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Fiato sospeso sulla Siria

· Attesa per le decisioni di Washington dopo il no del Parlamento britannico all’intervento armato contro Damasco ·

Per Parigi lo scenario non è cambiato mentre Mosca ribadisce l’opposizione in sede Onu ad azioni di forza

Non si dissolve ancora l’ombra di un possibile attacco esterno alla Siria,  sebbene il Parlamento britannico abbia bocciato una proposta in questo senso del primo ministro David Cameron, finora tra i leader internazionali più convinti della necessità di intervenire contro il presidente siriano Bashar Al Assad, anche in assenza di un mandato dell’Onu, i cui ispettori stanno cercando di  accertare la veridicità, compresa la collocazione temporale, del presunto attacco con armi chimiche il 21 agosto scorso in una zona alla periferia di Damasco controllata dai ribelli, ed  eventuali prove sulla responsabilità, della quale ribelli e Governo si accusano a vicenda.

La richiesta di Cameron è stata respinta  con 13 voti di scarto, quindi anche da esponenti della sua maggioranza. «Mi è chiaro — ha detto il premier — che il Parlamento,  rappresentando il volere del popolo, non vuole un’azione militare. Ne prendo atto. Agirò di conseguenza». Da parte sua, il leader dell’opposizione laburista, Ed Miliband,  ha chiarito  che  «un intervento militare britannico in Siria adesso non è più in agenda».

A giudizio di molti osservatori, a pesare sulla decisione dei parlamentari britannici hanno contribuito i precedenti storici, dato che per giustificare l’attacco anglo-statunitense all’Iraq nel 2003 furono addotte dagli allora presidente statunitense George W. Bush e primo ministro britannico Tony Blair prove poi rivelatesi false proprio relative ad armi chimiche. Né sono mancati interventi per ricordare la possibilità di una manipolazione mediatica riguardo alle immagini diffuse dai ribelli siriani sui social network. Ai Comuni è intervenuto anche l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, ribadendo,  quanto già affermato nel dibattito riguardo al fatto che un intervento dall’esterno «dichiarerebbe aperta la stagione di caccia alle comunità cristiane», già pesantemente colpite da gruppi  ribelli di matrice fondamentalista islamica.

L’attenzione  si concentra ora sugli Stati Uniti, che  altri Paesi sono pronti ad appoggiare  in caso di attacco alla Siria, ma che vedono ora incrinato quell’asse con lo speciale alleato britannico che  li ha affiancati in ogni operazione militare intrapresa dall’invasione di Panama del 1989 in poi. Secondo il presidente francese, François Hollande, la decisione del Parlamento di Londra  non cambia invece lo scenario.   Hollande afferma che  la Francia è pronta a un’eventuale azione armata anche senza la Gran Bretagna, prospettandone persino  l’avvio prima di  mercoledì prossimo, quando è fissato il dibattito all’Assemblea nazionale francese, ma  precisando  che  non si muoverà senza un’adeguata base giuridica che giustifichi  l’intervento.

Il presidente degli Stati Uniti,  Barack Obama,  non ha ancora preso una decisione, anche se ieri  la Casa Bianca ha presentato a rappresentanti del Congresso  in conferenza telefonica anticipazioni sulle informazioni che a giudizio dell’intelligence  proverebbero la responsabilità di Assad nell’uso di armi chimiche.  «Le decisioni del presidente Obama — si legge in una nota della Casa Bianca — saranno guidate da quelli che sono i migliori interessi degli Stati Uniti. Il presidente ritiene che ci siano in gioco interessi per gli Stati Uniti  e che i Paesi che violano le norme sul divieto di armi chimiche devono essere ritenuti responsabili».

Il vice ministro degli Esteri russo,   Ghennadi Gatilov,  ha ribadito che «Mosca è contraria a qualsiasi risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu, che possa essere usata per un’azione di forza contro la Siria».  Da parte sua,  il consigliere diplomatico del Cremlino, Iuri Ushakov, ha dichiarato che simili azioni «attenterebbero gravemente al sistema basato sul ruolo centrale dell’Onu e porterebbero un colpo serio all’ordine mondiale».

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15 ottobre 2019

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