Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

A fianco ai carcerati

· I volontari della Società San Vincenzo de’ Paoli ·

Lo faceva già san Vincenzo de’ Paoli nel 1600 nelle carceri di Francia, di cui era cappellano generale. Dopo di lui tanti altri religiosi e laici. Oggi, in Italia, la Società San Vincenzo de’ Paoli grazie a una rete di volontari penitenziari svolge mansioni specifiche, come distribuzione di vestiario, organizza numerose attività, tra cui corsi di cultura religiosa e animazione della messa. Particolare attenzione è rivolta anche alle famiglie dei detenuti, che vivono situazioni di disagio.

«Povertà tra le povertà, il carcere rappresenta un impegno di carità tra i più difficili e coinvolgenti» ha dichiarato Antonio Gianfico, presidente nazionale della Società San Vincenzo de’ Paoli, nel corso di un convegno dal titolo: “Il carcere e la speranza: un percorso di vita nuova”, promosso dall’Ufficio formazione integrale dell’Università Europea di Roma. «L’aiuto dei volontari — ha detto — non si riduce a una visita fine a se stessa, ma coinvolge il detenuto in un percorso di recupero e di prevenzione. Ed è per questo che offriamo non solo un sostegno materiale, ma soprattutto attenzione umana, amicizia, aiuto a redimersi, a ritrovare se stessi e un giusto ruolo nella società».

Il volontariato in carcere è una realtà importante, che in parte sopperisce alle carenze dell’amministrazione penitenziaria, svolgendo una funzione di collegamento col mondo esterno, di umanizzazione, e incentivando percorsi di reinserimento. «Rinascere per affacciarsi a una vita nuova, in quella cultura dell’incontro che il Papa ci invita a fare. È questo quello che cerchiamo di fare supportando i detenuti e le famiglie. Con una presenza costante e un aiuto spirituale cerchiamo di non lasciarli soli» ha detto Claudio Messina, delegato nazionale carceri della San Vincenzo de’ Paoli e volontario penitenziario da oltre 20 anni. «In galera — ha aggiunto — non ho mai trovato mostri, ma tanta umanità che è quella che ci unisce e per questo dobbiamo crederci. Occorre saperla riconoscere in sé e negli altri per una nuova convivenza».

L’associazione si preoccupa anche della cura delle famiglie che hanno congiunti in carcere, accompagnandole in un cammino di educazione alla legalità per scongiurare il fatto che i figli possano ricadere negli stessi errori dei genitori. «Cerchiamo di dare sostegno economico e accoglienza. L’affettività, la separazione forzata dalla famiglia, dalle persone care, soprattutto dai figli — ha spiegato Messina — è una nota dolente, che può incidere in modo determinante sulla tenuta della famiglia stessa e sulla psiche della persona reclusa». Specialmente nei casi di lunga detenzione, i legami con la famiglia possono perdersi. Per questo «è importantissimo il sostegno ai familiari soprattutto con una vicinanza e un accompagnamento nei momenti più critici, quando anche la società si mostra ostile e si chiude nei confronti di chi ha un congiunto in carcere».

Altro aspetto cui i volontari guardano con attenzione è quello della formazione e del lavoro. Spesso le persone detenute non hanno qualifiche professionali ed esperienze lavorative. La loro vita può aver seguito percorsi criminali, favoriti da condizioni economiche e socioculturali di degrado. «Perciò, se la persona si convince di voler cambiare e imparare un mestiere che possa servirgli una volta espiata la pena — ha proseguito Messina — può partecipare a corsi, attività e progetti. L’attenzione al lavoro e alla formazione professionale è una nostra priorità. I volontari si danno da fare anche per alleggerire il peso di certe situazioni, per ricercare alloggi e inserimenti lavorativi».

La San Vincenzo de’ Paoli svolge un’attività di comunicazione rivolta ai soci e alle persone interessate ad approfondire la conoscenza di questo “mondo”, considerato a torto un mondo separato, escluso dalla vita della comunità, dove vivono persone che meritano di stare lì. «Lo stigma della colpa rende difficile poter distinguere la persona dal suo reato, tanto da far ritenere che con la libertà personale il detenuto abbia perso anche la sua dignità di persona. Non solo questo sentimento è contrario al senso di umanità e alla morale cristiana — ha spiegato Messina — ma contrasta con i principi laici dell’etica e delle regole del vivere civile». Dello stesso avviso Carlo Climati, direttore del laboratorio “Non sei un nemico”, il quale ha rimarcato che «ogni essere umano ha un valore. Incontrarlo e ascoltarlo significa aprire il proprio cuore a una comunicazione autentica».

di Francesco Ricupero

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 aprile 2019

NOTIZIE CORRELATE