diventare muto tronco, ma non disdegna di sottolineare momenti comici che si presentano anche nelle situazioni più drammatiche. È il caso del tentato matrimonio del frate con una prostituta combinato per gioco da un brigante che, cacciato da Sarajevo, teneva in ostaggio contadini e viaggiatori in una locanda presso Visoko.
A spezzare la tensione narrativa dei due cicli di racconti, Andrić inserisce sapientemente la buffa disavventura occorsa a fra Stjepan quando una contadina gli si infila nel letto e, nell’ultima novella, fra Serafin, amante del bere, del cibo, anima dei banchetti con le sue facezie e arguzie che rapiscono tutto l’uditorio.
L’essenza dei racconti si trova forse ne La coppa. Il titolo si riferisce a una coppa che fra Petar custodisce nella sua stanza e che era appartenuta a fra Nikola Granić. Costui rappresenta il perfetto connubio tra mondo ottomano e cristiano; sa parlare turco, fuma la pipa turca. E ama bere da una grande coppa veneziana. Dalle sue parole intuiamo l’eccezionale peculiarità dell’Ordine francescano in Bosnia e da lui ascoltiamo la lezione impartita ai suoi confratelli a non vivere con tormento la dualità della loro natura, a non scappare dalle contraddizioni balcaniche, ma ad accettarle e a lasciarle convivere pacificamente nel proprio animo.

di Angela Mattei

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14 novembre 2019

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