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Cosa insegna la ferita di Mary Ann

· Flannery O’Connor e l’ironia ·

Un senso dell’umorismo fortissimo, originale, pervasivo è inscindibile dalla scrittura di Flannery O’Connor. Nonostante sia stato spesso trascurato da lettori e critici, è proprio questo umorismo ciò che più caratterizza la visione del mondo della scrittrice di Savannah, morta nel 1964, a soli trentanove anni. Non si tratta di battute estemporanee, ma di un tono costante, una sorta di sostrato fondamentale, riscontrabile anche nei testi più seri e accademici: un’ironia che non è mai fine a stessa, ma sempre finalizzata alla rappresentazione di contenuti impegnativi, riguardanti ciò che Flannery definiva «il mistero della nostra posizione sulla terra».

Mary Bergherr, «Flannery O’Connor» (particolare)

Un passaggio di una lettera riguardante la madre esemplifica un’ironia che è divenuta ormai un habitus, un modo di essere e di guardare alla realtà, anche la più intima e quotidiana. «Se mia madre avesse un cane, lo chiamerebbe Spot senza ironia, io Spot, ma con ironia». In prima battuta, potrebbe sembrare che Flannery ironizzi a buon mercato sulla madre, Regina O’Connor, considerandola una sempliciotta, una persona “pratica” che, senza porsi troppo domande, affibbia al cane il nome Spot, che tradotto in italiano suonerebbe come Fido, un nome tra i più comuni, banali, popolari.

Eppure Flannery non si pone su un piedistallo: nel corso della stessa frase, afferma, asciutta e veloce, che la sola differenza tra lei e Regina consiste nella “consapevolezza” che lei avrebbe avuto, invece, nel chiamare il cane Spot: la scrittrice, ironizzando su se stessa, si definisce in realtà una sempliciotta come la madre, come se il suo livello di coscienza “superiore” non cambiasse poi molto le carte in tavola. Da questo spunto ironico, veloce, apparentemente insignificante, tratto da un epistolario quotidiano, capiamo proprio come la grandezza dello sguardo di Flannery, restituita attraverso la lente dell’ironia, sia quella di rappresentare il limite dell’uomo, la sua finitezza, la sua inevitabile fragilità.

O forse, sarebbe meglio dire la sua incompiutezza, per introdurre un concetto di portata teologica che la scrittrice di Savannah intuisce in Un ricordo di Mary Ann, uno dei suoi saggi più belli e anomali, scritto in memoria di una bambina uccisa da un cancro che le sfigurava il viso. Anche qui, uno stile asciutto e ironico non cessa di improntare tutta la narrazione. Basti pensare alla prima riga: «Le storie di bambini pii tendono a essere false».

Eppure, anche in queste pagine, la scrittura di Flannery si riempie di un’ironia sferzante, ma vitale, mai distruttiva, capace di restituire la gioia di vivere di Mary Ann, descrivendola mentre si ribalta da una sedia nella foga di addentare un hamburger e capace di infondere luce e gioia con il suo volto sfigurato e grottesco a chiunque la fosse andata a trovare. L’ironia bersaglia anche le suore che avevano avuto in cura la bambina e che si erano rivolte alla scrittrice perché componesse un romanzo devoto sulla sua vicenda. Il suo commento a tale proposta era stato senza appello: «Un romanzo. Orrore... no di certo!».

Ma Flannery, consigliando le suore di scrivere loro stesse la storia di Mary Ann e optando per l’introduzione, fa molto di più. Con sguardo impietoso, realistico e ironico, svela non solo la finitudine della condizione umana, ma arriva a spingersi oltre, introducendo il concetto di un uomo incompiuto, in attesa cioè del compimento della promessa di Dio. Ci troviamo di fronte a concetti teologici elevati, difficili, espressi da uno stile assolutamente chiaro, nitido, privo di tecnicismi, che ci dice, in questo caso, come la malattia di Mary Ann, con il suo viso deturpato, anziché uno scherzo disgraziato del destino sia non solo un emblema della condizione umana ma una risorsa su cui lavorare tutti, in nome di un bene che è sempre “in costruzione”. È compito dell’uomo, dunque, una volta riconosciuto il proprio limite, rappresentato dalla sua comica condizione grottesca, costruirci sopra, sfruttando al massimo i beni di questo mondo, per partecipare creativamente — e in questo si nota l’influenza della teoria evolutiva di Teilhard de Chardin — a un processo di creazione in atto.

L’ironia è la chiave per avvicinare il mistero senza fare astrazioni, rappresentandolo sempre incarnato nella realtà, grazie a uno stile autentico, veridico. L’estetica devota ed edulcorata che raffigura il bene con il canone del bello è qui completamente ribaltata: in questo caso il bene è rappresentato con la categoria del grottesco che, con la necessaria ironia che porta con sé, è l’espressione più adeguata per esprimere la condizione essenziale, ontologica dell’uomo: quella di un’incompiutezza in attesa di essere sanata. Lo stile ironico di Flannery O’Connor si mette perciò al servizio di una scrittura che non rinuncia mai a esplorare il senso profondo della nostra vita concreta, in rapporto attivo e creativo con il Dio vivente.

di Elena Buia Rutt

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15 dicembre 2019

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