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Forte come la morte è l’amore

· Il senso del morire oggi ·

Dietro vetrine di negozi. In crocchi improvvisati tra angoli di strade. Dentro le stanze delle case. Conversazioni si smorzano fino a morire attratte altrove da rintocchi di campana. Suoni grevi e afflitti, sparsi nell’aria da una cadenza blanda e affilata. Nell’eco languida dei loro riverberi, come neve, su tutti si posa la conferma che la morte visita l’uomo con lo stesso disarmato stordimento della vita e dell’amore.

Si è sempre sorpresi: del trovarsi per incanto a vivere, del sentirsi a un tratto presi nel vincolo di un viso amato, del doversi congedare da questo mondo e da tutti i suoi splendidi legami. Ogni volta è come riaversi da un sonno. E la cupa dolcezza del metallo preme con delicatezza sull’umana dissimulazione di ogni giorno: senti... si muore, e qualcuno non è più tra noi.

Succede, così, che nei paesi le buone come le cattive chiacchiere ritraggono nell’ascolto proteso di quel segnale battente col fiato tirato agli ultimi tocchi e al loro codice sonoro: diranno se un uomo o una donna. Dal catalogo del sapere collettivo si estraggono elementi di supposizione, ipotesi, prime congetture: su chi è tra i sazi di anni o chi da tempo è toccato dal male. Talvolta vane: in quei colpi di teatro della morte che mescola sgomento a meraviglia, che prende qualcuno senza avergli fatto sentire l’approssimarsi dei suoi passi. Allora è vera desolazione: persino quelli le cui vane chiacchiere si perdono normalmente nell’indulgente spensieratezza del quotidiano, qui risaltano della loro fulgida stupidità.

La morte non ha potere su tutto: non fa tacere gli stolti. Ma è un colore della vita: sul suo sfondo ogni parola sciocca è ancora più ridicola, ancora più patetica. Diventa subito la cifra della nostra radicale fragilità, l’inconsapevole bandiera di resa della nostra inerme esposizione al mistero del vivere e del morire. Presto il clamore cupo e sommesso si stringe attorno a un volto e a un nome.

Tanto basta a rianimare conversazioni: per commiserare la sua sorte, ricostruire le penultime vicende, nominare il silenzio con un sospiro. Nella sua involontaria sapienza la lingua di tutti chiama “povero” il defunto. C’è sincerità nell’amarezza di figurarsi il suo volto. Ma anche un segreto sollievo che per stavolta la morte si sia fermata in quella casa, in quel letto, su quella strada, nella carne di quel corpo. E si ritorna per qualche tempo alle proprie cose con una euforia insolita, con un entusiasmo inconsueto, guardandole persino con una riconoscenza che solitamente non sembrano meritare.

La casa del defunto emana l’aura di uno spazio separato: di un luogo consacrato dal tocco imponderabile dell’arcano. E come succede nei luoghi del sacro molti opposti convergono in un tempo sospeso e fermo che se li lascia transitare in grembo. Il contrappunto armonico dei molti volti del vivere che nel morire di qualcuno vengono ospitati, si potrebbe dire, con amore. La gente attratta per un volere di pietà a sorpassare quella soglia lo fa tuttavia con una cautela sottilmente inquieta; con una cordiale sollecitudine in passi trattenuti e lenti, persino esitanti; questo quotidiano luogo di vita umana non permette ora nessuna disinvoltura, imprime nel corpo di chi lo visita il sussiego del debitore.

In una quiete quasi immobile, passi e gesti di ovatta in qualche tratto diventano un tramestio convulso, un’improvvisa agitata accelerazione: la resa estatica di fronte al misterioso volto della morte non evita i doveri della sua gestione pratica, del governo burocratico della morte. Sui visi dei parenti si alternano i lineamenti duri di un’immobile rassegnazione, i tremiti convulsi del pianto soffocato, e talvolta il momentaneo sollievo di una conversazione liberatoria. I bambini che girano per casa, afferrati dalla comune afflizione, resistono in questa inedita manifestazione dell’umana esistenza con una specie di giocoso protagonismo.

E il morto è lì. Al centro di una stanza scarnificata delle cose di tutti i giorni: alla morte non serve nulla se non un po’ di spazio libero. Un Cristo inespressivo è intrappolato su un tendaggio lugubre che copre le pareti della stanza. Dentro il suo letto di legno un corpo d’uomo gode dell’istante di un ultimo protagonismo. Mai così famigliare e mai così estraneo. Assente e fortissimamente presente. Così a portata di una carezza, di un bacio, di ogni sguardo: e così ormai perdutamente lontano. Le cure tenaci della vestizione hanno soccorso la terrificante sensazione di avere tra le mani una cosa inerte, la carcassa vuota e inutile di un essere irrimediabilmente fuggito.

L’alito di vita che manca a questo corpo disteso è come sostituito dal fiato generoso di questi ultimi estremi accudimenti. Le cure dei primi giorni ci danno lo spirito: quelle degli ultimi tentano invano di restituircelo.

La casa di un morto è sacra anche per il prete che vi fa visita. Come se la consuetudine alla frequentazione dei luoghi consacrati qui non gli desse il vantaggio di nessuna disinvoltura. Vi entra anzi con una ostentata riguardosità.

Con una cautela quasi intimorita, con silente ritegno. E accosta i parenti più prossimi del defunto con una specie di compunzione e di trattenimento, come per dover avvicinare i membri di una casta abitata dal divino. Alcuni di loro sono come al centro di uno spontaneo rito di dolente accoglienza nel quale anche il prete prende il suo posto con autorevolezza ma quasi con pudore. Sono sovente delle donne: una madre, una figlia, una moglie. Come per doti ancestrali esse presiedono i misteri del generare come, tra le lacrime, quelli del morire: come di fronte a un altare raccolgono attorno al corpo del defunto lacrime e parole, amici e sconosciuti, teneri ricordi e bisbigliate preghiere.

In questo amaro privilegio c’è come la suggestione di un legame che si mantiene, di un attaccamento pervicacemente trattenuto, dell’esile filo di un contatto ancora vivo: perché da questo affetto reciso sia tolta l’ombra dell’inutilità. «Forte come la morte è l’amore».

L’apparire del prete alza sguardi, suscita sussurri, dispone corpi: a lui solo si cede per un momento la guida di questo culto domestico del dolore. Le parole dei salmi piovono su tutti come puri e tiepidi suoni: non sempre il loro significato filtra le cortine del comune abbandono ma sempre il loro senso adombra ognuno come una musica notturna, come una cantilena di consolazione, una nenia che introduce l’infanzia dell’uomo nella sicurezza del riposo. Gocce d’acqua su quel corpo legnoso e immobile a garanzia del bene che Dio dice sempre della vita umana: persino quando essa si perde nella sua fisica consumazione. Una perla di umido piove su una mano dalla pelle cartacea: flecte quod est rigidum...

C’è forse negli occhi del prete la nitida scena dell’estrema fedeltà. Aver visto morire un uomo vincola in una confidenza imprevista ed estrema, di un’intimità che non scambierà mai né suoni né parole. Rimane un debito custodito nel segreto: rimesso nel gesto di una carezza su una fronte tirata e rigida. C’è qualcosa di vigoroso e di atletico negli ultimi tirati respiri di un uomo che muore. Come il concentrarsi di tutte le imprese della vita in un punto solo, che solleva il petto e di nuovo lo contorce, nel pulsare straziato di un involucro allo stremo: ed è un solo eroico spasimo a trattenere l’ultimo refolo di spirito che rende uomini.

È faticoso vivere: ma come si fa fatica anche a morire... E come è bello adesso questo viso dopo la lotta. I suoi muscoli fissati nel momento della distensione e della resa: dell’attimo dolce e definitivo di quando tutto è ormai compiuto.

A braccia conserte su un marciapiede un uomo da lontano intravede una croce che viene oscillando. La sentinella passa parola tra i vicini di una discreta folla che assiepa l’ingresso della casa. Come per un fremito comune ognuno ritrova un contegno: le posizioni si dirigono verso il luogo dove la bara chiusa è l’oggetto di un ultimo estremo attimo di contemplazione. Come a cerchi concentrici si possono distinguere le gerarchie degli affetti, i gradi delle parentele, una geometria dei legami. C’è pur sempre chi parlotta, chi traguarda con gli occhi il prete che arriva, e ride col vicino di questioni lontane e distanti: alla morte di altri ognuno sta come può (alla propria ognuno starà come deve).

Echeggiano nel gracchiare dell’amplificazione i suoni del salmo e il mugghiare indistinto del responsorio: le parole della Scrittura si impastano coi fiati e le voci di tutti in un comune sordo respiro, come il cupo riverbero di una folata d’aria, come un grido profondo che sale attutito e grave dal centro della terra. «A te grido, o Signore...». Anche qui i significati contano meno di questo corporeo impasto di suoni: dell’energia quasi animale di questo organico respirare. Per tutti il prete è garante e custode della sua esatta misura: lui sa dire (forse) quello che ognuno sente.

E all’ennesimo segno dell’acqua ancora si parte. Un corteo ondeggiante e placido concede l’onore di un comune pellegrinaggio all’affetto di un parente, di un amico, di un semplice conoscente. Gli uomini in divisa delle onoranze funebri rendono più dignitoso che possono il bisogno pur pratico del trasporto di un corpo sacro perché umano, ma pur sempre ingombrante. E come sono curiosi questi professionisti dell’onoranza con le loro movenze studiate e schematiche, e con queste loro moderne livree. Così gentilmente assuefatti alla morte e al dolore e così disinvolti nel transitarvi con un garbo messo a punto con l’esperienza. Uomini altrove ruvidi o distratti, qui così composti. Così cerimoniosi. Angeli custodi dell’asfalto, umili e utili.

Come un organismo brulicante il corteo si fa condurre dalla croce tra i suoni un po’ mantrici del rosario: qualcuno recita e qualcosa dalla strada rumoreggia come un mantice gonfio.

C’è sempre già qualcuno che aspetta dentro la chiesa. Persone anziane che faticano nel cammino. Qualcuno che vuole riservarsi un posto. Talvolta la chiesa è già gremita prima che il corteo possa entrare: anche questo è un criterio che segnala consistenza di affetti e riconoscimenti, l’omaggio evidente e collettivo a esseri umani che lo sono stati in maniera eminente e palpabile. O nella morte dei quali in molti ci si rispecchia e si piange il proprio dolore: perché giovani, perché veramente buoni, perché conosciuti.

Ci sono figure di vecchi, splendidi e solidi come querce, la cui morte più che dolore genera una comune tenerezza, una dolcissima spontanea riconoscenza, il rimpianto sincero ma sereno per antichi volti segnati in ogni ruga da una umile perduta sapienza. Patriarchi nei cui occhi chiusi riposa per sempre la memoria di un paese e il cui corpo attrae l’omaggio di un unanime saluto.

Ma quando muore un giovane, c’è come un filo di ansimante ribellione che annoda i silenzi di tutti; c’è una costernazione vuota e impotente, un dolore feroce e senza nome; c’è come una coltivazione rabbiosa delle lacrime nei molti volti assenti dei coetanei. E il rito cristiano, così remoto e inespressivo per molti di loro, ospita tuttavia una loro liturgia degli affetti: teste che si accostano, mani che si stringono, corpi che si abbracciano, e quelle preghiere scritte con parole senza speranza ma con un trasporto indistruttibile (come si è stolti e ingiusti a braccare la loro disperazione in rimproveri aspri che hanno il sapore di una vile rivincita sbattuta in faccia alla loro ribellione).

Comunque sia, al principio della vita si è introdotti da due soli esseri umani, al suo congedo da un piccolo popolo: già su questa terra ci è promesso che ogni legame prezioso nel nome di Dio si centuplica.

Vive di un inconsueto trasporto il canto dei funerali: di una dose supplementare di abbandono al grembo emotivo e materno dei suoni. Il fiato grosso dell’organo afferra le cento voci mettendone ognuna in salvo nel mondo ospitale di una sola armonia. Per molte parole non si avrebbe il coraggio se la spinta dolce di un suono non le accompagnasse paziente fuori dalla bocca. E la speranza di quelle parole comincia a consolarci nel languore di un canto, nell’ardente sollievo di una melodia che ci attraversa le viscere.

Solo così si ha la forza di abbandonare all’aria gravide parole e ai piedi dell’altare il corpo di un morto. Così in mezzo alla chiesa la bara pare una scaglia di legno nel palmo di una mano: di quelle che si raccolgono da terra pensando a cosa farne. Il lume di un cero presta un po’ di vita a questo rigido involucro.

Nei banchi più in avanti i parenti nel pianto stanno come un corpo trattenuto e compatto. Quando un legame si spezza anche tutti gli altri, anche quelli per cui non si nutrivano più molte cure, fiutano l’odore del pericolo e tornano, anche solo per un momento, ad assaporare la rassicurante protezione dei vincoli di sangue anche meno diretti: si onorano parentele dimenticate, si riannodano conversazioni interrotte, si rivedono visi perduti nei giochi dell’infanzia. Tra i suoi banchi al funerale una famiglia celebra la scomparsa di uno, ma anche il ritrovamento di molti.

«Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. ..». Quante cose si celebrano in questa casa nella custodia di questi nomi: per chi nasce, per chi si ama, e ora per chi muore. C’è un legame vitale col Signore Gesù che si modula ogni volta: e noi cerchiamo di riconoscere nella liturgia le molte forme con cui Egli ci è prossimo.

«Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo...» e un prete è subito solo nell’aspro dovere della parola. Una manciata di istanti di esitazione tradiscono come un desiderio di silenzio, il sollievo di poter tacere, di non doversi abbandonare inerme al compito di offrire un qualche significato.

Di fronte a un morto — di fronte a certe morti — si cammina sul filo del rasoio, sospesi a percorrere spazi sottili come un filo: una parola di più e si diventa ridicoli, retorici, consolatori da strapazzo; una parola sbagliata e si diventa offensivi, brutali. Ma basta che un prete guardi in viso la gente che attende il suono della sua voce perché si senta attratto a parlare al loro cuore.

C’è nei funerali una porosità degli animi che si legge sugli occhi pieni di resa, sui volti che si muovono cercando la sorgente di qualche parola, in una presenza corporea piena e disposta (nulla della futile eccitazione dei matrimoni). Spiriti disarmati e dalle difese allentate offrono le loro corde più sensibili alla persuasione evangelica.

Le parole hanno un senso solo quando il cuore è pronto ad accoglierle: qualche volta accade, che con una parola si senta tutti come un bruciore per aver toccato anche solo con un dito un lembo della verità. Che il Signore ci conceda la misura delle parole vere...

«Forte come la morte è l’amore». Entrambe vivono dunque di forza. Ma entrambe non vivono anche di dolcezza? Dei gesti che si curano del corpo amato a costo di sperperare profumo e sprecare acqua: e che forse vivono esattamente del loro sperpero e della loro sproporzione. Che ragione c’è di rasare un morto e metterlo nel vestito bello se non questa consegna dello spirito che verso chi amiamo noi rendiamo reale nel contatto col suo corpo?

Scende alla fine il prete ad aspergere d’acqua il corpo rinchiuso, a profumarlo dell’incenso: lavato e profumato, un uomo salda il proprio legame col Signore come figlio e come sposo. C’è qualcosa di struggente in questo tenero omaggio: come un’ultima carezza per ricordarci sempre che la vita palpita di seduzione anche in questi momenti.

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23 ottobre 2019

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