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Filosofia dello sguardo

· ​A Londra una mostra su John Singer Sargent ·

Amava dire di sé: «Sono un americano nato in Italia, educato in Francia, che parla inglese, sembro un tedesco e dipingo come uno spagnolo». L’artista John Singer Sargent (Firenze 1856 - Londra 1925) non faceva certo mistero di una formazione culturale poliedrica e dinamica. Ma in fondo il suo talento si concentrò in particolare sui ritratti. 

John Singer Sargent, «Robert Stevenson and his wife» (1885)

Concependo la pittura come uno strumento narrativo che mira a scandagliare i più intimi recessi del soggetto, il ritratto in Sargent viene a configurarsi come un’acuta e serrata introspezione dell’io: è lo sguardo, in questo modo di intendere la pittura, a recitare la parte del protagonista. Ne è conferma la mostra (dal 12 febbraio al 25 maggio) presso la National Portrait Gallery, a Londra, dove sono esibiti alcuni dei ritratti più celebri di Sargent: da Robert Stevenson and his wife alla Carmencita, da Madame x alla Ragazza di Capri. In queste opere è lo sguardo a colpire e a rapire: fatto che acquista una rilevanza ancor più pregnante considerando che i soggetti sono inseriti in uno scenario più vasto, dove anche altri elementi suscitano attenzione e attrazione. Ed è grazie al ritratto a valenza psicologica che l’artista si fece apprezzare soprattutto presso l’aristocrazia e l’alta borghesia europea e statunitense. Si dice che a quel tempo, grazie ai ritratti che ne fece, la fama dell’autore di Treasure Island e di The Strange Case of Dr. Jekill and Mr. Hyde conobbe una vertiginosa ascesa. Ora, col senno di poi, si potrebbe affermare che la grandezza di Stevenson non era debitrice nei riguardi di nessuno: ma fatto sta che fu lo stesso scrittore scozzese a dirsi onorato dell’attenzione che Sargent gli aveva riservato, rilevando, nel contempo, la suggestiva veridicità di quei ritratti, e di quegli sguardi.

di Gabriele Nicolò

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21 gennaio 2018

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