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Festa dell’accoglienza

Papa Francesco ha chiesto ai panamensi di costituire un «patto sociale» per garantire a tutti il «diritto al futuro» in quello che è stato il primo discorso del suo viaggio, pronunciato di fronte al presidente del paese, Juan Varela, alle autorità e ai rappresentanti della società civile e al corpo diplomatico nel Palazzo Bolívar, sede del ministero degli Esteri.

Sorridente e senza quasi mostrare traccia delle tredici ore di volo che separano Roma da Panamá, giovedì mattina il Pontefice si è rivolto all’America e al mondo intero, poi ha pronunciato un secondo discorso di fronte ai vescovi centramericani e un terzo in un grande spiazzo vicino alla costa, dove ha avuto luogo il suo primo incontro con i giovani, in gran parte provenienti dal continente americano.

Dopo aver celebrato la messa in privato nella nunziatura apostolica, alla presenza del personale della rappresentanza con familiari e amici, Francesco si è trasferito in auto al Palazzo presidenziale per la visita di cortesia al capo dello Stato. Fin dalle prime ore del mattino all’ingresso del Palacio de las Garzas si sono accalcati fedeli di tutte le età. Bambini con bandiere panamensi e giovani con fazzoletti con il logo della Gmg hanno accolto e abbracciato a lungo il Papa prima che avesse inizio la cerimonia di benvenuto. Il Pontefice è stato ricevuto dal presidente Varela e dalla consorte, con i quali si è riunito in privato per circa un quarto d’ora. Poi al momento dello scambio di doni ha consegnato un medaglione realizzato appositamente per questo viaggio con l’immagine di Santa María La Antigua, patrona di Panamá, raffigurata con il Bambino Gesù sul braccio sinistro e una rosa nella mano destra: entrambi hanno la corona sul capo con la scritta in latino della XXXIV Gmg. Varela ha ricambiato con un libro sulla storia dell’indipendenza del paese. Quindi il Pontefice argentino ha firmato il libro degli ospiti d’onore esprimendo la propria «gratitudine» per il «caloroso benvenuto», e ha assicurato al popolo «preghiere affinché Dio Onnipotente guidi e protegga tutti».

Sempre in automobile il Papa si è poi recato al Palazzo Bolívar, dove dopo la foto di rito ha pronunciato il primo discorso in terra panamense, alla presenza del presidente Varela Rodríguez, dei rappresentanti del corpo diplomatico e di altre autorità locali. Il capo dello Stato gli ha dato il benvenuto con un discorso nel quale ha descritto i progressi raggiunti dal suo governo in campo sociale e ha citato più volte i pensieri del Pontefice. Poi è arrivato il turno di Francesco, che ha ricordato tra l’altro: «Il servizio pubblico è sinonimo di onestà e giustizia, e il contrario di qualsiasi forma di corruzione». Impegno che, ha sottolineato il Papa, «passa attraverso il mettere la persona al centro come cuore di tutto; e questo spinge a creare una cultura di maggiore trasparenza tra i governi, il settore privato e tutta la popolazione».

Il palazzo è un bellissimo esempio di architettura coloniale spagnola dove i colori dell’infinito tra cielo e mare si confondono in una vista mozzafiato ricordando la vocazione all’integrazione del paese, «ponte tra gli oceani e terra naturale di incontri». Panamá, il territorio nazionale «più stretto di tutto il continente americano, è simbolo della sostenibilità che nasce dalla capacità di creare legami e alleanze», ha sottolineato Francesco. «Se il mondo dovesse scegliere la sua capitale, l’istmo di Panamá sarebbe segnalato per questo Augusto destino», ha ricordato Bergoglio con le parole di Simón Bolívar il Libertador.

A soli venti metri di distanza dal palazzo del potere istituzionale, sulla porta laterale della chiesa di San Francesco d’Assisi, nel centro storico della città e a pochi passi dal lungomare, è stata appesa un’enorme fotografia di Papa Francesco. Al di sotto, un cartello in spagnolo e in inglese che recita: Bienvenido, Welcome al Papa americano, dimostrazione dello spirito di accoglienza con cui questo piccolo paese centramericano ha dato il benvenuto al Pontefice.

Giunto a piedi dal vicino palazzo Bolívar, Francesco ha fatto il suo ingresso all’interno della chiesa, dove sulla piccola pedana rialzata c’erano l’arcivescovo di Panamá, monsignor Ulloa, e il presidente del Sedac, monsignor Escobar Alas, a dare inizio al secondo incontro della giornata: quello con i vescovi di tutta la regione. Francesco è stato accolto con calore dai porporati e dai presuli di tutti i paesi limitrofi. Tra questi, seduti in prima fila, i cardinali Rodríguez Maradiaga, dell’Honduras, Brenes Solórzano, del Nicaragua, e Rosa Chávez, di El Salvador, che fu stretto collaboratore di sant’ Óscar Romero. E proprio le parole del vescovo martire hanno fatto da filo conduttore al lungo discorso del Papa sul ruolo del pastore e sul senso della presenza della Chiesa in un territorio ferito come quello dell’America centrale. Si tratta di Chiese segnate dalle «ferite» della povertà, della guerra, della violenza (si veda l’organizzazione criminale internazionale las maras), delle droghe e della presenza di chiese libere e persino di sette. Chiese segnate dal martirio in un’epoca di dittature militari e guerre fratricide. El Salvador ne è il simbolo, così come il Guatemala.

Il concetto di America latina è in queste terre una categoria storico-culturale, che travalica le questioni geografiche e politiche. Per la Chiesa locale, la definizione «America latina» abbraccia il Messico (che geograficamente fa parte del Nord), l’America centrale, l’America del Sud e i caraibi latinoamericani, senza tralasciare la componente latina negli Stati Uniti e in Canada.

Al termine dell’incontro il Papa ha posato per una foto di gruppo con tutti i presenti.

Nel pomeriggio, nel campo Santa María La Antigua, nella Cinta costera, Francesco ha partecipato al primo appuntamento della Gmg con 250.000 ragazzi: la festa di apertura e di accoglienza, caratterizzata da uno spettacolo di canti e balli tipici dei cinque continenti. Di fronte al Papa hanno sfilato le bandiere di tutti i paesi, quasi si trattasse delle Olimpiadi, oltre alle immagini dei santi patroni della Gmg — Giovanni Paolo II, Juan Diego, Martin de Porres, Rosa da Lima, José Sanchez del Rio e lo stesso Óscar Romero — e di grandi personalità religiose di ogni continente, in una cerimonia colorata e allegra. Dopo la lettura del brano tratto dal vangelo di Giovanni (2, 1-11) sulle nozze di Cana, il Papa ha preso la parola: «Mi ricordo che, a Cracovia, alcuni mi chiesero se sarei andato a Panamá, e io risposi: “Io non so, ma Pietro di sicuro ci sarà. Pietro ci sarà”. Oggi sono contento di dirvi: Pietro è con voi per celebrare e rinnovare la fede e la speranza. Pietro e la Chiesa camminano con voi e vogliamo dirvi di non avere paura, di andare avanti con questa energia rinnovatrice e questo desiderio costante che ci aiuta e ci sprona ad essere più gioiosi e disponibili, più “testimoni del Vangelo”».

Nel clima di grande entusiasmo tra musiche, danze e testimonianze, Francesco ha anche chiesto ai giovani dei cinque continenti un applauso per «Benedetto XVI che ci segue in televisione». Francesco ha citato una frase del predecessore: «Il vero amore non annulla le legittime differenze, ma le armonizza in una superiore unità. Al contrario, sappiamo che il padre della menzogna preferisce un popolo diviso e litigioso, a un popolo che impara a lavorare insieme». Poi si è rivolto direttamente ai giovani domandando più volte: «Le cose possono cambiare?» ricevendo in risposta un grido affermativo.

Ai ragazzi e alle ragazze giunti da ogni parte del mondo Francesco ha parlato in spagnolo senza alcuna traduzione, indicando loro la soluzione per cambiare le cose: avere «un cuore misericordioso». Infine, dopo la preghiera dei fedeli in varie lingue e la recita del Pater Noster, ha impartito la benedizione finale, seguita dall’omaggio floreale alla Beata Vergine Maria.

dal nostro inviato Silvina Pérez

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19 maggio 2019

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