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Fragili appigli di normalità

· Dal teatro al grande schermo «La pecora nera» di Ascanio Celestini non perde intensità ·

«Se si leva il camice diventa matto pure lui». Sta in questa frase, detta da uno degli ospiti dell'indefinibile istituto per malati di mente di un'anonima periferia della capitale, la chiave di lettura del bel film di Ascanio Celestini La pecora nera. Si è matti perché malati o perché rinchiusi? E i malati stanno dentro o fuori? Difficile dirlo seguendo le vicende di Nicola, che ha trascorso trentacinque anni della sua vita in un manicomio senza sapere bene se fosse un ricoverato, un inserviente o un ospite non meglio identificabile.

Forse il ricoverato è l'altro Nicola (un bravissimo Giorgio Tirabassi), quasi inseparabile amico e alter ego del protagonista (interpretato da Celestini). La persistente voce narrante di quest'ultimo cerca, tra il continuo accavallarsi di passato e presente, fragili appigli di normalità. Una normalità che però si sgretola tra giochi di parole e ridondanti filastrocche, lunghi monologhi dietro i quali si celano non di rado pungenti giudizi sul mondo.

Nicola, che è nato nei «favolosi anni Sessanta», come ripete in uno dei tanti tormentoni, è finito da bambino in quello che chiama indifferentemente «manicomio elettrico» e «condominio dei santi», dove il dottore «è il più santo di tutti». Il luogo lo conosceva già: c'era ricoverata la madre. In realtà ne prende inconsapevolmente il posto quando, coinvolto senza colpa in un assassinio dai fratelli, viene accusato da questi, e dal padre, di inventarsi le cose. La fantasia del resto non gli difetta. Ne dà dimostrazione parlando, per esempio, dell'anziana nonna — «nata vecchia, vestita da vecchia e che era vecchia già negli anni Sessanta» — con la quale vive prima di finire in istituto, oppure a scuola, dove s'innamora, non ricambiato, di una compagna di classe. La stessa che poi ritrova, adulto, a vendere caffè nel supermercato in cui va a fare la spesa accompagnato dalla suora che gestisce l'istituto. Un incontro che fa riaccendere una lampadina da tempo fulminata, forse dopo il primo elettroshock.

Il mito dei favolosi anni Sessanta — che peraltro nel bambino divenuto uomo si identifica in insignificanti oggetti dal valore simbolico del tutto personale — si sgretola di colpo, come le inconsistenti ma non meno vere certezze sulle quali Nicola ha costruito la sua normalità. La realtà, che non gli è mai apparsa poi così diversa da quella vissuta nel chiuso dell'istituto, diventa di colpo distante, e il confine più marcato. Anche se poi chi può dire se la verità sta fuori, oltre quei cento cancelli che, in una ricorrente barzelletta raccontata dal protagonista, due matti cercano di scavalcare per fuggire, rinunciando dopo aver superato il novantanovesimo perché ormai stanchi.

Presentato in concorso a Venezia con un inatteso successo di critica e di pubblico, La pecora nera colpisce per il linguaggio affabulatorio e la sensibilità con la quale racconta la realtà della malattia psichiatrica e, più ancora, le incongruenze dell'istituzione manicomiale.

Sempre in bilico tra realismo e poesia, mescolando fantasia e realtà Celestini mostra un mondo dalle mille sfaccettature, incongruente, surreale, ma ricco di un'umanità che la malattia non annulla, almeno non del tutto. Il racconto non cede mai alla tentazione del pietismo; si parla del dolore con sensibilità. La stessa denuncia dell'istituzione manicomiale non è preponderante, ma lasciata scorrere in sottofondo, e non per questo è meno efficace.

Ambientato in parte nel 1978, il film non parla della discussa legge 180, e non si attarda a descrivere il manicomio come luogo criminale perché vi si compiono violenze. Per Celestini, che sceglie di raccontare dal basso, è criminale l'idea stessa di simili istituzioni. Di questo parlava anche l'omonimo spettacolo teatrale — frutto di tre anni di interviste a persone rinchiuse in manicomio — che dal 2005 l'attore e regista sta portando in giro per l'Italia, diventato poi un libro (con allegato dvd). Trasferendo quello spettacolo sul grande schermo, Celestini ha giocato d'azzardo. Ma la scommessa l'ha vinta. Perché La pecora nera cinematografica non è una semplice trasposizione del testo teatrale. È un film vero, certamente con delle pecche, ma sincero, senza ipocrisie.

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29 gennaio 2020

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