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Fiducia e speranza tra tentazioni e frustrazioni

· I sacerdoti rispondono alla lettera di Papa Francesco ·

Considero un privilegio poter rispondere alla lettera scritta dal Santo Padre a noi, sacerdoti, il 4 agosto 2019, nella memoria di san Giovanni Vianney, il Curato d’Ars.

Sono un sacerdote diocesano trentanovenne, ordinato il 19 giugno 2010 e incardinato nella diocesi rurale di Mpika, in Zambia. La mia diocesi, che conta 16 parrocchie e si estende su un’area di 102.500 chilometri quadrati, ha solo 48 sacerdoti per svolgere i servizi pastorali per più di 300.000 cattolici.

I miei nove anni di sacerdozio mi hanno portato a ricoprire diversi ruoli e responsabilità, da quello di curato, a quello di direttore delle vocazioni, parroco e ora cappellano. La mia cappellania comprende la scuola secondaria diocesana femminile, una scuola di agraria e il ministero pastorale cattolico delle carceri. Inoltre, ho il compito di prendermi cura dei sacerdoti a riposo nella diocesi e di accompagnare le famiglie del Marriage Encounter. Nel mio cammino sacerdotale ho sperimentato gli alti e bassi del ministero pastorale. Ho vissuto le gioie, le sfide, le tentazioni e le frustrazioni che accompagnano la vita sacerdotale.

È su questo sfondo che considero la lettera del Papa di grande conforto. Mi ha davvero incoraggiato. Il Pontefice ha riconosciuto il contesto in cui operiamo. Ha rivelato il nostro lato debole, al quale dobbiamo prestare attenzione. Nel suo linguaggio semplice, ci ha sfidati a rinnovare l’impegno al sacerdozio santo. Francesco non condanna, ma evidenzia ciò che è sbagliato, indica il cammino per andare avanti, ci tiene per mano e ci ispira speranza.

Leggendo le pagine della lettera, mi sento molto vicino al suo cuore. La lettera ha parlato alle mie esperienze personali, e in tal modo mi ha fatto pensare che il Papa non è distaccato, ma ben consapevole delle nostre difficoltà mentre serviamo il popolo di Dio.

Nel mio contesto tradizionale zambiano, il sacerdozio non è apprezzato come matrimonio. Il matrimonio è un valore tradizionale, poiché attraverso la nascita dei figli il nome della famiglia viene tramandato ai discendenti. Su questo sfondo, noi sacerdoti in qualche modo siamo visti distaccati dalla famiglia e dalla società tradizionale. Il sacerdozio è accettato dalle nostre famiglie e dalla società da una prospettiva cristiana. Il sacerdozio è e rimarrà sempre un dono di Dio che io stesso a volte non riesco a comprendere. Il dono del sacerdozio trascende la mia natura, perché è una meraviglia donata da Dio.

Il Santo Padre ha parlato delle sfide e degli scandali nel sacerdozio che sono stati messi a tacere o insabbiati o dalle autorità ecclesiastiche o dai colpevoli stessi. Alcuni di questi scandali di cui sentiamo parlare in altre parti del mondo sono impensabili per me come sacerdote zambiano e anche come africano. Ma la Chiesa è una famiglia e quindi subiamo le conseguenze tutti insieme. Con l’avvento dei social media e il facile accesso all’informazione, noi in Zambia veniamo invariabilmente «ridicolizzati e colpevolizzati per crimini che non abbiamo commesso». Naturalmente anche la Chiesa in Zambia ha le proprie manchevolezze, ma sono di natura diversa.

Ora, comprendendo la Chiesa come corpo di Cristo, «non c’è disunione nel corpo, ma anzi le varie membra hanno cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (cfr. 1 Corinzi 12, 25-26). Pertanto, lo scandalo di ogni sacerdote, in qualunque parte del mondo, colpisce l’intero corpo del sacerdozio.

Siamo tutti colpevoli e proviamo vergogna per i vizi che Dio sta rivelando nella Chiesa al fine di giungere alla guarigione. «Perciò io, il Signore, dico: I vostri peccati sono palesi. Tutti sanno quanto siete colpevoli» (cfr. Ezechiele 21, 29). L’esposizione del peccato nella Chiesa non è volta a distorcere l’immagine della Chiesa, ma a ripristinare il nostro standard. Come Chiesa dobbiamo rivendicare la nostra vera identità. A causa degli scandali la Chiesa è malata, e Dio dice: «Quando voglio guarire il mio popolo Israele e renderlo di nuovo prospero, tutto ciò che vedo è la sua iniquità e il male che pratica» (cfr. Osea 7, 1). I disegni di guarigione e di ripresa sono ribaditi anche dal profeta Geremia, quando scrive che solo Dio conosce i progetti che ha fatto per noi, suoi servitori, progetti di prosperità e non di sventura, progetti per realizzare il futuro che auspichiamo (cfr. Geremia 29, 11).

L’esposizione del peccato e il pentimento sincero sono l’inizio della guarigione. Nella sua lettera Papa Francesco dice: «Oggi vogliamo che la conversione, la trasparenza, la sincerità e la solidarietà con le vittime diventino il nostro modo di fare la storia e ci aiutino ad essere più attenti davanti a tutte le sofferenze umane». Dio vuole guarire e benedire la sua Chiesa, ma non ci sarà nessuna guarigione se non riconosceremo, accetteremo e cercheremo il pentimento per i nostri peccati.

L’umiliazione porta umiltà che ci rende ricettivi alle grazie di Dio. Potrebbe sembrare che il Papa umili le guide della Chiesa, ma secondo me è vero il contrario. Egli ci invita a essere umili e penitenti, affinché Dio possa benedirci. «Ecco non è troppo corta la mano del Signore da non poter salvare; né tanto duro è il suo orecchio, da non poter udire. Ma è a causa dei vostri peccati che non vi ascolta. Confidate nelle menzogne per vincere la vostra causa. Realizzate i vostri piani per ferire gli altri. Le trame maligne che tessete sono letali come le uova di un serpente velenoso. Progettate sempre qualcosa di male e non vedete l’ora di metterlo in pratica» (cfr. Isaia 59, 1-8).

In passato sembrava che la Chiesa esistesse per il clero, il quale era intoccabile e non poteva essere messo in discussione o accusato di agire male. Questo scenario operava contro la vocazione del sacerdote.

Un sacerdote è chiamato a proteggere le persone e, se perde il contatto con Dio, diventa bugiardo e mette a rischio anche loro.

Personalmente ritengo che i nostri volti siano sfigurati a causa degli scandali esposti, tuttavia le nostre anime stanno attraversando un processo di purificazione. Non possiamo coprirci il volto vendendo la nostra anima. Il Pontefice fa proprio questo: «Ci sta salvando dall’ipocrisia, dalla spiritualità delle apparenze».

Per quanto riguarda la situazione zambiana, nello specifico, abbiamo i nostri problemi che interessano il sacerdozio. Si tratta di problemi che potrebbero sembrare inezie, specialmente a uno straniero che non comprende il contesto culturale, politico ed economico dello Zambia e dell’Africa in generale. Qui di seguito sono elencate alcune delle difficoltà che sfociano addirittura in scandali:

1. Mancanza di risorse per gestire le nostre missioni. Come evidenziato all’inizio, le nostre parrocchie sono geograficamente estese e pertanto servono mezzi di trasporto per raggiungere le periferie delle parrocchie, che di solito si trovano lungo strade polverose, non asfaltate. Da parte mia, per svolgere il mio apostolato devo percorrere lunghe distanze senza automobile o moto. Il più delle volte dipendo dai trasporti pubblici e devo percorrere grandi distanze a piedi per andare a servire la gente.

2. Rimanere due o tre mesi senza le offerte delle messe. A causa delle difficoltà economiche, i sacerdoti restano mesi senza ricevere il contributo che è inferiore ai cento euro mensili. I nostri vescovi si affannano, correndo da una parte all’altra al fine di trovare modi e mezzi per sostenere i loro sacerdoti e seminaristi. Dipendiamo dalla provvidenza divina.

3. Lo zelo per il lavoro pastorale sta lentamente diminuendo. Secondo la mia esperienza, i discorsi sulla cura pastorale si scontrano con una forte resistenza da parte di alcuni sacerdoti, che sembrano aver smarrito lo zelo per il lavoro pastorale. Quelli che sono troppo orientati al lavoro pastorale di solito vengono insultati e devono affrontare difficoltà interne. Viene dedicata molta attenzione a quelle attività pastorali che hanno degli incentivi.

4. Politiche secolari. Ci sono alcuni politici che approfittano della nostra situazione di povertà, usando denaro per spegnere le voci profetiche di sacerdoti. La voce della Chiesa sta diventando debole perché “non puoi mordere la mano che ti dà da mangiare”. È questo che di solito si sente dire.

5. Accuse di stregoneria. Sono stati registrati alcuni casi di sacerdoti apparentemente coinvolti nella stregoneria, il che induce paura reciproca nella comunità.

6. Successione tradizionale. Ci sono situazioni in cui a un sacerdote è stato chiesto di diventare capo della sua tribù. Il rifiuto da parte del sacerdote di assumere il ruolo di leader tradizionale comporta il ripudio e l’isolamento da parte della famiglia.

7. False accuse. Si sono verificati casi in cui un sacerdote è stato falsamente accusato di avere disonorato una donna. Tra tutte le accuse alcune sono vere, ma per la maggior parte si tratta di accuse organizzate o per ricattare ed estorcere soldi da parte di famiglie povere, o per fare abbandonare alla persona il sacerdozio di modo che sposi la loro figlia. Molti sacerdoti hanno accettato la responsabilità di gravidanze alle quali sono estranei. Così tanti presbiteri finiscono col vivere esistenze tormentate. Alcune donne vengono usate dai politici o dai nemici del sacerdozio per tormentare i preti. Sono diversi i presbiteri che hanno abbandonato il sacerdozio in simili circostanze. Altri rimangono buoni e tranquilli; non affrontano le questioni politiche e sociali nel timore di venire incastrati o esposti. Stiamo ora soffocando la verità per proteggere le nostre false immagini. Dio dice: «I profeti hanno fuorviato il mio popolo dicendo che tutto va bene quando tutto non va bene» (cfr. Ezechiele 13, 16).

8. Scarso sostegno finanziario da parte della gente. La mentalità della nostra gente è ancora quella del venire imboccata. Era abituata a ricevere le cose dai missionari, che disponevano di denaro. I missionari hanno costruito chiese e altro utilizzando il loro denaro. Si sono presi davvero cura delle persone, ma la nostra gente non ha imparato a prendersi cura dei suoi sacerdoti in termini di sostegno e mantenimento della parrocchia. Poiché non sta più all’estremo di chi riceve, oggi la gente accusa di continuo i sacerdoti di rubare denaro. Ci vorrà tempo per cambiare questa mentalità.

9. Mancanza di comprensione. Quello che la gente vede e condanna sono le azioni di sacerdoti, ma nessuno bada alle cause o ai contesti negli ambiti in cui i singoli sacerdoti operano. Molti scandali che coinvolgono sacerdoti sono pianificati o da politici al fine di metterli a tacere o dai nemici di qualunque cosa sia buona.

10. Ipocrisia. Ormai il sacerdozio è caratterizzato da ipocrisia. Apprezziamo le cose esteriori ma abbiamo sepolto ciò che è reale.

11. Celibato. Nella tradizione africana il dono del celibato continua a essere un’idea astratta. C’è chi in noi non vede il presbitero, bensì un uomo che può senza problemi abbandonare il sacerdozio e sposare sua figlia. Alcuni ricorrono a incantesimi o altri mezzi per distruggere il dono del celibato nei sacerdoti. Nessuno diventa sacerdote con l’intenzione di portare vergogna su se stesso, la famiglia e la Chiesa. Abbiamo bisogno della misericordia e della grazia di Dio, poiché “eterna è la sua misericordia”.

Sono questi alcuni dei problemi che affliggono i sacerdoti zambiani in generale e, in parte, anche la mia diocesi. Sono problemi che vanno affrontati per ripristinare la fiducia nei sacerdoti e nella nostra gente, come anche per incoraggiare e dare speranza ai seminaristi. È un dato di fatto che alcuni seminaristi e presbiteri abbandonano il sacerdozio e il seminario a causa delle difficoltà nel far fronte a tali problemi. È questo il contesto scoraggiante e sfibrante nel quale operiamo.

La lettera del Papa ha dato un significato alle sfide appena citate e alle altre che dobbiamo affrontare. Mi sento incoraggiato quando dice: «Riconosco e vi ringrazio per il vostro coraggioso e costante esempio che, nei momenti di turbolenza, vergogna e dolore, ci mostra come voi continuate a mettervi in gioco con gioia per il Vangelo». Mi consola inoltre il capitolo che egli dedica alla lode, dove ricorda a tutti noi la soluzione spirituale di volgere lo sguardo verso Maria Addolorata, il cui cuore viene trafitto ogni volta che «ci sentiamo tentati di isolarci e rinchiuderci in noi stessi e nei nostri progetti proteggendoci dalle vie sempre polverose della storia, o se lamenti, proteste, critiche o ironia si impadroniscono del nostro agire senza voglia di combattere, di aspettare e di amare», affinché «purifichi i nostri occhi da ogni “pagliuzza” che potrebbe impedirci di essere attenti e svegli per contemplare e celebrare Cristo che vive in mezzo al suo Popolo». Riprendendo le sue parole, la lettera mi ha davvero riportato alla “memoria deuteronomica della mia vocazione”.

Sono molto grato di queste parole motivanti.

di Nathan Mutale Mwango
Sacerdote della diocesi di Mpika, Zambia

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26 febbraio 2020

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