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Finalmente a casa. Ma una casa non c’era

· La bambina divenuta donna tra Terezín e Auschwitz ·

«Dio mio, ma sono divise da detenuti! Dove ci hanno portati? Ma questo è un campo di concentramento! (...) Dunque è così che è fatto, non ero mai riuscita a immaginarmelo»: chi scrive è Helga Weiss, quindicenne ebrea di Praga appena giunta ad Auschwitz, dopo tre anni trascorsi a Terezín. È il 4 ottobre 1944. Lo stretto contatto con la furia nazista, del resto, per Helga era iniziato diverso tempo prima. E precisamente nel settembre del 1938 quando a Praga l’esercito aveva iniziato la mobilitazione per far fronte all’incombente minaccia tedesca. Così, a soli nove anni, la bambina aveva fatto il suo incontro con la Storia, entrata brutalmente nella sua vita attraverso la violenza dello scarpone che aveva sfondato una porta: in quanto ebrei, il padre perde il lavoro, lei viene allontanata da scuola e tutti sono obbligati a portare sui vestiti la stella gialla, pesante e incomprensibile.

Helga non sa bene cosa stia succedendo, però lei — così sveglia e presente — sente. Sente i boati dei bombardamenti, i discorsi politici alla radio, l’agitazione dei genitori, sente le voci che gridano di correre al rifugio, la gente attorno a lei che sparisce, sente per la prima volta una parola sconosciuta. «Ariano». Tra la voglia di cedere e quella di resistere, la bambina scrive e disegna: nata nel 1929, e cioè nello stesso anno di Anna Frank, anche Helga tiene un diario. La parte che raccoglie i resoconti da Terezín verrà consegnata prima della partenza per Auschwitz allo zio (che, saggiamente, murerà parole e disegni), mentre la parte che racconta ciò che successe dopo, nei campi di sterminio, Helga lo ha scritto a guerra finita. Perché degli oltre quindicimila bambini rinchiusi nel campo di Terezín e in seguito deportati ad Auschwitz, solo un centinaio è sopravvissuto alla Shoah ed Helga è stata una di questi.

Non è un libro facile Il diario di Helga. La testimonianza di una ragazza nei campi di Terezín e Auschwitz (Torino, Einaudi, 2014, pagine 213, euro 19). Perché la lenta rete di odio in cui sono finiti gli ebrei sotto il nazismo, quella spirale di disumanità viene raccontata e vissuta da una bambina, capace di cogliere segnali della tragedia in corso senza però perdere mai di vista il suo quotidiano. Anzi, è proprio il fatto che quel quotidiano di amiche, scuola, prime cotte e prime scoperte di vita sia distillato tra prime leggi anti-ebraiche, separazione civile, stella gialla, ghetto, deportazioni, campi di lavoro e campi di sterminio, restituisce — senza possibilità di fuga — il senso di un male capace di strisciare subdolo e sinuoso, fino ad arrivare a scardinare ogni cosa.

di Giulia Galeotti

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27 gennaio 2020

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