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Finalmente
una frontiera di pace

· Vent’anni dopo la guerra congolesi e ruandesi insieme per il giubileo ·

Alle 8 del mattino dello scorso 18 maggio, l’arcivescovo di Bukavu, François-Xavier Maroy Rusengo, ha percorso l’ultimo tratto del pendio che conduce alla frontiera tra la Repubblica Democratica del Congo e il Rwanda, chiamata “Ruzizi 1”. Là, il fiume Ruzizi lascia il lago Kivu e comincia la sua discesa verso la pianura, creando un confine naturale tra i due Paesi e, nel suo ultimo tratto, tra il Burundi e la Repubblica Democratica del Congo.

Accompagnato dai suoi collaboratori, il presule è arrivato proprio davanti al ponte che separa i due Paesi. «Perché ci sia la pace — sussurra — occorre essere cristiani, non dico battezzati, ma cristiani». Lungo la via si erano radunati numerosi cristiani, congolesi e ruandesi, soprattutto donne, che avevano già varcato il confine. Il clima era di gioia, l’abito quello della festa. La maggior parte delle donne ruandese portava un nastro bianco tra i capelli, mentre le donne congolesi i loro fazzoletti colorati. I membri dei gruppi ecclesiali indossavano le loro insegne. I funzionari della dogana, partecipando a quell’insolito clima, lasciavano scendere le persone fino al ponte. Dall’altro lato della frontiera, si osservava un nutrito gruppo di persone in coda davanti agli uffici, in attesa del permesso di attraversarlo. Monsignor Jean Damascène Bimenyimana, vescovo di Cyangugu, la città ruandese di frontiera vicina a quella congolese di Bukavu, ha attraversato il ponte, indossando, come l’arcivescovo, l’abito bianco. Quando i due presuli si sono abbracciati, tutt’intorno sono risuonati applausi e grida di gioia. Più che la festa, a regnare è stata l’emozione.

Occorre aver vissuto vent’anni qui per farsi un’idea del significato di questo incontro. È proprio su questa strada, che dalla frontiera entra direttamente nella città di Bukavu, che hanno marciato eserciti di morte. Molto probabilmente tutti i congolesi, uomini e donne, presenti quella mattina per accogliere gli ospiti e vicini, hanno perso un familiare, un amico durante i conflitti. Il ricordo del terrore della guerra era ancora vivo in quelle persone che si sono abbracciate e salutate, ognuna nella lingua dell’altra. Inoltre, se la situazione si è un po’ calmata da questo lato della frontiera, le popolazioni congolesi del Nord-Kivu stanno ancora vivendo grandi sofferenze, dovute in partte alla armata straniera.

di Justin Nkunzi
Direttore della Commissione Giustizia e pace dell’arcidiocesi di Bukavu

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19 ottobre 2018

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