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Fra realismo e astrazione

· ​«Les innocentes» della regista francese Anne Fontaine ·

Polonia, 1945. Alla fine della guerra Mathilde Beaulieu (Lou de Laâge), una volontaria della Croce Rossa francese, viene mandata ad assistere i superstiti dei campi di concentramento tedeschi. Ma qui viene a conoscenza di un fatto sconcertante. 

Alcune suore di un vicino convento stanno portando avanti delle gravidanze in seguito alle violenze subite da soldati russi. L’assistenza medica diventerà presto amicizia, soprattutto nei confronti di suor Maria (Agata Buzek). Con quest’ultima, Mathilde cercherà anche di contrastare la madre superiora (Agata Kulesza), convinta del bisogno di tenere segreto quanto avvenuto per evitare uno scandalo. Persino a costo della sicurezza o della vita dei piccoli. Lo scirve Emilio Ranzato aggiungendo che basta dare un’occhiata al soggetto di questo Les innocentes per capire quanto la regista francese Anne Fontaine e i suoi quattro cosceneggiatori abbiano rischiato davvero grosso. Camminando per due ore su un crinale oltre il quale da una parte c’è il cattivo gusto e dall’altra il buonismo più ambiguamente consolatorio, o quanto meno il film a tesi. Ma riuscendo a conti fatti nell’impresa di non scivolare mai né da una parte né dall’altra. E firmando di conseguenza quello che è forse il più bel film ambientato fra le mura di un convento, se si esclude Thérèse (Alain Cavalier, 1986), che però parlava soprattutto di una santa, Teresa di Lisieux.

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13 novembre 2018

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