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Figlio di un uomo felice

· A colloquio con Gioele Dix ·

«La risata, di solito, nasce da quello che va storto. E quello che va storto va raccontato, riproposto, ri-generato in modo diverso. Per questo è, da subito, anche una forma di creazione». L’attore e regista Gioele Dix, alias Davide Ottolenghi, parla dell’ingrediente che dà sapore ai suoi spettacoli: il dono dello sberleffo gentile, dello sgambetto ironico che arriva quando lo spettatore meno se lo aspetta. E che gli permette di dare la sua personalissima versione di miti senza tempo, dai testi su cui pregano gli ebrei e i cristiani (nel “cabaret teologico” di lungo, lunghissimo corso La Bibbia ha (quasi) sempre ragione ) alla rilettura dei primi canti dell’Odissea che ruota attorno all’idea della paternità, messa in scena con il titolo Vorrei essere figlio di un uomo felice, in cartellone nei teatri delle città italiane.

I colpi di fioretto della battuta comica, lievi ma puntuti, danno ritmo e leggerezza a storie che fanno parte dell’immaginario collettivo da millenni, e non si lasciano frenare da nessun timore reverenziale «perché è proprio delle cose serie che è interessante ridere». Del resto, ridere non è un lusso ma un bisogno primario, una necessità, una medicina. Un istinto innato; «si vede bene nel bambino piccolo, nel neonato; appena si crea una relazione, appena comincia davvero a vederti, la reazione è ridere».

Crescendo, il bisogno di ridere aumenta ancora di più, perché la vita è difficile, è piena di contraddizioni e di imprevisti, e quello che va storto — come dicevamo all’inizio — va raccontato, deve trovare una nuova forma per diventare davvero nostro, per essere accettato e metabolizzato, e non solo subìto.

Proprio per questo «la comicità è una forma primordiale di creazione»; talvolta è puro istinto, come in uno sketch di Stanlio e Ollio, talvolta passa attraverso la creatività verbale. «Dio stesso — continua Dix citando l’idea che ha fatto nascere il suo spettacolo più celebre — mentre crea il mondo sente il bisogno di verbalizzare quello che fa». Ne La Bibbia ha (quasi) sempre ragione infatti l’ingegnere celeste evoca le cose con le parole, ma non tutto va liscio, i problemi iniziano ad arrivare da subito e il Creatore deve diventare anche il consolatore di se stesso, cercando di rimediare da solo ai suoi errori. Secondo la Midrash Dio in un primo momento aveva creato una luce troppo forte, insostenibile per lo sguardo umano, sostituita in fretta dal sole, dalla luna e dalle altre stelle del firmamento. Ma il “prototipo difettato” non è facile da neutralizzare. Dio cerca di rinchiuderlo da qualche parte, si affretta a riportare la fortissima luce iniziale nel suo contenitore, con la conseguenza, invece, di far esplodere tutta quella energia concentrata e disseminarla per il mondo. Ancora oggi, secondo questa antica leggenda ebraica, è rimasta traccia dell’esplosione primordiale: sono le scintille dell’amore di Dio che ancora possiamo incontrare sulla nostra strada sotto forma di particelle di bene, buone azioni e sorrisi “gratuiti” senza un doppio fine, che ci ricordano l’immensa luce del Creatore da cui tutte le cose provengono, e in cui tutto, alla fine della storia, troverà il suo senso.

Ma i guai per l’ingegnere celeste, nello spettacolo di Davide Ottolenghi, non sono finiti. Crea Adamo, ma il primo uomo da solo si annoia. Ha bisogno di qualcun altro con cui parlare (o litigare). Fare il custode del giardino del mondo non gli basta più, è stufo persino di dare il nome alle piante e agli animali che popolano la valle dell’Eden. Una moltitudine infinita che pretende di “esistere” anche nel linguaggio umano, che lo incalza da ogni parte pretendendo attenzione. Adamo è stanchissimo e demotivato, e cerca di risparmiare il fiato: dopo i nomi lunghi e altisonanti, alla fine restano solo i monosillabi. E gli ultimi resteranno ultimi, e dovranno accettare la sorte di chiamarsi “gru” e “gnu”.

La Bibbia è una miniera inesauribile di storie avvincenti, che possono essere illuminate da una risata; un evergreen che funziona sempre bene in scena è Giona, il profeta ribelle, l’uomo scelto dal suo Creatore per portare a termine un compito ben preciso. Giona sa bene Chi è il suo interlocutore e qual è la posta in gioco ma non cede; è determinato a fare di testa sua e cercare di cambiare il proprio destino.

Decide di scappare ma Dio lo riacchiappa sempre, facendolo passare attraverso una lunga serie di rocambolesche avventure. «Quello di Giona è un libro “alla Gordon Pym”, pieno di colpi di scena, ma tutta la Bibbia è piena di storie complicatissime e intrecci avvincenti. Del resto — continua Dix — gli ebrei hanno, da sempre, una intensa, forte relazione con la vita. La loro giornata è piena di cose da fare; non c’è niente che passi sottogamba, dai pasti, al modo di cucinare, all’uso del tempo». Ai figli di Israele la storia ha riservato un po’ di dolore in più, «per questo l’ironia è diventata così necessaria», chiosa Ottolenghi, che ha raccontato nel Quando tutto questo sarà finito (Mondadori, 2014) le vicissitudini della sua famiglia perseguitata dalle leggi razziali, raccogliendo la testimonianza di suo padre. Un libro scritto in prima persona, per non perdere la freschezza del racconto di un ragazzo, in un mondo che diventa improvvisamente inospitale. «Secondo Roland Barthes — si schermisce Dix — ci sono gli scrittori e gli scriventi; io sono solo uno scrivente. La scrittura vera è un’altra cosa; se penso a uno scrittore “vero” mi viene in mente Calvino». Visto che, come scrive nelle note di regia di un suo spettacolo «alcuni dei nostri migliori amici vivono allineati su uno scaffale, in casa nostra. Sono i libri, meravigliosi compagni capaci di mantenere più di quanto promettono» di chi consiglia la lettura tra i suoi colleghi comici? «Non amo le autobiografie — risponde Ottolenghi — ma non posso non citare l’Autobiografia di Groucho Marx. Quando un comico di quella portata si mette al lavoro, quello che racconta è comunque interessante, per come lo racconta, non tanto per la storia in sé. Un altro libro molto bello, che fa passare la voglia di andare in crociera è Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace. Poi c’è un classico come Tre uomini in barca, di Jerome K Jerome. Anche se il più grande di tutti è Achille Campanile, con L’invenzione del cavallo e altre commedie».

di Silvia Guidi

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17 giugno 2019

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