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Fotogrammi dal backstage

· Un viaggio nella memoria ·

Pubblichiamo l’introduzione al libro «RockLive. Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock» (Milano, Mondadori, 2019, pagine 272, euro 18) firmata dall’autore del libro, giornalista musicale, conduttore radiofonico ed ex direttore della rivista «Rockstar». Direttore artistico di numerosi festival e rassegne, si definisce anche “narrattore”, da quando porta in scena spettacoli in cui racconta aneddoti e storie tratte dalla storia del rock. È cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana.

Massimo Cotto in uno dei suoi spettacoli teatrali dedicati alla musica

Il palco è la sentenza di Cassazione del rock. L’ultimo grado di giudizio. Inappellabile. Il luogo dove si comprende, al di là di ogni ragionevole dubbio, se un artista è innocente davanti all’Arte o colpevole del più efferato dei crimini: fingere di avere stoffa quando molto se non tutto, invece, è plastica.

Nella mia vita ho visto migliaia di concerti. Alcuni brutti, altri terribili, immeritevoli persino di essere citati o recensiti. Quelli belli — la maggior parte — mi hanno trasmesso la sensazione che ciò che avevo visto e sentito non era semplice rappresentazione ma frammento di vita. In alcuni casi è accaduto qualcosa di più e di diverso: sono tornato a casa convinto che il rock non morirà mai, perché quello a cui avevo assistito era l’eterna, meravigliosa cerimonia di una messa profana dove il celebrante e i fedeli si accostavano insieme ai sacramenti.

Questo libro è, in parte, la storia di tutte le volte in cui, in un concerto, ho avuto la percezione netta che il rock può ancora salvare e salvarmi la vita. Non è, quindi, un condensato dei concerti più belli di sempre o dei migliori a cui ho assistito. Nelle prossime pagine trovano posto quegli spettacoli, quei momenti, quegli atomi di tempo in cui, per dirla alla John Belushi, ho visto la luce.

Chi ama il rock sa che certe cose non si possono spiegare, perché il rock è condivisione. Se tu analizzi un concerto con lo stesso spirito critico con cui ti rivolgi ad altre espressioni artistiche, fallisci. Perché il rock è uno dei pochi luoghi dove l’imperfezione non può essere sacrificata sull’altare della perfezione, a patto che abbia cuore e polmoni. Un critico teatrale o cinematografico, un giornalista che si accosti alla lirica, a un balletto o a un concerto di musica classica dovrà osservare determinati parametri, che sono fatti di tecnica, paletti e perizia. Il rock è quel posto delle fragole che trasforma in punto di forza ciò che per altri è un limite, perché appartiene a te e a un intero popolo di appassionati. Altrove conta solo la bravura, nel rock anche la capacità di emozionare e di trasmettere una personale verità che si cela dietro canzoni apparentemente semplici.

Quello che state per leggere, dunque, non è solo il racconto di concerti magici che ho visto negli ultimi quarant’anni in giro per il mondo. È qualcosa di più, e di più importante per me, perché ogni concerto diventa il punto di partenza per un viaggio nella memoria dove trovano posto aneddoti, storie, fantasmi, ricordi, emozioni, parole. Ho avuto la fortuna di potermi muovere davanti e dietro al palco, di avere accesso ai camerini e alle stanze d’hotel, agli aftershow più esclusivi, di intervistare le rockstar prima o dopo lo spettacolo. Non lo dico con vanto, non ho avuto nessun merito nel godere di una posizione di privilegio. Ho semplicemente avuto la fortuna di vivere gli ultimi anni d’oro del giornalismo musicale. Per me, intervistare gli artisti non ha mai significato far parlare le rockstar, ma far parlare il rock.

Ammetto di essermi più volte commosso scrivendo questo libro, perché, in questo guardarmi alle spalle per ricordare, quella che alla fine ho raccontato non è solo la storia del rock, ma anche un po’ la mia. Per me è stato un viaggio bellissimo di passione e amore, sesso e bellezza, felicità e lacrime. Un viaggio di redenzione, perché molte storie hanno agito su di me come parabole.

In questo rileggere le back pages (mie e del rock) sono stato aiutato da una memoria incredibile (non invidiatemi, a volte, nelle cose della vita, sarebbe meglio dimenticare e non ricordare proprio tutto) e dal mio archivio. Ho da sempre l’abitudine di conservare ogni cosa: gli articoli (miei e dei colleghi), le interviste, le registrazioni, gli appunti. Ormai districarsi è difficile. Dopo la pubblicazione di questo libro, almeno gli appunti potrò buttarli.

Se la mia vita, fino a qui, è stata meravigliosa è perché ho seguito il motto di Janis Joplin: The more you live, the less you die. Quando morirò, spero il più tardi possibile, potrò comunque dire di avere vissuto.

di Massimo Cotto

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20 ottobre 2019

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