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Fra i ragazzi
con lo stesso sogno

· ​Le conclusioni del convegno diocesano di Roma ·

Oggi, lunedì 18 settembre, si è chiuso a Roma il Convegno pastorale diocesano annuale, aperto il 19 giugno da Papa Francesco, dal titolo «Non lasciamoli soli. Accompagnare i genitori nell’educazione dei figli adolescenti». Nella basilica di San Giovanni in Laterano l’arcivescovo vicario generale, incontrando in mattinata il clero, ha illustrato le conclusioni e gli orientamenti — di cui pubblichiamo alcuni passaggi — frutto dei risultati dei laboratori svolti nelle prefetture e della riflessione condivisa con il Consiglio episcopale. In serata il vicario vedrà gli operatori pastorali delle parrocchie e le varie realtà ecclesiali. Intanto, martedì scorso, è stata annunciata la nomina del vescovo ausiliare Gianrico Ruzza a segretario generale del Vicariato di Roma. In questi giorni sono stati inoltre designati venti nuovi viceparroci.

Casey Matthews «Lessico della giovinezza»

È bello rileggere insieme questo brano degli Atti (20, 7-12), sentire come esso illumini quanto abbiamo vissuto nel convegno di giugno scorso. L’episodio avviene a Troade, nel primo giorno della settimana, quando la comunità si riunisce «nella stanza al piano superiore» per spezzare il pane e ascoltare la Parola di Dio annunciata da Paolo. È una comunità degli inizi, piccola e piena di entusiasmo, capace di ascoltare la Parola per tutta la notte, finché non spunta l’alba, approfittando fino all’ultimo della presenza dell’apostolo. Tutta la stanza è illuminata da molte lampade: è un bel simbolo della luce della Parola e della fede di tante persone che si lascia illuminare da essa. Si direbbe che questa comunità è una “vergine saggia”: ha con sé l’olio, ha la lampada accesa. È pronta alla partenza dell’apostolo e a continuare senza di lui il suo cammino. 

Non si è accorta però di un particolare. I ritmi di questa comunità, la sua fede luminosa e adulta, non vengono retti dal giovane Eutico. Egli sta alla finestra e, mentre Paolo continua senza sosta la sua omelia, preso da profonda sonnolenza, precipita giù. È un’immagine vera di quello che stiamo vivendo oggi: mentre la nostra comunità cristiana, in questa ricchissima e faticosa stagione postconciliare, riscopre con gioia la centralità dell’incontro con il Risorto, dell’ascolto della Parola di Dio, la bellezza del celebrare insieme spezzando il pane eucaristico nella fede e nella carità fraterna, proprio la componente giovanile delle nostre comunità si è lentamente spostata alla finestra, sviluppando un senso di estraneità nei confronti della comunità cristiana e si è addormentata. Forse, come Paolo, abbiamo parlato troppo di cose che poco avevano a che fare con la vita del giovane Eutico, per cui non lo abbiamo aiutato a percepire che la luce era anche per lui; forse ci è mancata l’empatia e non ci siamo accorti di quello che Eutico provava, di quanto la sua giornata, magari vissuta in solitudine, fosse stata pesante e faticosa; forse non siamo stati bravi ad accorgerci che anche Eutico aveva qualcosa da dire, delle domande da fare, che lo avrebbero aiutato a entrare nel mistero “a modo suo”, a personalizzare l’annuncio che ascoltava.
Così Eutico, tra lo sconcerto di tutti, cade giù e muore. È con tristezza enorme che vediamo tanti giovani delle nostre città, proprio perché nei loro percorsi di crescita ormai il vangelo è per lo più assente, appiattirsi sulla mediocrità, perdere la capacità di sognare, rinchiudersi nell’individualismo, rimanere soli e senza parole rispetto ai grandi drammi della vita. Senza il Signore la vita dell’uomo non è più la stessa: si può essere giovani ed essere “vecchi dentro”, forse persino “morti dentro”. Per questo il gesto di Paolo è esattamente quello che noi, comunità cristiana, siamo chiamati ad attualizzare: lasciare tutte le altre occupazioni, scendere al piano terra, lì dove si trova il giovane Eutico esanime, buttarci addosso a lui per abbracciarlo e ridonargli la vita dello Spirito.
Anche verso i genitori il nostro obiettivo è il medesimo: aiutarli a riscoprire la loro vocazione paterna e materna, la bellezza di un amore di donazione che li rende simili a Dio, la luminosità del gesto di chi muore un po’ perché l’altro, il figlio, possa avere vita. Vogliamo aiutare i papà e le mamme a riscoprire che la fede in Gesù e la relazione con lui sostiene e dà forma anche al proprio modo di essere genitori. C’è un rischio reale davanti a noi: che non cogliamo fino in fondo la svolta epocale che stiamo vivendo. Il Signore ci sta parlando attraverso la voce di questi giovani, nostri figli: trasmettere a loro la fede richiede un ripensamento profondo non solo delle iniziative di pastorale giovanile, ma del nostro essere Chiesa.

di Angelo De Donatis

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18 agosto 2019

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