Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Finalmente il padre

· Nel libro «The Boy in the Moon» Ian Brown racconta come ha scoperto se stesso confrontandosi con la disabilità del figlio ·

Diretto. Lo si capisce subito il tono del libro, che si apre con la descrizione di Walker: è tutta lì, in poche e nettissime righe, la sua grave disabilità dovuta a una rarissima mutazione genetica. Così il giornalista del «Globe and Mail» Ian Brown presenta suo figlio: si percuote di continuo testa e orecchie, non parla, non cammina, non è in grado di ingerire cibi solidi. Nei primi otto anni di vita di Walker (nome di un’ironia bruciante), i suoi genitori non hanno mai dormito due notti di seguito.

Non è il primo padre che scrive della disabilità di suo figlio. Avevamo letto le pagine dell’americano James Reston Junior su Hillary ( Fragile Innocence ), dell’italiano Oliviero Beha su Saveria ( Amore caro. A filo doppio con persone fragili ), del francese Jean-Louis Fournier alle prese con Thomas e Mathieu ( Dove andiamo, Papà? ). Ora è il canadese Brown a confermarci, con il suo The Boy in the Moon (New York, St. Martin’s Press 2011, pagine 293, dollari 24,99), che forse-forse, i padri di figli disabili esistono. Ovviamente, al di là di questo denominatore comune, sono uomini estremamente diversi tra loro. Il libro di Brown, ad esempio, più che il racconto di Walker, è la storia di un padre che, scoprendo suo figlio, scopre se stesso. Di domanda in domanda («la parte difficile è tentare di rispondere alle domande che suscita in me ogni volta che lo prendo in braccio»), mentre cerca la mente del figlio, Brown trova la sua.

Le domande sono continue, e sempre nuove. Migliorerà? Dovremmo metterlo in istituto? Quale è il valore di una vita come la sua trascorsa così spesso nel dolore? Se Walker è così irrilevante come persona, perché lui si sente così importante? Cosa sta cercando di rivelarmi l’esistenza di mio figlio? Ci sono quindi le preoccupazioni economiche, e quelle legate alla crescita e al bisogno di attenzione dell’altra figlia. C’è il rapporto con la moglie (stando alle statistiche il 70 per cento delle coppie si sfascia alla nascita di un bimbo disabile), ci sono i problemi con la famiglia allargata (che non ha mai realmente accettato Walker) e c’è la stupefatta gratitudine dei genitori per gli amici che, invece, di problemi proprio non se ne fanno.

Sono anche presenti la rabbia e il dolore per la panoplia degli sguardi altrui: il più comune è lo sguardo distolto, ma c’è anche il sorriso pietistico, la falsa accettazione, lo sguardo schifato, il guardare insistente e spietato dei bambini (senza che mai i genitori li rimproverino). C’è la donna incinta che, a mo’ di protezione, si tocca la pancia. «Spero che Walker non veda tutto questo; sembra ignorarli e, piano piano, ha insegnato anche a me a fare lo stesso».

Non che la gioia manchi nelle pagine di Brown. Ad esempio, è una felicità sorprendente incappare in qualcuno (amico, collaboratore o medico che sia) che non tenta di aggiustare Walker, ma piuttosto cerca di capirlo, di conoscerlo. C’è l’incontro con la mamma di due ragazzine disabili che, pur ammettendo gli inevitabili momenti di crisi, guardandole pensa «chi può dire se loro, nel loro mondo, siano più infelici di me nel mio? Ciò che mi dispiace è quando le persone le valutano utilizzando stardard di un mondo che non appartiene loro».

Nelle sue ricerche, Ian Brown scopre che se Walker fosse stato concepito oggi, un test avrebbe potuto «mettere a fuoco» la sua disabilità. La moglie afferma che avrebbe abortito se lo avesse saputo. «Ma allora non avresti avuto Walker», risponde lui.

La replica della donna (un feto non sarebbe mai stato il Walker che loro conoscono ora) induce Brown a riflettere su cosa sarebbe il mondo senza persone «imperfette» come suo figlio, eventualità non irreale (nota sempre lui) considerando il grado di sofisticatezza raggiunto oggi dai test pre-natali. Ebbene, la conclusione è che questa moderna Sparta non sarebbe un mondo gentile. It would be a cruel place .

Sono particolarmente interessanti le pagine in cui Ian Brown descrive l’incontro con Jean Vanier, fondatore della comunità dell’Arca. Il padre di Walker rimane folgorato dalla forza e dalla serenità di quest’uomo, dallo spirito dell’Arca, una comunità in cui i diversi non sono i disabili. No, lì il diverso è Ian. Perché quel posto «è il loro, non il nostro». Ed è un posto in cui la priorità è la relazione, dove nessuno parla di integrazione, dove capisci che la domanda giusta per un genitore non è «è colpa mia?», ma «come posso aiutare mio figlio a essere felice?». Perché, continua ancora Jean Vanier, quando incontriamo una persona disabile, lei ci pone due solo domande: mi consideri umano? Mi ami?

Ian Brown, però, scrive di rifiutare il risvolto religioso del messaggio di Vanier. «Vorrei tanto credere nel suo Dio, ma la verità è che non vedo la faccia dell’Altissimo in quella di Walker. Vedo solo la faccia del mio ragazzo. Mio figlio non è un santo, né lo sono io. Non riesco a sopportare di vederlo percuotersi ogni giorno, ma posso provare a capire perché lo fa. Più tento di affrontare i miei limiti come padre, meno vorrei mai scambiarlo. E questo non solo perché abbiamo dei legami genetici, perché mi ha insegnato a relativizzare, o perché fa di me una persona più responsabile. È che ho iniziato ad amarlo semplicemente per chi è, e perché ho scoperto che ci riesco. Ancora mi sorprendo del sollievo che traggo dalla nostra relazione. (...) Il volto di Dio? Mi dispiace, ma no. Walker è più come uno specchio, che restituisce moltissimo indietro, incluse le mie scelte». Siamo sicuri che Brown si accorgerà presto che, in realtà, lui e Vanier dicono la stessa cosa. Solo che lo fanno utilizzando termini diversi. E forse — sebbene il sonno sia certamente poco, le grida si facciano a tratti più forti e le preoccupazioni per il futuro del proprio figlio più marcate — Ian Brown è solo un padre che cerca la sua paternità, e cioè suo figlio e se stesso. Quando scrive che «crescere Walker è come crescere un punto interrogativo», non sta facendo una considerazione che vale per ogni figlio?

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE