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Fondati sul valore
della vita

Una proposta di «coesione preventiva tra quanti hanno la responsabilità di operare in materia di diritti, pur se manifestano contrastanti opinioni e visioni differenti», e una riguardante «la formulazione dei valori e la loro coerente interpretazione» sono state lanciate lunedì mattina, 10 dicembre, dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. Il porporato le ha rivolte ai partecipanti alla Conferenza internazionale sui diritti umani in corso alla Gregoriana, attraverso un messaggio letto da monsignor Christophe Zakhia El Kassis, eletto dal Papa il 24 novembre scorso arcivescovo titolare di Roselle e nominato nunzio apostolico in Pakistan.

Eleanor Roosevelt mostra la Dichiarazione universale dei diritti umani

Nella relazione dal titolo «La diplomazia della Santa Sede e i diritti dell’uomo», il cardinale Parolin spiega come in questo momento storico l’automatismo valori-diritti sembri ignorato o addirittura non sia più ritenuto valido, «come evidenzia il cosiddetto approccio trasversale utilizzato nel linguaggio e negli atti degli organi internazionale per ancorare i diritti fondamentali alle situazioni contingenti, pensando così di dare autorità e rendere efficaci forme di azione e sostegno interne o internazionali».

Ma questo orientamento «che provoca una netta separazione dai valori che ispirano i diritti», avverte il porporato, «trasforma il sistema di garanzia dei diritti operante a livello internazionale solo in un artifizio tecnico e tralascia non solo di considerare l’indivisibilità fra le classiche categorie di diritti — civili e politici o economici, sociali e culturali — ma soprattutto il carattere di universalità e interdipendenza che fanno della Dichiarazione universale e di tutti gli atti a essa seguiti un sistema di regole superiori, riferimento per norme e leggi prodotte all’interno degli stati».

Ecco perché, continua il cardinale Parolin, «per la Santa Sede, tralasciare il fondamento dei diritti vuole dire privarli del loro contenuto essenziale e consentire che si disperdano nel mare magnum di proclamazioni o di programmi adottati sotto la spinta di sensazioni, emozioni, ideologie e finanche di fattori estranei al contesto internazionale».

Lo «dimostra il caso estremo — fa notare il segretario di Stato — registrato lo scorso 30 ottobre quando, nel quadro degli organi Onu operanti in materia di diritti umani, si è smesso di considerare la vita umana anzitutto come un valore, per ridurla a un semplice diritto interpretabile secondo momenti, tendenze e ideologie particolari».

Del resto, «René Cassin, che della Dichiarazione universale è stato uno dei padri, amava definire i diritti in essa inseriti un “corollario” del diritto alla vita di ogni individuo. È la dimostrazione che il diritto alla vita domanda un impegno in grado di proteggere la persona in tutte le fasi dell’esistenza, anche a fronte del dibattito legato all’inizio e al fine vita, su cui pesa il ruolo della ricerca scientifica sempre più distante dall’idea di connettersi con la dimensione etico-morale, a volte anche in modo involontario». Ebbene, denuncia il porporato, «nel General Comment n. 36 (2018), il comitato dei Diritti dell’uomo, chiamato a interpretare il diritto alla vita previsto dall’articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, ha fatto rientrare in esso il ricorso all’aborto (§ 8) e le pratiche di eutanasia (§ 9)». In pratica si tratta per il cardinale Parolin di una «patente di liceità che se eticamente è un pericoloso precedente, di fatto indebolisce tutto il sistema di protezione e promozione dei diritti umani, affermando la prevalenza della tecnica giuridica sulla dimensione dei valori». Al punto che «torna in mente il grande interrogativo con cui l’opera del legislatore, anche nella dimensione internazionale, è chiamata a confrontarsi: ius quia iustum o ius qui iussum?». E la risposta è che «in questo caso i diritti umani perdono la loro fonte nella dignità umana, per derivare più semplicemente dalla legge e dalle procedure interpretative».

Rievocando poi i dibattiti e i negoziati internazionali per l’applicazione concreta dei principi contenuti nella Dichiarazione, il segretario di Stato ricorda come nella Conferenza di Vienna del giugno 1993 la Santa Sede «maturò la convinzione che sui diritti umani tutto stava cambiando. Quell’assise, infatti, convocata quando ancora il mondo era diviso tra est e ovest — la sede originaria della Conferenza era Berlino con il suo “muro”, un simbolo che nel frattempo era venuto meno — fece emergere contrasti tra gruppi di paesi, a partire dalla divergenza sull’ordine del giorno da discutere. A opporsi non erano più le differenti visioni tra gli stati sulla necessità e le modalità di garantire i diritti dell’uomo, ma una diversa concezione circa i valori da cui i medesimi traggono origine, a iniziare dal pilastro della dignità umana».

In sostanza, prosegue Parolin, «la diplomazia pontificia constatava la volontà di escludere dal documento finale ogni riferimento al fondamento dei diritti umani, lasciando spazio solo a un affrettato richiamo al “soggetto” titolare e beneficiario di tali diritti. Una considerazione limitata, motivata dall’approccio esclusivamente individualistico dei diritti seguito in sede Onu già sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso e sintetizzato con l’espressione people centred approach».

Per questo motivo, chiarisce il segretario di Stato, «le decisioni assunte a Vienna furono interpretate come un radicale cambiamento di rotta dalla Santa Sede», la cui delegazione espresse a conclusione dei lavori alcune preoccupazioni in uno statement of interpretation che metteva in guardia dall’approccio esclusivamente pragmatico impresso ai diritti umani. «Un orientamento — insiste il porporato — che sostituiva il principio di uguaglianza tra gli esseri umani con un diritto alla non discriminazione, come pure interpretava il concetto di libertà come possibilità di enunciare diritti senza limiti, giungendo a ridurre il concetto di giustizia alla sola giustiziabilità dei diritti di fronte a un organo giudiziario». Al contempo «la Santa Sede indicava la pericolosità del compromesso raggiunto nella cosiddetta “clausola culturale” contenuta nel paragrafo 5 della Dichiarazione di Vienna, ritenendo potenziale causa di conflitti la contrapposizione tra l’universalità dei diritti umani e le differenti concezioni culturali e religiose dei diritti. Un conflitto che, come ben sappiamo, ha segnato l’inizio di questo ventunesimo secolo e sul quale intervenne Benedetto XVI parlando all’Onu in occasione dei sessant’anni della Dichiarazione universale precisando che “non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti” (18 aprile 2008)». E che si tratti di «un conflitto non sopito», lo conferma oggi Papa Francesco nel ribadire — come ha fatto nel discorso al corpo diplomatico del 7 gennaio 2018 — che l’universalità è essenziale per evitare che «in nome degli stessi diritti umani, si vengano ad instaurare moderne forme di colonizzazione ideologica dei più forti e dei più ricchi a danno dei più poveri e dei più deboli. In pari tempo, è bene tenere presente che le tradizioni dei singoli popoli non possono essere invocate come un pretesto per tralasciare il doveroso rispetto dei diritti fondamentali enunciati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo».

Ecco perché, conclude il cardinale Parolin, «la diplomazia avrà fallito nel suo ruolo se affronta il tema dei diritti solo rincorrendo i fatti, limitandosi a seguire l’alternarsi di visioni politiche e di palesi letture ideologiche, dimenticandosi che è nella sua natura la capacità di distinguere. Per questo, le modalità di analisi con le quali la diplomazia pontificia opera, legano ogni discorso sui diritti dell’uomo non solo ai contesti ufficiali, ma anche alla conoscenza del dato oggettivo. Quel dato spesso sconcertante o addirittura doloroso, che esprime violenza, ingiustizia, esclusione, negazione delle identità fino alle forme più degradanti di violazione dei diritti». È il caso, per esempio, «dell’intolleranza religiosa che continua a produrre una schiera di nuovi martiri per la fede. Ma ancora di più tale aspetto è evidente nei metodi inumani applicati alla popolazione civile durante i conflitti armati».

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