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Filippo Scroppo, il pastore dell’arte

· Dalla Sicilia alle Valli valdesi ·

Impossibile resistere al richiamo di quella che Edmondo de Amicis aveva ribattezzato «la Ginevra italiana» per il giovane Filippo, impaziente di vedere il mondo, di vedere dal vivo e a colori i capolavori custoditi nei musei della Penisola a Roma, Firenze, Milano, Torino. «Arruolato tra i radiotelegrafisti fu assegnato alla quinta compagnia di Firenze», scrive Erica Scroppo raccontando la precoce vocazione artistica di suo padre, pittore, scultore, critico, promotore e organizzatore culturale, oltre che appassionato difensore della causa valdese, nel libro Filippo Scroppo (1910-1993), il Pastore dell'Arte (Torino, Claudiana, 2016, pagine 80, euro 12,50). Erica vive tuttora tra Torre Pellice (la «Ginevra Italiana» di De Amicis, nel cuore delle valli valdesi in Piemonte) e Cambridge. Ha insegnato per molti anni, come suo padre, ed è stata la prima direttrice di radio Beckwith Evangelica; dal 1988 è la Executive Secretary della Waldensian Church Mission. Continua a scrivere articoli, libri e saggi, mossa da quella stessa allegra, vorace curiosità tenacemente ottimista che ha respirato per anni nel suo ambiente familiare.

Filippo Scroppo, «Autoritratto» (1926, particolare)

«La prima cosa che fece in libera uscita — continua Erica — fu di correre agli Uffizi, per cui ebbe sempre una speciale predilezione e dove sono ora collocate, nel Corridoio Vasariano, sezione autoritratti maestri del Novecento, ben due sue opere (1938 e 1942). Quando, nel 1982 gli giunse l’invito ufficiale dal museo, ritenne di non avere più nulla cui aspirare come pittore».

Filippo Scroppo era nato nel 1910 a Riesi, cittadina in provincia di Caltanissetta con una storia molto particolare: una comunità valdese «iniziata ufficialmente nel 1871 — si legge nel libro — e in maniera del tutto insolita». In quell’anno una petizione con le firme di circa ottanta notabili, sindaco in testa, «non solo invitava l’evangelista Augusto Malan, valdese delle Valli stazionato a Messina, a predicare, ma gli offriva addirittura una chiesa (...). Malan aveva tergiversato, ma alla fine, dicono i documenti della Tavola valdese, dopo aver considerato la strana lettera (...) partì senza avvertire la famiglia dei possibili pericoli. Il viaggio durò due giorni, l’ultimo pezzo a cavallo per valli e monti, e il suo arrivo suscitò trambusto fra amici e nemici».

A Riesi Filippo inizia fin da piccolo a modellare, scolpire e dipingere, ma le sue prime opere pittoriche sono quasi tutte andate perdute perché — nella fretta di dare forma al suo impulso creativo — usa semplice olio di oliva al posto dell’olio di lino per diluire i colori. A Firenze, ormai ventenne, passa ogni giorno dagli Uffizi o da Palazzo Pitti o dal Bargello per vedere le opere che aveva ammirato riprodotte in bianco e nero. «Rimanevo imbambolato — scriverà in una nota molti anni più tardi — davanti alla Primavera di Botticelli, intrisa della luce-colore caratterizzante la sua opera fino al 1490». Da giovane — e soprattutto durante la guerra — si arrabatta in mille modi per trovare alternative valide alle costosissime tele. Anche in seguito avrebbe spesso pagato i fornitori con le proprie opere. «Quando premeva l’impulso creativo — racconta Erica — se non trovava di meglio, dipingeva su entrambe le facciate delle tele, cartoni, legno. Usava la fantasia per reperire materiale di recupero; qualche volta adoperò addirittura vecchi asciugamani lisi».

Quando vennero sgombrate le cantine del Credito italiano di corso Regina Margherita a Torino, dove lavorava, ottenne il permesso di prendere una partita di copertine di vecchi registri. Erano di cartone spesso, e ne scelse una quarantina. «Su una di queste, debitamente preparata — conferma Filippo — ritrassi me stesso, guardandomi allo specchio». Stavolta, per fortuna, la preparazione del supporto era stata accurata e adeguata, senza ingredienti troppo “creativi”; il cartone dipinto è una delle due opere — l’autoritratto del 1938 — che ora si trova agli Uffizi.

«Meglio un cattivo pittore che un cattivo pastore. Fa di certo meno danni» amava dire agli amici, con allegro understatement, per spiegare la scelta di dedicarsi interamente all’arte. «La mia impressione di Scroppo — scrive Simonetta Agnello Horby introducendo il libro — è di un uomo di enorme energia, pronto a godere di tutto quello che la vita gli ha offerto». E a condividerlo il più possibile con gli altri.

Insegnò all’Accademia albertina delle Belle Arti per oltre trent’anni, ma «non volle mai imporre le proprie opinioni agli studenti e ai colleghi continua Agnello Horby —. E non amava scioccare il pubblico. Era straordinariamente altruista con alunni, colleghi, amici — ebbe rapporti di amicizia con grandi artisti e intellettuali come Felice Casorati, Renato Guttuso, Lucio Fontana, Carlo Levi, Elio Vittorini Italo Calvino e tanti altri. Da giovane, il suo carattere orgoglioso gli impediva di avvicinarsi a personaggi “idolizzati” perché non voleva essere confuso con le schiere di loro adulatori e seguaci. (...). Voleva essere riconosciuto per il suo talento, di cui era consapevole, senza dover nulla a nessuno ed era orgoglioso dei traguardi raggiunti con le proprie forze, come le quattro partecipazioni in anni diversi alla Biennale di Venezia, i molti premi, le molte mostre personali».

L’ultimo “grazie” della sua comunità è appena arrivato: una strada a Torre Pellice avrà presto il suo nome.

di Silvia Guidi

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20 agosto 2019

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