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​Finestrella sul mondo

· ​La voce di donne vissute all'ombra della fama ·

«Da una finestrella si può vedere il mondo diceva mio padre. (…) Secondo me da una finestrella il mondo si può solo immaginare». A parlare è Paolina Leopardi, confinata per volontà dei genitori, ben più a lungo del fratello Giacomo, in un palazzo isolato da tutto. Nell’ultimo libro di Francesca Romana de’ Angelis, Sotto un cielo senza stelle (Roma, Edizioni Studium, euro 18, pagine 237) la sua voce racconta in prima persona i pensieri di una donna che la storia conosce come «la sorella del poeta» ma che è stata molto di più. Al suo fianco, altre due protagoniste, che alla fine dei loro giorni, decidono di scrivere le proprie memorie non per aver avuto «una vita degna di nota», ma per averla trascorsa «accanto a persone il cui ricordo è destinato a restare»: Virginia Galilei, figlia di Galileo e Vittoria Manzoni, figlia di Alessandro. 

John William Waterhouse, «Penelope e la tela» (1912)

Il filo rosso che unisce queste tre donne — conosciute a fondo dall’autrice che, come fece con Torquato Tasso nel romanzo storico Solo per vedere il mare (2004), ne ricama con delicatezza l’esistenza restando sempre fedele ai fatti — è lo sguardo con cui attraversano e allargano la loro finestrella sul mondo. Di quella finestrella — dice Paolina — dovevo accontentarmi, ma il suo accontentarsi non è rassegnazione, non è grigiore e non è mai rancore. Paolina, Vittoria e soprattutto Virginia, vissuta due secoli prima, compensano le forti restrizioni imposte alla loro volontà in quanto donne, con l’assoluta libertà dello spirito. La ricchezza della loro vita interiore colma i vuoti di un quotidiano quasi sempre difficile e si alimenta principalmente a due fonti: la pagina scritta e gli affetti familiari.
«Conoscere l’alfabeto, il sigillo di tutte le meravigliose invenzioni umane (…) è bastato a cambiarmi la vita», scrive Virginia, entrata giovanissima in convento per volere del padre. Lei, che si definisce «povera monaca e donna senza lettere», solo decifrando e «combinando venti caratteruzzi sulla carta», conquista ampi spazi di autonomia e una gratificazione simile in alcuni momenti alla felicità: tiene i contatti con il mondo esterno curando la corrispondenza della badessa, impara a medicare leggendo i libri degli speziali e soprattutto assapora l’emozione delle scoperte di Galileo, padre amatissimo, copiando i suoi scritti e sostenendolo negli anni del confino ad Acetri, accanto al proprio convento.
Ciò che colpisce scoprendo la profondità d’animo delle protagoniste e la vastità della loro cultura, soprattutto nel caso di Paolina Leopardi, è l’umiltà di cui danno prova. Un’umiltà generosa, tutta femminile che le rende incapaci di provare invidia per il successo degli uomini e di rinfacciare loro il proprio cielo senza stelle. Si stenta a credere, soprattutto osservando quanto accade nel mondo contemporaneo, che molti uomini, a ruoli invertiti, avrebbero dato una prova simile. «Sapevo — dice Paolina — che non era in mio potere lasciare dopo di me un nome degno di Giacomo» eppure, forte dell’educazione d’alto livello ricevuta, «timidamente» scrive testi e pubblica traduzioni dal francese di grande prestigio. E, intanto, con gioia sincera impara a «vivere per delega, come se di tutte le esperienze nuove di mio fratello qualcosa arrivasse anche a me». Ad addolcire le sue pene, dovute tra l’altro al «romanzo amarissimo dei miei mariti mancati», oltre all’amore per i libri, quello per la famiglia.

di Silvia Gusmano

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18 marzo 2019

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