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Fiumi
di sangue e denaro

· Nella serie televisiva «Narcos» ·

Pablo Escobar interpretato da Wagner Moura

Gli inseguimenti e le migliaia di pallottole sparate, insieme al sangue e alle torture che costringono più volte a rivolgere altrove lo sguardo, avrebbero potuto soffocare il valore storico di Narcos: quel complesso lavoro di ricostruzione del reale che questa serie prodotta da Netflix — e giunta ormai alla sua terza stagione — si sforza di offrire. La cronaca, però, respira la sua stordente drammaticità attraverso i tanti personaggi ricavati dal vero, irrorati di continuo dai frammenti di repertorio televisivo che completano e nutrono la narrazione, storicizzandola fino a renderla rabbrividente. Il romanzo, allora, mai come stavolta criminale, incontra la realtà contribuendo a imprimerla nello spettatore, e la stretta di mano tra realismo e spettacolarizzazione della violenza — caratteristica ormai di molta serialità televisiva — permette in questo caso di ricucire la complessa e dolorosa storia recente della Colombia. Il genere, con la sua disponibilità a inghiottire molta azione e qualche cucchiaio di fantasia, consente un reportage ansiogeno, magnetico, articolato e nel complesso molto amaro, del grande potere rappresentato dai cartelli della droga nella nazione colombiana. Le riprese traballanti con la macchina a spalla, unite allo spagnolo sottotitolato parlato dai protagonisti — elementi, questi, dal sapore decisamente documentario — dialogano col thriller, col poliziesco e col racconto di gangster allestendo un congegno espressivo che racconta efficacemente l’epidemia divoratrice di vita portata dall’industria della cocaina in Colombia: un inferno appiccato da creature senza anima divenute tanto ricche da influenzare la vita politica dell’intero paese, potenti al punto da scendere a patti con le istituzioni, forti abbastanza da costruire, come fa beffardamente Pablo Escobar nella seconda stagione della serie, un carcere privato nel quale far finta di pagare il conto con la legge, ma dal quale, invece, portare avanti i propri affari. La terra di Narcos è attraversata da fiumi di denaro e di sangue capaci di permeare i vicoli dei quartieri più poveri come ogni luogo del potere. È un liquido che infetta ogni cosa col veleno della corruzione, con la dittatura del denaro e la minaccia del piombo. È una Colombia, spiega la voce narrante nella prima stagione, «scossa alle sue fondamenta da una guerra», da un conflitto che i tre sceneggiatori Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro impaginano attraverso un viaggio lungo una quindicina d’anni: dall’affermazione di Pablo Escobar come leader del cartello di Medellín, all’inizio degli anni Ottanta, fino all’arresto, o alla morte, dei principali esponenti del cartello di Cali, intorno alla metà degli anni Novanta. Su Pablo Escobar (interpretato dal bravissimo Wagner Moura) cala il sipario alla fine della seconda stagione, quando l’agente della Dea Steve Murphy (Boyd Holbrook) e i militari colombiani del “Blocco di ricerca”, lo freddano sui tetti di Medellín. Per venti puntate il protagonista è stato lui, ritratto vividamente ma senza eroicizzare o ammorbidire troppo la sua natura di atroce criminale: “el patron” è prima di tutto un produttore di morte che per sfamare la sua infinita bramosia di potere sbandiera amore per la Colombia e per i suoi abitanti più poveri, ma se qualcuno gli si mette contro non esita a piazzare bombe nei palazzi o sugli aerei, uccidendo bambini e distruggendo famiglie identiche alla sua, che morbosamente difende e protegge, e ciò, se possibile, rende ancora più mostruosi i suoi crimini, perché commessi da chi sa cosa significhi provare sentimenti. Nella terza stagione (interamente disponibile su Netflix dal primo settembre scorso) la narrazione si fa più corale, si lasciano i vicoli di Medellín e diventano protagonisti i quattro leader del cartello di Cali, diversi da Escobar per strategie criminali ma non meno diabolici e violenti del loro predecessore ed ex nemico. Il tema della serie rimane la disumana cultura del narcotraffico, che scatena una partita tragica dove spesso anche gli onesti non riescono a lottare nel rispetto delle regole, e i tanti giocatori che entrano in campo, non solo colombiani, innescano un gigantesco e controverso intrigo internazionale, con gli Stati Uniti in prima linea. Nella terza stagione cambiano molti dei protagonisti; rimane però l’altro l’agente della Dea, Javier Peña (Pedro Pascal) e rimane un montaggio abile a creare suspence ma anche sdegno e incredulità di fronte al riassunto di un fenomeno crudele e vastissimo. Una piccola consolazione si prova nel vedere scivolare i criminali di Narcos verso l’abisso, e la loro sensazione di invincibilità e onnipotenza trasformarsi in fuga, solitudine e sconfitta; i loro imperi sbriciolarsi e diventare nulla, come quando, poco prima di morire scalzo e con la barba incolta, dopo un compleanno vissuto da braccato, senza la famiglia accanto, Pablo Escobar recupera mezzo milione di dollari da una buca fatta scavare tempo prima. L’umidità ha però marcito il suo denaro, l’ha reso inutile poltiglia: immagine di un sogno perverso definitivamente andato in fumo. Si prova un fugace sollievo, incapace di cancellare dalla mente le tante morti reali raccontate da questa serie cruenta, da questo racconto di una guerra certamente non conclusa con l’ormai lontana caduta dei cartelli di Medellín e Cali. Non avrebbe avuto senso, altrimenti, programmare almeno una quarta stagione di Narcos, invece già annunciata da Netflix. Una quarta stagione già segnata dal sangue, come a confermare l’inquietante intreccio tra realtà e finzione: nei giorni scorsi, infatti, è stato trovato in Messico il corpo, trivellato di colpi, dell’assistente di produzione di Narcos, Carlos Muñoz Portal: era andato nel paese alla ricerca dei luoghi dove girare la nuova serie.

di Edoardo Zaccagnini

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15 ottobre 2019

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