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Festa della fede

Pastorale e missionaria: Papa Francesco ha impresso questa duplice dimensione alla seconda giornata del viaggio in Sri Lanka, caratterizzata dalla canonizzazione dell’oratoriano Giuseppe Vaz e dalla visita nel nord del Paese a maggioranza tamil. Una giornata, quella di mercoledì 14 gennaio, che il Pontefice ha vissuto a più stretto contatto con la comunità cattolica locale.

Già al mattino infatti ha potuto toccare con mano la fede semplice e genuina dei cattolici srilankesi, celebrando la messa sul lungomare Galle Face Green. Centinaia di migliaia di persone si sono ritrovate vent’anni dopo (era il 15 gennaio 1995) nello stesso luogo in cui Giovanni Paolo IIbeatificò il sacerdote indiano venerato come apostolo dello Sri Lanka. In abiti bianchi o nei colori sgargianti della tradizione asiatica, scalzi o con ai piedi semplici sandali o infradito, molti con gli ombrelli aperti per ripararsi dal sole, fedeli di ogni età, ma soprattutto tanti giovani, hanno partecipato al rito con compostezza e raccoglimento, in una vera e propria festa della fede. Dall’altare ai paramenti liturgici fino ai canti, tutto rimandava alle tradizioni locali di una Chiesa che è piccolo gregge, ma è capace di testimoniare una profonda comunione con il vescovo di Roma. Come hanno dimostrato anche gli oltre mille sacerdoti giunti da tutta l’isola per concelebrare insieme con il Papa e con i vescovi delle dodici diocesi del Paese.

Forse anche per questo l’iter per la canonizzazione di Vaz è stato accelerato e il 17 settembre 2014 la Congregazione delle cause dei santi ha dato parere favorevole, senza dover attendere un nuovo miracolo. Del resto, secondo i cattolici dello Sri Lanka che ne custodiscono la memoria, Giuseppe Vaz di miracoli in vita ne fece più di uno. Ed è nota, in particolare, la sua straordinaria capacità di ammansire pericolosi elefanti selvatici. Anche per questo all’altare è stata portata la croce che il santo fece apporre dagli abitanti di Maha Galgamuwa all’entrata del loro villaggio, per proteggerli dagli attacchi dei minacciosi animali. E ancora una volta, come il giorno precedente all’aeroporto, alcuni elefanti addestrati sono stati condotti con i loro variopinti paramenti nel luogo dell’incontro con il Papa. Si tratta del parco urbano situato nel cuore del quartiere finanziario, lungo il litorale sull’oceano Indiano. Con i suoi eleganti viali alberati, la famosa passeggiata di cinque chilometri sul lungomare è sempre molto frequentata dagli abitanti, che qui vengono a mangiare nei numerosi chioschi o a far volare gli aquiloni dei bambini.

Il Pontefice vi è giunto di buon mattino e subito ha compiuto il giro panoramico con la vettura scoperta tra la folla che attendeva in silenzio sotto il sole. Salutato dal sindaco di Colombo, che gli ha offerto le chiavi della città, il Papa ha poi indossato i paramenti per la messa, celebrata in inglese, tamil e singalese, le principali lingue della nazione. Numerosissimi tra i presenti, i religiosi e le religiose. Mentre un intero settore è stato riservato ai bambini affetti da talassemia — particolarmente diffusa nelle aree paludose e acquitrinose — e agli ammalati in carrozzella.

È stato il vescovo di Kandy, monsignor Joseph Vianney Fernando, a rivolgere la petizione per la canonizzazione del sacerdote che ha tradotto il catechismo e varie preghiere nelle lingue locali, favorendo l’inculturazione del cristianesimo in una terra già ricca di spiritualità. Dall’India è giunto l’arcivescovo di Goa e Damão, monsignor Filipe Neri António Sebastião do Rosário Ferrão, che ha letto un breve profilo biografico di Giuseppe Vaz. E quando il Papa ha pronunciato la formula con cui l’oratoriano è stato iscritto nell’albo dei santi, in tutta l’isola indiana le campane delle chiese hanno suonato a distesa per questo illustre figlio. Sulla spiaggia di Galle Face, la corale in sari bianco e blu ha intonato l’inno in onore del nuovo santo composto appositamente per la circostanza, mentre venivano condotte le reliquie sul palco dalla caratteristica forma di abitazione rurale locale.

Evidente la gioia sul volto del cardinale Ranjith, arcivescovo di Colombo e presidente della Conferenza episcopale, che ha ringraziato Francesco con parole commosse, offrendogli settantamila dollari raccolti tra i fedeli per le sue opere di carità. Il Papa ha ricambiato consegnando al porporato il dono che avrebbe dovuto lasciare ieri durante l’incontro con i vescovi del Paese, saltato per i ritardi accumulati durante le fasi dell’arrivo in Sri Lanka. Si tratta della riproduzione in rame inciso del documento con cui nel 1694 il re di Kandy autorizzava le conversioni al cristianesimo nell’Isola: l’originale era stato regalato cento anni fa a Papa Leone XIII proprio dai presuli del Paese.

Si è così conclusa la suggestiva canonizzazione, che ha avuto nella preghiera dei fedeli uno dei momenti più toccanti. Tra le diverse invocazioni, infatti, è stata elevata un’intenzione per i differenti gruppi etnici e religiosi del Paese, affinché vivano nella pace in una nazione finalmente unita.

Auspici che sono riecheggiati nel pomeriggio, quando il Papa si è recato al santuario di Nostra Signora del Rosario a Madhu, in diocesi di Mannar. Pur essendo il terzo Pontefice a visitare il Paese — dopo Paolo VInel 1970 e Giovanni Paolo II nel 1995 — Francesco è stato il primo a recarsi nel nord del territorio, dove il trentennale conflitto interno conclusosi nel 2009 ha provocato le maggiori sofferenze.

Dal campo di cricket del Thurstan college di Colombo, l’elicottero con il Papa a bordo è decollato verso la piccola isola di Mannar. Collegata alla terraferma da un ponte di due chilometri, essa sporge verso il mare come un dito puntato verso l’ovest dell’India. Famosa per le sue perle, Mannar ospita il santuario edificato a ridosso della fitta giungla, in quello che era un piccolo villaggio.

Sin dalle origini, oltre quattro secoli fa, il martirio ha segnato la storia di questo sito dedicato a Nostra Signora di Madhu. Secondo la tradizione gli abitanti del luogo, conosciute le gesta di san Francesco Saverio, lo invitarono ad annunciare il Vangelo nella loro terra. Il santo gesuita mandò uno dei suoi sacerdoti alla fine del 1544. Ma due mesi più tardi il re di Jaffna, temendo un’espansione dell’influenza portoghese, inviò soldati con l’ordine di uccidere tutti coloro che si fossero dichiarati cristiani. Nessuno rinnegò la fede appena ricevuta e in un solo giorno furono massacrate tra le seicento e le settecento persone. L’anno successivo fu lo stesso Francesco Saverio a confermare i cristiani di Madhu nella loro fede. Erano stati alcuni degli scampati al massacro a mantenerla viva, rifugiandosi nella giungla e portando con loro la statua mariana che oggi si venera nel santuario.

L’edificio attuale fu iniziato nel 1872 e la consacrazione avvenne nel 1944. Visitato annualmente da almeno seicentomila fedeli, in particolare il 15 agosto, solennità dell’Assunzione, esso è rispettato e frequentato anche dalle altre religioni. Bastava guardare i tanti presenti alla cerimonia papale, che si fermavano a baciare i piedi della statua mariana posta sul viale che conduce al santuario. Raggiungibile solo attraverso una strada sterrata e polverosa, il vasto complesso è meta di pellegrinaggio per i cattolici tamil e singalesi, e simbolo di unità tra loro e con i fedeli di ogni religione. Anche perché al tempo della guerra ha pagato un alto tributo per la sua collocazione geografica, sulla rotta dei flussi migratori di uomini e donne che cercavano di fuggire verso il subcontinente indiano. All’inizio è stato anche coinvolto direttamente nei combattimenti. Poi, grazie all’intervento dei vescovi, Madhu è stata dichiarata zona smilitarizzata, garantendo così la sicurezza dei pellegrini e dei numerosi profughi. Dal 1990 al 2008 il santuario si è trasformato in un vero e proprio campo di sfollati, e ha potuto riaprire al culto solo dopo la fine delle ostilità nel 2009.

L’elicottero con il Pontefice a bordo è atterrato sull’isola di Mannar dopo un breve volo di circa un’ora. Accolto con l’immancabile ghirlanda di fiori, Francesco ha poi percorso con la jeep scoperta un lungo giro tra le almeno cinquecentomila persone confluite nell’area. Particolarmente felici i bambini, nelle candide uniformi scolastiche, che sventolavano bandierine in segno di benvenuto. Quindi il Papa ha raggiunto il portico del santuario, dove per l’occasione era stata collocata la venerata statua mariana, che normalmente si trova all’interno. Sul frontespizio del portico la scritta «Ave Maria» è riprodotta in caratteri latini e in quelli delle due principali lingue locali.

Sceso dalla papamobile, Francesco ha poi indossato una nuova e ancor più visibile ghirlanda di orchidee color lilla, e ha liberato in volo una colomba bianca, simbolo della volontà della gente di lasciarsi definitivamente alle spalle gli anni bui delle violenze. Per questo, guidando un momento di preghiera, ha chiesto «a Maria di accompagnare gli sforzi degli srilankesi, di entrambe le comunità tamil e singalese, per ricostruire l’unità perduta in un rinnovato spirito di riconciliazione e fratellanza».

Infine, prima che il Pontefice benedicesse l’assemblea con la statuina mariana, si è pregato in inglese, singalese e tamil in particolare per il consolidamento della pace. Ad ascoltare quelle parole alcune famiglie di entrambe le parti, duramente provate dalle ostilità, che hanno salutato Francesco al termine dell’incontro.

dal nostro inviato Gianluca Biccini

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