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La storia più bella
dei vangeli

· La parabola del figliol prodigo ·

La straordinaria avventura narrativa della parabola del figliol prodigo si arricchisce di un fondamentale capitolo grazie al bel libro di Pietro Delcorno In The Mirror of the Prodigal Son. The Pastoral Uses of a Biblical Narrative (c. 1200-1550) (Leiden, Brill, 2018, pagine 550, euro 160). Il giovane studioso dell’università di Leeds, ora alla Wits University di Johannesburg, ricostruisce il ramo dell’interpretazione della pericope lucana nella letteratura omiletica europea tra il secolo XIII e l’inizio del XVI. Il sorprendente successo della parabola del figliol prodigo — a ragione definita la storia più bella e pur tuttavia più sconcertante dei vangeli — si deve a una vicenda che riguarda i sentimenti e l’agire umano e mette al centro del discorso dilemmi etici che, oltre ai protagonisti della parabola, coinvolgono tutti noi. 

Geliy Korzhev,  «Il ritorno del Figliol prodigo» (1997)

I tredici secoli di esegesi, da Tertulliano alle dispute tra Lutero e Eck alle soglie della Riforma protestante, rivelano come gli interpreti abbiano letto le vicende del figliol prodigo in relazione ai principali problemi teologici e pastorali, mantenendo sempre vivo il dialogo con il contesto culturale coevo. Con un’analisi puntuale ed elegante Delcorno evidenzia come nelle mani di predicatori ed esegeti la parabola diventi un formidabile strumento usato nell’attività pastorale per definire e negoziare l’identità religiosa dei fedeli.
Tra le linee principali definite dalla patristica nei primi secoli dell’era cristiana, particolarmente feconda è la lettura in chiave penitenziale, concentrata sulla misericordia del padre e sulla possibilità del pentimento, destinata a una grande fortuna che arriva fino alla modernità. Nel Medioevo spiccano la «vivida psicomachia» di san Bernardo e le due omelie di Ildegarda di Bingen, che rielaborano il testo lucano da un lato per tracciare la topografia spirituale della vita monastica, mettendo a nudo la perenne lotta tra vizi e virtù, dall’altro per farne una storia universale della salvezza, una Heilsgeschichte. La cultura medievale ha dato vita anche alla monumentale opera esegetica dei maestri degli ordini mendicanti di Parigi alla quale si ispirano i predicatori quando la parabola esce dalle biblioteche e dalle aule universitarie per vivere una vita propria nel nuovo contesto urbano. Tra gli esegeti parigini vanno senz’altro ricordati i commenti di Ugo di Santo Caro, Nicola di Lira, e san Bonaventura, un vero e proprio monumento nel quale è evidente il collegamento vitale tra ciò che si insegna nelle università e quello che si predica dal pulpito.
La storia del figliol prodigo rivela la sua eccezionale capacità di germinare anche nella letteratura omiletica. Mentre dimostrano come l’esegesi nata nelle università circoli nella società del tempo e come l’uso per la predicazione determini un ripensamento dell’interpretazione, gli scritti omiletici permettono di apprezzare l’interazione tra diversi mezzi di acculturazione religiosa, impliciti nella trasmissione del messaggio evangelico.
Lo Speculum humane salvationis è un caso affascinante perché lega in un rapporto di causa-effetto la predicazione di Cristo e la storia di Maria Maddalena, definendo un legame che rimane vivo fino alla metà del Cinquecento. Lo Speculum, tuttavia, è interessante anche perché offre l’opportunità per un’indagine iconografica sulla figura del figliol prodigo nel XIV e XV secolo. L’esegesi della parabola, infatti, vive sulle vetrate delle cattedrali, nelle rappresentazioni teatrali e nei testi devozionali, dove dialoga con l’iconografia cortese e dei vizi capitali nonché con la cultura cavalleresca. Nuovi spazi si aprono all’interpretazione della pericope lucana che entra nel vivo del dibattito sui mali della società, facendo leva sull’opposizione tra la città terrena e la città di Dio, tra l’economia materiale e la possibilità di una rinascita spirituale.
Nell’ambito della letteratura omiletica, le raccolte dei sermoni per la Quaresima e le reportationes rivelano gli sforzi dei predicatori per promuovere il testo ai fini dell’istruzione religiosa. Tra tanti, spiccano le due omelie sul tema di Jacopo da Varazze che evidenziano la continuità della tradizione esegetica. Una, riprendendo la lettura penitenziale, si inserisce nel solco tradizionale tracciato da san Bernardo e propone una topografia della vita spirituale, l’altra, collegando la storia del figliol prodigo alla Vergine Maria, si presenta come vero e proprio sermo modernus.
Le raccolte di sermoni sui quali si concentra il volume testimoniano la grande eredità della letteratura omiletica per le generazioni future e quanto questa sia stata importante quando sulla scena compaiono altri mezzi di istruzione religiosa. Tra questi, oltre alle raccolte di exempla e ai libri illustrati, un capitolo a parte meritano le sacre rappresentazioni della Firenze del Quattrocento, dove la parabola occupa un posto particolare, come dimostrano le prediche di Savonarola. Oltre ai testi teatrali di Piero di Mariano Muzi e Castellano Castellani, è degna di nota l’opera di Antonia Pulci, e non solo perché la sua, dopo quella di Ildegarda di Bingen, è l’unica voce di donna nella secolare avventura esegetica e narrativa della parabola. Antonia Pulci infatti, pur seguendo il dramma di Muzi, reinventa completamente la scena di apertura ambientandola nel contesto urbano e ponendo sul gioco d’azzardo per richiamare l’attenzione su una questione rilevante del discorso politico e religioso coevo. Questa strategia drammatica, efficace ed elegante, è rafforzata da una lettura morale dei compagni del figliol prodigo, incarnazione dei sette vizi capitali, la cui caratterizzazione è improntata a un maggiore realismo psicologico rispetto ai precedenti. Questi drammi teatrali rivelano uno scambio continuo tra laici e clero che insieme collaborano al processo di appropriazione religiosa ed elaborazione culturale del testo del Vangelo.
Le sacre rappresentazioni di Firenze anticipano un filone teatrale che fiorirà in Europa tra il XVI e il XVII secolo e influirà anche sulla letteratura omiletica, come testimonia la raccolta di Johann Meder il quale costruisce un intero ciclo quaresimale basato sulla figura del figliol prodigo, in cui il modello della raccolta liturgica si fonde con quello tematico, dando vita a una predicazione in forma di teatro in cui la storia del giovane è presentata come dialogo tra il prodigo e l’angelo custode sulla scena virtuale del “dramma dal pulpito”.

L’avvento della Riforma mette in discussione tutta la tradizione dell’esegesi della parabola e del suo uso nella predicazione portando al centro del discorso l’interpretazione penitenziale. Nelle mani di cattolici e protestanti la pericope lucana diventa un sorprendente dispositivo narrativo per la definizione dell’identità religiosa. Alle soglie della modernità la parabola di Luca è un catechismo narrativo, uno “specchio multiplo” che, come scrive Johann Wild, «Cristo ha preparato per noi» e in cui ogni credente può continuare ancora oggi a contemplare la propria vita.

di Emilia Di Rocco

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17 ottobre 2019

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