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Frammenti cresciuti nel tempo

· ​Le tre case di Pablo Neruda in Cile ·

«Gli abitanti di questa terra prendono il nome dal vento freddo, anche se non violento, che viene dalle Ande». Così, con un clamoroso errore che collegava il nome dei cileni all’inglese chilly, una cartina del globo datata 1698 a firma di monsignor Ledaghin spiegava l’origine del nome di questo popolo. La mappa — affascinante nei suoi tanti errori — domina lo studio di Pablo Neruda a Valparaíso, cittadina della costa cilena, effettivamente celebre per il vento che implacabilmente la sferza. 

La stanza è all’ultimo piano di una delle tre case cilene del poeta, divenute musei gestiti dalla fondazione omonima, che recentemente, revisionando gli archivi del premio Nobel per la letteratura 1971, ha ritrovato in alcune scatole ventuno poemi inediti, da poco pubblicati. 

Uno scorcio della casa a Isla NegraVisitare le case è prezioso per chi voglia entrare ancor più nella produzione poetica di Pablo Neruda. Ciascuna con il suo tratto, infatti, le abitazioni trasmettono il profondo attaccamento del poeta per la quotidianità spicciola, quell’attenzione per i dettagli che trabocca nella poesia di un autore divenuto celebre anche per la sua capacità di mettere in versi il popolare e l’umile, esaltando i segreti della semplicità. 

Perché la vita è questo: mutevole, cresce nel tempo e dal tempo è cambiata. Così le tre case di Neruda — Isla Negra, Santiago e Valparaíso — sono abitazioni, non finite perché continuamente rimaneggiate, in grado di crescere nel tempo. In orizzontale o in verticale, si sono espanse negli anni come avviene alla marea e alle esistenze di persone e popoli.
Per Neruda, l’arte del costruire non è legata a un progetto, ma alle immagini indotte da ciò che le pareti si trovano attorno: una luce, uno scorcio, un oggetto “necessitanti” il supporto di un ambiente. Se è soprattutto il mare a farla da padrone — anche nella casa di Santiago, la sola a non trovarsi sull’Oceano — è attorno all’enorme cavallo di legno che viene costruita una stanza nell’abitazione di Isla Negra. Lo spazio è manipolabile e inventabile a piacimento: la casa non si modifica all’interno, ma si estende man mano che crescono esigenze e bisogni.
La prima a essere acquistata e “convertita” fu quella a Isla Negra, su un promontorio spazzato dal vento a picco sul Pacifico. È il 1937 quando, appena tornato dall’Europa, Neruda inizia a cercare un posto in cui scrivere quello che sarebbe diventato il suo Canto General, grande libro sulla storia e sulla natura americana. «Il vento selvaggio di Isla Negra insieme con i tumultuosi movimenti dell’Oceano mi ha permesso di cedere all’avventura di questa nuova opera» dirà poi.
Rispondendo all’annuncio su un quotidiano, Neruda scopre questa piccola casa, circondata da un terreno di più di 5000 metri quadrati, in una caletta di pescatori quasi deserta, rimanendo folgorato dalla spettacolare vista sul mare. Acquistatala dal marinaio spagnolo Eladio Sobrino nell’inverno del 1943, il poeta comincia ad apporvi la prima serie di aggiunte, proseguite nel tempo fino al 1965, con l’aiuto dell’architetto catalano Germán Rodriguez Arias prima e poi con quello dell’architetto, e amico, Sergio Soza. Nei continui raccordi tra le varie parti, in orizzontale «la casa stava crescendo, esattamente come le persone, come gli alberi». L’abitazione non si distingue facilmente dalle altre che affacciano sul mare. Per trovarla occorre domandarne l’ubicazione, non ci sono indicazioni stradali che ne segnalino la presenza: i cileni non ne hanno bisogno, tutti sanno dov’è.
Costruita con legno e pietra intervallati da grandi finestre rettangolari che si affacciano sul Pacifico, la casa ha un interno organizzato linearmente in compartimenti a cui si accede passando da una stanza all’altra. L’acustica della camera da letto culla il visitatore con il mormorio della risacca delle onde che s’infrangono contro le rocce, mentre lo studio amplifica il rumore della pioggia, raccolta sul tetto. Come nelle altre abitazioni, gli spazi custodiscono frammenti raccolti nel tempo: vetrerie, piatti, calici, orci, velieri in bottiglia, fotografie di Baudelaire, Majakovsky e García Lorca, una sterminata collezione di conchiglie, un’enorme cannocchiale newtoniano, un mappamondo del Settecento, mentre numerose polene di navi volteggiano sospese al soffitto o appese alle pareti. Una appartenuta al veliero di Francis Drake. 

dalla nostra inviata a Santiago, Giulia Galeotti

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25 marzo 2019

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