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Fra ricerca della verità e militanza

· Esegesi femminista del XX secolo ·

Il titolo del libro — L’esegesi femminista del XX secolo (il Pozzo di Giacobbe) — promette bene e la curatrice è un nome che dà fiducia: Elisabeth Schüssler Fiorenza, una delle prime studiose femministe delle sacre Scritture, che con la sua ricerca ha fatto riemergere dalla dimenticanza le donne, presenti in abbondanza e in ruoli importanti, nel primo cristianesimo. E poi, guardando l’indice, l’apertura mondiale e interreligiosa sembra fatta apposta per rendere conto, nella sua complessità, di quella rivoluzione culturale femminile che ha cambiato in modo irreversibile le maniere di intendere la fede cristiana, anche se molti non se ne sono ancora accorti. Perché lo sguardo femminile non si è limitato a scoprire la presenza delle donne, che quasi sempre era passata inosservata, ma è riuscito in molti casi a far scoprire nuovi e più ricchi significati nei testi sacri, validi per tutta la comunità dei credenti.

Miniatura dai Cantici  di Rothschild c. s. XIII/XIV

Ma se si avanza nella lettura ci si accorge che di tutto ciò in questo libro non c’è traccia. Dei risultati del lavoro di ricerca delle donne si parla poco o niente, perché il femminismo è declinato quasi sempre ed esclusivamente in senso politico, in quanto — come scrive la curatrice nell’introduzione — la prima finalità delle esegete deve essere quella di affrontare «le questioni del potere, dell’esclusione e del dominio», individuate nel «kyriarcato», cioè il sistema progressivo di dominazioni.

L’interpretazione deve essere dunque finalizzata a un immediato risultato politico: «far sì che le donne e le altre non-persone possano raggiungere una piena cittadinanza nella religione e nella società e ottenere pieno accesso ai poteri decisionali». Finalità certo ampiamente condivisibili, ma siamo proprio sicuri che per attuarle la via giusta sia «indagare su come le Scritture vengono ancora usate per giustificare il dominio e lo sfruttamento»? Siamo sicuri che l’atteggiamento giusto sia quello di Andre Lorde, citata nell’introduzione, che invita a usare gli strumenti analitici accademici per «smantellare la casa del padrone» invece di guadagnare più spazio nel «museo del padrone»? Siamo sicuri che, come scrive Mary Daly, se alla Bibbia si togliessero le parti sospettate di ideologia patriarcale, «forse ci sarebbe materiale salvabile a sufficienza per comporre un opuscolo interessante»?

Si tratta indubbiamente di un’ottica un po’ limitata, che non rende giustizia al grande lavoro di esegesi delle donne nel Novecento. Il punto di vista femminista dal quale Schüssler Fiorenza parte, e con il quale misura il lavoro delle studiose, è infatti modellato su una ideologia politica così militante da risultare ristretto e monotono. Il fatto che poi, a partire dagli anni ottanta, al punto di vista femminista si debbano aggiungere, a suo dire, quelli anticoloniale e omosessuale, per arrivare a eliminare ogni forma di ingiustizia nel mondo, fa capire come l’ideologia abbia decisamente preso il sopravvento sul lavoro scientifico.

Ed è un vero peccato, perché l’occasione era straordinaria, così come i mezzi impiegati per coinvolgere esegete da tutto il mondo. Ma si pone subito il problema della selezione delle studiose prese in esame: non sono state scelte le più interessanti, le più note e lette, quelle che hanno influenzato la cultura laica e cristiana del secolo, ma solo quelle che corrispondono alle caratteristiche di militanza enunciate dalla curatrice.

Lo rivela con chiarezza Mercedes Navarro Puerto, a cui spetta il compito di fare una relazione sull’esegesi femminista nell’Europa meridionale. La studiosa spagnola inizia dicendo che in quella parte del mondo le studiose «non sono femministe e non hanno intenzione di diventarlo» anche se, deve ammettere, spesso «usano una prospettiva femminile nello studio della Bibbia». Ma evidentemente non hanno il diritto di essere menzionate, anche se autrici di libri importanti e famosi.

Vediamo così nella sua rassegna l’assenza, per limitarsi alla Francia, di figure come Anne-Marie Pelletier, premio Ratzinger nel 2015, e Marie Balmary, i cui libri di interpretazione della Bibbia sono stati tradotti in nove lingue, così come la protestante Lytta Basset, anch’essa autrice di best seller biblici. Ma, certo, si tratta di donne che si sono impegnate a interpretare da un punto di vista femminile i testi sacri, senza brandirli come prova della dominazione patriarcale. Perché probabilmente hanno studiato la storia e l’antropologia — non solo quelle del periodo in cui è sorto il cristianesimo — e quindi sanno che la colpa dell’emarginazione delle donne non è da cercarsi solo nella Bibbia.

E magari si sono anche accorte che, nonostante tutto, nei secoli la Chiesa ha permesso l’affermazione di figure femminili di primo piano, che hanno interpretato e vissuto il messaggio cristiano in modo originale e spesso rivoluzionario. Donne che si sono accorte del potente messaggio femminista che predicava Gesù, e l’hanno testimoniato con le parole e l’esempio. Donne che adesso inorridirebbero se sapessero che questa evidenza non si può più affermare, perché si rischia di essere accusati di antisemitismo, di ideologia coloniale nei confronti degli ebrei… Così almeno affermano i saggi del libro opera di un gruppo di studiose ebree, con il consenso della curatrice: ancora una volta, l’ideologia prevale sulla realtà. Del resto, alcune autrici, come Daphne Hampson, sono arrivate in nome dell’ideologia ad affermare che bisogna abbandonare le religioni bibliche, essenzialmente patriarcali, perché non contribuiscono all’emancipazione delle donne.

Quasi tutti i commenti inoltre si limitano a un’analisi testuale, astraendosi da un serio studio del contesto sociale nel quale sono stati scritti e trasmessi. Questa lettura limitata emerge soprattutto nel saggio che ricostruisce le varie interpretazioni del Corano, prodotto di ricercatrici musulmane che operano all’interno dell’accademia statunitense. In sostanza, queste studiose evocano il contesto culturale dell’Arabia del VII secolo per spiegare tutto ciò che va contro le donne, mentre interpretano i versetti passibili, secondo loro, di una tensione verso l’uguaglianza fra i sessi, solo dal punto di vista testuale. Affermando cioè che il maschile, secondo la grammatica araba, ha valore universale e quindi comprende anche il femminile: ma siamo sicuri che lo pensassero anche gli arabi del VII secolo?

Molti saggi di ricercatrici africane e asiatiche, critiche nei confronti di un punto di vista coloniale, presentano con favore il sincretismo. Infatti, lo considerano come «sintesi dell’esperienza spirituale che è presente da secoli e di cui non è stata riconosciuta la validità», in particolare il culto della divinità femminile.

Ha però ragione Marinella Perroni, che pure denuncia la lentezza del mondo latino nell’assimilare la ricerca statunitense, a sottolineare che da parte di quest’ultima non si è verificata alcuna apertura alle studiose europee. E ricorda come da parte delle americane non è stata neppure presa in considerazione la dichiarazione della Commissione biblica internazionale del 1993 che, fra gli approcci ermeneutici, includeva anche quello femminista.

Le parole della ricercatrice italiana mettono il dito nella piaga: da tutto il libro emana un sentore di autoreferenzialità, perché non c’è nessun interesse, nessuna apertura nei confronti delle molte studiose che, nel mondo, stanno lavorando in un senso femminista meno ideologico, e forse più sostanziale. Queste autrici vengono infatti talvolta menzionate come «conservatrici» o peggio «complementariste», e di loro viene deprecata la cattiva abitudine di scrivere e pubblicare. E si tratta di studiose le quali, anche se da un punto di vista femminista, continuano a interrogarsi sulla verità, per sé ma anche per tutta la Chiesa.

Le studiose presentate in questo libro appaiono invece chiuse nel loro mondo, disinteressate a qualsiasi forma di dibattito e di confronto con altre donne che si sentono femministe. E che stanno lavorando e lottando nella Chiesa con modalità diverse dalle loro. Così facendo non fanno che confermare l’idea che della ricerca femminista si era fatto Joseph Ratzinger quando scriveva che l’esegesi femminista «non si interroga più sulla verità, ma soltanto su ciò che può servire a una prassi». Invece ogni cristiano, ogni credente, che sia uomo o donna, non può fare a meno di interrogarsi continuamente sulla verità, senza per questo rinunciare a tutti gli strumenti intellettuali di analisi di cui può disporre.

In sostanza, questo non è solo un libro che delude, ma è un testo che danneggia la causa delle donne nella Chiesa. Perché conferma tutti i peggiori stereotipi, diventando quindi facile strumento di accusa nelle mani di chi vuole impedire l’accesso delle donne in tutte le occasioni in cui si decide del futuro del cristianesimo.

di Lucetta Scaraffia

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17 ottobre 2019

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