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Figli
di Dio

· La Chiesa in India celebra il Black Day in difesa dei diritti dei dalit ·

È una giornata di riflessione, sensibilizzazione, preghiera. Non una giornata di lutto, bensì di speranza, per costruire una nazione dove trionfino dignità umana, libertà e giustizia. Così i cattolici indiani vivono il Black Day, la “giornata nera” indetta il 10 agosto di ogni anno per ricordare alla nazione la patente discriminazione che vivono i dalit (i fuoricasta) cristiani e musulmani nella società indiana.

«Celebriamo attraverso liturgie, marce, incontri, manifestazioni, digiuni, veglie di preghiera. Vogliamo esprimere non tanto un lutto, ma piuttosto un desiderio di giustizia e uguaglianza, in nome del Vangelo», dichiara a «L’Osservatore Romano» padre Nithiya Sagayam frate cappuccino che vive a Madras, in Tamil Nadu, e che in India è coordinatore nazionale degli ordini religiosi francescani maschili e femminili. La giornata, indetta dalla Conferenza episcopale cattolica e celebrata anche dalle altre confessioni cristiane, ricorda l’approvazione, avvenuta il 10 agosto 1950, dell’articolo 3 dello Scheduled Castes Order, il decreto presidenziale che concede speciali diritti e benefici, soprattutto nel mondo del lavoro e nel campo dell’istruzione, ai dalit appartenenti alle cosiddette “caste riconosciute”, solo di religione indù. Tali diritti furono successivamente estesi anche ai dalit buddisti e sikh, escludendo quanti si erano convertiti al cristianesimo o all’islam.

Da anni le organizzazioni della società civile, le Chiese, i gruppi per i diritti umani chiedono che quella norma sia dichiarata incostituzionale, in quanto discriminatoria «poiché nega alcuni diritti costituzionali ai dalit solo in nome di una diversa fede», rileva padre Sagayam. Ma finora i governi hanno fatto orecchi da mercante e tanto più l’esecutivo attuale, guidato dal Baratiya Janata Party (Bjp), partito nazionalista che sembra avere altre priorità.

«In questa giornata vogliamo denunciare una palese ingiustizia, indegna dell’India moderna, fondata su basi democratiche e sullo stato di diritto. Chiediamo di porre fine a un meccanismo che legittima l’emarginazione e vittimizza i dalit, da secoli oppressi e abbandonati a causa del sistema delle caste. Tra loro i dalit di fede cristiana e islamica sono doppiamente penalizzati, perché non possono accedere a benefici che intendono promuoverne l’emancipazione e lo sviluppo». E se l’India democratica nata nel 1947 celebra solennemente il 15 agosto il giorno dell’indipendenza «allora per i dalit indiani quella giornata diventa vuota e insignificante, e lo diventa per un’intera nazione che non garantisce e non rispetta quei principi e quei valori fondativi del vivere civile», osserva il frate cappuccino. «Tutto questo vogliamo ricordare alla politica indiana nel Black Day», prosegue, indicando i binari su cui si muove la Chiesa cattolica indiana per dare il suo contributo: «Continueremo a offrire ai dalit, grazie alla rete di strutture cattoliche e all’opera di parrocchie e congregazioni religiose, istruzione, formazione professionale, assistenza sanitaria, aiuti economici, considerando che dei dalit vivono in villaggi in aree remote, in condizioni di estrema indigenza». Un’altra urgenza è, secondo il frate, «la formazione della leadership tra dalit e tribali: essi che costituiscono il 65 per cento dei 27 milioni di cristiani in India, ma solo il 5 per cento dei leader. Nostro compito — afferma — è ascoltare il loro grido e far sentire la loro voce ai decisori, ai politici, alle autorità, monitorando la loro situazione».

La commissione nazionale per le minoranze religiose e linguistiche, organismo governativo, ha condotto di recente uno studio su base nazionale confermando l’arretratezza economica, sociale e culturale di cristiani e musulmani appartenenti alle caste più basse. La commissione ha raccomandato di estendere loro lo status di “caste riconosciute", auspicando per loro l’accesso a misure che contribuiscano al loro sviluppo e promozione sociale. «Nonostante queste raccomandazioni, non vi è stata finora alcuna azione positiva da parte del governo per affrontare la questione», osserva padre Sagayam, ricordando che «è stato presentato ed è tuttora pendente davanti alla Corte suprema dell’India un ricorso che contesta la validità costituzionale dell’articolo 3 dell’Ordine del 1950».

È vero che il problema si inscrive all’interno della cornice dell’antico sistema castale in Asia del Sud: dalit è un termine sanscrito che significa “oppresso” e indica le caste degli intoccabili della società. Furono nel 1935 gli inglesi, che allora governavano l’India, a cercare di sanare quell’antica discriminazione, concedendo speciali benefici alle fasce di popolazione al gradino più basso della scala sociale. Tuttavia, nel 1950, l’Ordine presidenziale ha revisionato quelle disposizioni conferendo lo status di “caste riconosciute” solo ai dalit di religione indù, includendo poi sikh e buddisti e tagliando fuori cristiani e musulmani.

Secondo stime ufficiali, i dalit in India sono circa il 25 per cento degli 1,3 miliardi di abitanti: 300 milioni di persone che continuano a sperimentare l’esclusione e lo stigma dell’intoccabilità. «Restiamo accanto a quanti vengono sfruttati ed emarginati. Preghiamo e lavoriamo perché le ingiustizie che subiscono possano cessare», ha rimarcato il vescovo di Chingleput, monsignor Anthonisamy Neethinathan, a capo dell’ufficio per le caste e le tribù svantaggiate, in seno alla Conferenza episcopale indiana, ricordando la loro incrollabile speranza: «Sono tutti figli di Dio e Dio non li abbandonerà mai».

di Paolo Affatato

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