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Fra i piccoli che non hanno voce

Pubblichiamo uno stralcio dal libro di Beatrice Alamanni De Carrillo, Ahora y aquí (Trento, Il Margine, 2017, pagine 287, euro 16) in cui racconta la sua vita in El Salvador in difesa dei diritti umani.

«Vedevo morire i bambini di leucemia con le scarpe sopra il letto e nella mano pochi centesimi». È una delle immagini del «suo» popolo che Beatrice si porta nel cuore per sempre, e che rimangono scolpite anche in noi quando ascoltiamo i suoi racconti. Due sandaletti per l’ultimo tratto di strada della loro breve esistenza: glieli hanno lasciati mamma e papà, costretti dalla miseria a congedarli così, per mai più rivederli, sulla soglia dell’ospedale. «Le scarpe — fa notare Beatrice — sono preziose per chi va sempre scalzo in viottoli impervi e sassosi».

Beatrice Alamanni De Carrillo durante una festa organizzata il 6 maggio 2006 dagli abitanti della comunità di San Lorenzo per celebrare l’ordinanza del ministero dell’ambiente  che portò alla sospensione dello sfruttamento indiscriminato e illecito del fiume Angue da parte di alcune imprese edili (foto dalla copertina del libro)

L’impatto con la povertà e la sofferenza di El Salvador venendo dalla Torino solida ed elegante degli anni Sessanta l’ha costretta a un’inversione di marcia, che non è stata indolore — nel libro si parla di «dura conquista» — ma che in seguito le si è rivelata essere un dono provvidenziale. Forse tale pensiero glielo ha suggerito anche il suo amato Manzoni, una delle letture della giovinezza che lei non ha mai dimenticato, ma poi l’accelerazione è venuta dall’incontro con figure straordinarie di martiri e santi salvadoregni.
La giustizia — è una profonda convinzione di padre Ignacio Ellacuría, che è stato maestro di vita, guida spirituale, amico carissimo di Beatrice — non è solo subordinata alla fede: appartiene invece a essa, a tal punto che non si ha una fede cristiana integrale se non si praticano le opere della giustizia. Questo dono va però fatto crescere nell’umiltà, perché non si arrivi ad appropriarsi delle personali virtù: perché ci si lasci realmente convertire dai piccoli del Regno e si cammini con loro. Le tentazioni del potere, dei riconoscimenti sociali, di una conduzione paternalistica del fare il bene sono sempre in agguato. Consapevole di quanto sia difficile rivestirsi di umiltà anche quando si lavora per la giustizia, per la verità, l’onestà, l’agape, Beatrice ritorna spesso nelle sue conversazioni su questa virtù, la cerca e l’apprende nei testi a lei più cari come l’Imitazione di Cristo, «fonte di disciplina interiore», che sta a fianco di opere complesse di filosofia e di diritto: quelle della sua instancabile attività professionale e politica quale avvocato, docente universitaria e preside di facoltà, consulente di diritto di fama internazionale, procuradora para la defensa de los derechos humanos per due mandati, durante i quali si è occupata di questioni impegnative e pericolose come l’assassinio di monsignor Romero, avvenuto nel 1980, e quello di altre otto persone nel 1989: padre Ignacio Ellacuría e i confratelli gesuiti dell’università cattolica di San Salvador, la collaboratrice domestica della comunità religiosa e sua figlia quindicenne.
Di tutto questo si racconta nel presente libro, che di certo Beatrice, restia a ogni protagonismo, non avrebbe mai scritto di sua iniziativa. Esso, infatti, si è formato gradualmente nel lungo dialogo che siamo riuscite a costruire a distanza — non senza qualche difficoltà ma anche crescendo nel frattempo in intensa amicizia — e grazie ai preziosi suggerimenti e apporti degli amici del Margine, in particolare di Vincenzo Passerini. Ne è scaturito il racconto di un lungo tratto di vita di Beatrice in El Salvador (dal 1968), nel quale però — e vorrei con questo ancora una volta rassicurarla, conoscendo le sue esitazioni — al centro non è lei ma, in fedeltà all’ahora y aquí che le ha insegnato padre Ellacuría, quel «suo» popolo que no tiene voz: le donne salvadoregne, i bambini, i giovani abbandonati a se stessi che trovano accoglienza nelle organizzazioni criminali, i lavoratori delle maquilas (catene di montaggio), gli anziani privi di pensione, i carcerati, i mojados (migranti clandestini e senza documenti); al centro è il pulgarcito de las Américas (il pollicino d’America).

Il pollicino di tutta quella parte del mondo che soffre e spera: un paese che con un livello di corruzione e violenza tra i più elevati sul pianeta assiste oggi, smarrito, al deteriorarsi dello sforzo democratico volto a costruire, dopo undici sanguinosi anni di guerra civile, le fondamentali garanzie della convivenza; ma un paese che con quelle stupende figure di martiri, la cui vita ha parlato e continuerà a parlare ovunque, custodisce anche, nelle profondità della sua terra, un lascito prezioso e tenace, un seme sempre vitale non disposto a cedere al male che si oppone al suo aprirsi e fiorire.

di Paola Paganuzzi

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20 ottobre 2019

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