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Forza di un’alleanza

· Chiesa e giovani ·

Pubblichiamo stralci dell’articolo «Se sarete ciò che dovete essere. I giovani e una Chiesa che alimenti il loro fuoco», uscito sul numero di gennaio della «Rivista del Clero italiano».

Sono trascorsi quasi diciotto anni da quell’agosto che consacrò il legame tra Giovanni Paolo II e la generazione del guado. Dal Novecento chiuso in anticipo — il secolo breve — si andava verso quel cambiamento d’epoca che coincide col moltiplicarsi delle esperienze di crisi. Più delle parole, la giornata mondiale della gioventù di Roma impresse nella memoria collettiva l’immagine di un papa curvato, ma trasfigurato. A Tor Vergata, dove oggi si studia, furono milioni di luci e il ritmo di Jesus Christ, you are my life a segnare un’intesa nuovamente possibile tra Chiesa e giovani. Al «volete andarvene anche voi?» ( Giovanni 6, 67), l’anziano lottatore poté così opporre una benedizione: «Grazie a Dio per il cammino delle Giornate Mondiali della Gioventù! Grazie a Dio per i tanti giovani che esse hanno coinvolto lungo questi sedici anni! Sono giovani che ora, divenuti adulti, continuano a vivere nella fede là dove risiedono e lavorano».
Mi pare tempo di tornare a quel formidabile: «Se sarete quello che dovete essere». Che cosa ne resta? Che cosa significa ancora? Importa chiederci chi i giovani ritengano di dover essere, se la Chiesa ne abbia la percezione e quale aiuto in essa si possa trovare per diffondere fuoco. Gli strumenti della sociologia, che pure sono di aiuto nel misurare le trasformazioni anche in ambito religioso, non esauriscono quelli del discernimento ecclesiale.
In molti luoghi del mondo, la pastorale giovanile ha effettivamente ripreso vigore grazie alle giornate mondiali della gioventù. Anche in Italia sono sorti nuovi gruppi, associazioni e movimenti praticamente in ogni diocesi: offrono preghiera, catechesi, legami fraterni, volontariato, esperienze di evangelizzazione tra i coetanei. Benedetto XVI e Francesco hanno rafforzato, ciascuno col proprio accento, il filo diretto con tali realtà, mantenendo un intenso ritmo di convocazione e offrendo contenuti alti, sfidanti, coerenti. L’avvicinarsi del Sinodo dei vescovi su giovani e discernimento vocazionale motiva però la volontà di rileggere e approfondire i processi in corso. Da molte discipline può certo venire al Sinodo un contributo, ma fondamentale è la disposizione a far spazio allo Spirito. Negli Atti degli Apostoli momenti simili sono segnati non solo dalla preghiera, ma anche dal digiuno, che è creare quasi fisicamente un vuoto. «Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!»: in fondo, ogni vocazione è questo. Che cosa è avvenuto e sta avvenendo in proposito attorno a noi? Dall’arcivescovo che Giovanni Paolo ii volle a Milano assumo un metodo imprescindibile nel discernimento: occorre trovare quell’icona biblica che illumini una situazione altrimenti intricata, su cui rischiano di prevalere le opinioni umane e le particolari esperienze di chiunque dica la sua.
Il capitolo decimo di Marco ha come ultima immagine la strada su cui, recuperata la vista, Bartimeo «prese a seguirlo» (10, 52). La pagina successiva attacca così: «Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi» (11, 1). La vita di Gesù è trascorsa in buona parte tra i villaggi, il lago e le colline di Galilea, semmai con qualche ritiro nel deserto di Giuda. Eppure è evidente già nel più antico dei vangeli che Gerusalemme fu la sua meta: non importa quante altre volte salì in città, ma che a un certo punto egli vi entrò.
L’incarnazione si sviluppa in periferia, ma muove verso il centro: raggiunge i simboli, il cuore del popolo, quel groviglio di equilibri e di poteri che ne disegna la convivenza. Gerusalemme rivela, infatti, che le responsabilità hanno dei luoghi e dei volti. Come ogni capitale, è poi un crocevia: vi si parla più di una lingua, si contrappongono blocchi di potere e d’interesse, c’è chi subisce e chi trionfa, chi trama, chi rivendica, chi semplicemente aspetta il suo turno. Non gente comune soltanto, come in provincia, ma sacerdoti, militari, politici, mercanti, movimenti organizzati, ebrei e non. La missione apostolica, di Paolo in particolare, inizierà sempre dalle città. Il cristianesimo sorge nelle metropoli, perché in esse il Regno entra nel vivo delle cose, investe il fondamento delle questioni: Gesù per primo non ci girò attorno. Marco scrive, tra l’altro, per i cristiani di Roma: gente che Gerusalemme non l’ha forse mai vista, ma che sa bene cosa sia una città. Non a caso egli appare, a sua volta, preoccupato di venire presto al punto: l’essenzialità del racconto è assunzione diretta del capovolgimento realizzatosi in Gesù. Senza forzare il testo, dunque, il primo elemento che ne riceviamo ha carattere più che geografico. Consente, infatti, di interrogarci sul Regno di Dio a partire dal rapporto tra centro e periferie, di misurarci con la traiettoria di Gesù, apprezzando la specificità di un evangelista.
Nel capitolo 19 di Luca, la strada s’inerpica per un deserto di pietre: sole, rovi, gole buie, animali selvatici, qualche raro passante, pericolo di briganti. «Gesù camminava davanti a tutti, salendo verso Gerusalemme» (Luca 19, 28). Luca evangelista lo lascia immaginare che procede sicuro, avanti ai Dodici spaventati e ad altri pellegrini galilei incontrati lungo il cammino. Su chi lo segue il presentimento di avvenimenti grandiosi: un nuovo inizio, l’irrompere del Regno, l’atteso cambio di orizzonte. Il Maestro è avanti, determinato e silenzioso: dà il passo. Ai più vicini ha apertamente anticipato la sua morte violenta in città ed essi non comprendono perché quella prospettiva non lo freni (18, 34); colgono che il pericolo è reale; si chiedono che ne sarà di loro. Nel cuore di Cristo, però, le preoccupazioni s’intrecciano a risonanze recenti: l’atmosfera nella casa del pubblicano Zaccheo, quel muro di tracotanza e corruzione dissolto dalla sua divina attenzione: «Oggi devo fermarmi a casa tua» (19, 25). L’inquieto pubblicano sta in quelle medesime ore distribuendo ai concittadini a lungo vessati una montagna di ricchezze, nel proposito di restituire il quadruplo di quanto estorto. Di Gerico, dietro a Gesù, c’è anche il cieco guarito, quello che volevano tutti azzittire mentre gridava pietà (18, 35-43). Rimesso in piedi, Bartimeo cammina nel gruppo ed è come se volesse attestare che nemmeno la croce zittirà la salvezza. Un’intima forza motiva dunque il Maestro ad avanzare; mentre sale, il Regno lo inabita.
Anche tra i giovani c’è sempre chi sta davanti, quasi a conferma che «a chiunque ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha» (19, 26). La parabola delle monete d’oro, che Luca incastona tra la cena da Zaccheo e la salita a Gerusalemme, accende l’attenzione sul coraggio e l’intraprendenza necessari a non mancare la propria vita. «Signore, ha già dieci monete!» (19, 25) obietta qualcuno sul finale del racconto, a contestare l’evidenza per cui chi rifugge la divano-felicità vede rapidamente i suoi talenti moltiplicarsi e la propria influenza crescere.
Papa Francesco non ha solo indicato alla Chiesa italiana una traiettoria, invitando i giovani a scendere dal balcone. Ha soprattutto riconosciuto che esistono dei pionieri e che è bene fra loro si stabiliscano alleanze.
San Luca, in Cristo, delinea il profilo da opporre alla prudenza e all’ignavia (9, 51). È quello di tanti giovani che già hanno scelto di non vivere per sé, stimando rivoluzionario il gratuito e ponendosi controcorrente. Hanno obiettivi, ma sono estroversi, concreti, coinvolgenti, disposti a pagare di persona. Sono una minoranza, ma non decidono di sé in base alle statistiche. Spesso restano distanti dalla Chiesa e dagli apparati in cui sembrano ancora celarsi posizioni di rendita e privilegi.
Le potenzialità di una realtà dinamica, ricca di connessioni, in effetti non frena, né spaventa, ma favorisce giovani così. Essi fanno nascere reti, iniziative, attività di cui semplicemente la Chiesa non può continuare a costituire il centro. Solo allentando la presa, essa conserverà autorità. Semmai, il suo specifico sarà quello di rilanciare continuamente «la dimensione contemplativa della vita», dal momento che, come osserva Nietzsche nel suo scrivere folgorante: «Agli uomini attivi di solito fa difetto l’attività più alta: voglio dire quella individuale. Essi sono attivi come funzionari, commercianti, dotti, cioè come esseri generici, non come uomini affatto determinati, singoli, unici; sotto questo punto di vista sono pigri. (…) Gli attivi rotolano come la pietra, con meccanica stupidità». Non c’è dubbio che anche il fare mosso da grandi idealità debba, a sua volta, sviluppare gli anticorpi contro la genericità e la stupidità. Strumentalizzazioni e ideologia sono dietro l’angolo. Di qui l’importanza, mi pare colta dai giovani stessi, di una Chiesa che non si risolva nell’orizzonte non-profit, dissolvendo la propria verticalità nella moltiplicazione delle opere sociali.

di Sergio Massironi

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13 novembre 2019

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