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Forte come un tifone

Dopo la morte di Gesù il supplizio della crocifissione divenne scandalo per antonomasia. E l’imperatore Costantino ne legiferò l’abolizione. Se così era morto il Cristo, come infliggere a un qualunque reo quella condanna divenuta simbolo? Già l’apostolo Pietro chiese per sé almeno una variante.

Ma in tal modo, se prima non era possibile rappresentare Dio, quel Dio-Uomo aveva un volto umano e aveva lasciato impronte impresse a sangue.

Margherita Guidacci

Poiché il Crocifisso interpella dal profondo la nostra umanità sofferente, con il precedente di quelle impronte l’arte non ha potuto sottrarsi al confronto. Forse che non tutta la tradizione se ne è nutrita, anche indipendentemente da un approccio di fede? Quante sono le opere che si affacciano alla nostra mente per armonia e bellezza, quella armonia e bellezza che sole possono confortare almeno la memoria nel dramma ogni giorno crescente della storia? Il credente, poi, percepisce forse a pelle la differenza di sguardo tra un artista e l’altro, tra una bellezza formale e una bellezza “integra”, tra una mano addestrata e una mano “più” innocente.

Ma come esaltare la Santa Croce ai nostri giorni? Poiché questo solo è chiesto all’uomo. «Tu non hai bisogno della nostra lode / ma per un dono del tuo amore / ci chiami a renderti grazie; / i nostri inni di benedizione / non accrescono la tua grandezza, / ma ci ottengono la grazia che ci salva, / per Cristo nostro Signore», ripete il celebrante sull’altare.

Se anche l’arte, come la poesia, come la musica, può farsi preghiera e rendimento di lode, tra gli innumerevoli precedenti per questa nostra cruenta stagione davvero sembra consona una sosta davanti all’immagine della Crocifissione del polittico realizzato da Mathis Grünewald a Isenheim, esposto presso il Museo di Colmar. Vi si recò in visita Margherita Guidacci nel 1976, in compagnia dell’amica Maria Ragni Seidl-Gschwend, sua traduttrice in lingua tedesca.

La pala le suscitò dapprima una tale impressione da non poterne sostenere lo sguardo. L’opera è qualcosa di unico, non solo per l’alone di mistero che si porta dietro il suo autore, del quale poco conosciamo. Mobile, l’articolata struttura del polittico, che consente tre diversi accostamenti delle ante. Di rara intensità, la realizzazione dei quadri.

Il Crocifisso, in particolare, appare sconvolgente: «Là, nell’antico convento di Unterlinden, esso appare, non appena si entra, violento, e vi sbalordisce di colpo con il terrificante incubo di un Calvario. È come il tifone di un’arte sfrenata che passa e vi trascina, e occorre qualche minuto per riprendersi, per superare l’impressione di doloroso orrore suscitata dall’enorme Cristo in croce che si erge nella navata di questo museo collocato nella vecchia chiesa sconsacrata del monastero», ne scrisse Joris-Karl Huysmans.

Eseguito sotto la supervisione del committente, l’abate Guido Guersi, il polittico era destinato alla chiesa del convento degli antoniti a Isenheim, poi andato distrutto, cui erano annessi un lazzaretto e un ospizio, essendo quello degli antoniti, o antoniani, un ordine ospedaliero sotto la protezione di sant’Antonio. Vi si curava l’erpete, detto fuoco sacro, come una specie di peste che nel x secolo aveva devastato l’Europa e che ancora, nel sedicesimo secolo, falciava vittime, con tumefazioni e ulcere incurabili. Così si spiega l’estremo realismo di quel Crocifisso, le piaghe purulenti, dipinte dal vero.

Margherita Guidacci ha dovuto scriverne per liberarsi dallo sguardo ossessivo che le rimase dentro, come se il quadro avesse continuato a seguirla. Per ogni immagine di questa articolata pala compose un testo, realizzando una prima plaquette, L’altare di Isenheim («Città di Vita», 1978), cui successivamente si aggiunsero altre poesie: i componimenti di Un addio, in morte del marito, e il poemetto Plus. Poema per una nascita, congiuntamente confluiti nel volume eponimo, L’Altare di Isenheim, pubblicato con Rusconi nel 1980.

Questo libro, che rappresenta anche nell’organizzazione strutturale il mistero di Passione Morte Risurrezione che sull’altare si compie, si è fatto così portatore della propria personale vicenda ed è venuto a coincidere, in vero, con la svolta gioiosa nella parabola di poesia e vita dell’autrice. Si riconoscono profetiche, a posteriori, le parole di Raffaele Crovi che in prefazione, avendo scandagliato un intero percorso e infine soppesato l’equilibrio geometrico musicale del libro, tenta ulteriori proiezioni: «Con L’Altare di Isenheim, che raccoglie poesie del ‘77, Margherita Guidacci apre la stagione, che io prevedo stupenda, dei suoi anni Ottanta».

Quella pala, concepita in origine per confortare gli infermi di Isenheim, ha continuato a suscitare forza nonostante tutto, sino a guarigione, sino all’intensa gioia.

di Annamaria Tamburini

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18 settembre 2019

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