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Fieno, mangiatoia ed eucaristia

· Scelte e gesti del Poverello nel racconto di Tommaso da Celano ·

Nel 1228 Gregorio IX canonizzò frate Francesco d’Assisi, ossia ne riconobbe canonicamente la santità mediante una prassi consolidatasi negli ultimi decenni. Da quel momento il figlio del mercante assisano Pietro di Bernardone è per la Chiesa un modello da imitare, un intercessore da pregare e un maestro da ascoltare. Se l’intercessione, direttamente collegata all’aspetto taumaturgico cioè alla capacità di compiere miracoli, si esplicita soprattutto mediante la preghiera e in particolar modo la liturgia, quello esemplare è mediato dalla conoscenza di parole e fatti edificanti della sua esistenza narrati in un’opera da divulgare mediante la lettura.

Certamente quando Gregorio IX commissionò al frate Tommaso da Celano di scrivere la vita del nuovo santo non pensava assolutamente a narrazioni fantastiche o eteree, ma a un racconto delle opere e parole dell’Assisiate che facesse risaltare la sua santità. E quindi il Celanense si mise a scrivere non una cronistoria, ma una lettura teologica — cioè che considerasse l’azione della grazia del Signore — della storia ma senza eliminare quest’ultima. Fu così che a soli due anni di distanza dalla sua morte ebbe origine la prima agiografia, ossia scrittura della santità, di san Francesco; l’autore lo denomina indifferentemente santo o beato, ma ciò non deve destare meraviglia perché la distinzione attuale tra santo, a cui è riservato un culto prescrittivo e universale ufficializzato mediante una canonizzazione, e beato, a cui è concesso un culto solamente indultivo e locale dopo la beatificazione, ha origine solo più tardi, nel Seicento.

Un’agiografia, quindi, in cui la lettura sapienziale della vita di Francesco a volte è fatta mediante una riflessione logica, ma più spesso tramite il genere letterario narrativo. E così, soprattutto per narrare la gioventù e la conversione, l’autore non disdegna di attingere a modelli narrativi precedenti, come racconti biblici oppure di santi famosi quali Martino di Tours o Antonio abate. C’è da considerare che se per quanto accadde nei primi decenni della vita dell’Assisiate si potevano assumere modelli precedenti, forzando a volte la storia — anche se per dire il vero in vari casi è la forza della storia che deforma tale stile agiografico — ciò risultava più difficile per non dire impossibile per gli episodi più recenti che potevano essere accaduti solo pochi anni prima. In fondo Tommaso da Celano scrive quando frate Francesco è morto solo da un paio d’anni.

Il testo della Vita beati Francisci fu pronto nel 1228-1229. Come incastonate tra un prologo e i miracoli, le due parti che la compongono narrano rispettivamente dall’infanzia al 1223 e dalla permanenza a la Verna nel 1224 fino alla morte e canonizzazione. Quasi fosse un racconto di passaggio, al termine della prima parte è narrato ciò che accadde nella notte di Natale del 1223 a Greccio.

Tommaso da Celano innanzitutto contestualizza l’episodio nella scelta esistenziale di Francesco d’Assisi da lui stesso ricordata e trasmessa ai frati poco prima di morire nel Testamento, ossia «vivere secondo la forma del santo Vangelo» seguendo le orme del Signore nostro Gesù Cristo. Quindi non si tratta di una imitazione mediante una osservanza letterale e pedissequa del dettato evangelico, ma come ha ben illustrato André Vauchez, di una «osservanza spiritualmente letterale» del Vangelo; infatti per l’Assisiate la lettera era importante — tanto da avere davanti ad essa un atteggiamento quasi integralista — però non per se stessa, ma in quanto mediante essa è possibile accedere alla Parola che è “spirito e vita”.

di Pietro Messa

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21 novembre 2018

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