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l’emorragia

· Iniziative in ricordo dei migranti morti in viaggio o al lavoro ·

Per la prima volta c’erano anche i nomi di immigrati nel lungo elenco letto giovedì 21 marzo in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Erano i nomi dei quindici braccianti agricoli di origini africane morti nella provincia di Foggia la scorsa estate in incidenti stradali: viaggiavano sui pullmini di caporale che li stavano portando nei campi per un lavoro pagato una manciata di euro e in nero. Con loro sono state ricordate anche le cinque donne italiane decedute in analoghe circostanze sempre in Puglia tra il 1980 e il 1991.

Per Libera (l’associazione nata su iniziativa di don Luigi Ciotti per contrastare le mafie) che 24 anni fa ha dato vita a questa iniziativa di ricordo, è sembrato doveroso considerare il fenomeno dello sfruttamento della manodopera per il lavoro nei campi fra le attività criminali riconducibili a un sistema mafioso. E quindi è stata altrettanto doverosa l’equiparazione di quanti sono morti in questo ambito alle altre vittime di mafia. Ma l’aver inserito per la prima volta i nomi di migranti tra quelli delle 1.011 persone che compongono questo martirologio civico richiama l’attenzione anche su un altro fenomeno, quello delle migrazioni. Un fenomeno che si vorrebbe marginalizzare, persino rimuovere quando sfocia in tragedia, in ogni caso dimenticare presto, perché in qualche modo quei morti pesano sulla coscienza del paese.

Fortunatamente c’è qualcuno che non vuole dimenticare. E che sente forte l’esigenza di proporre alla memoria collettiva le storie di queste persone, vittime non solo dello sfruttamento sul lavoro in Italia, ma prim’ancora delle drammatiche circostanze che le hanno portate a lasciare i propri paesi, gli affetti, poi dei trafficanti di esseri umani e in ultimo dell’indifferenza. Ed è significativo che anche altre iniziative, di segno diverso, ma con la stessa finalità, si stiano moltiplicando negli ultimi tempi.

È il caso delle nuove “pietre d’inciampo”, dedicate alle vittime di questa tragedia dei nostri giorni. Ricordano infatti i migranti, spesso senza nome, morti annegati nel Mediterraneo. Ed è un segno di grande sensibilità e di speranza il fatto che a ricordarlo siano dei giovani. Le ultime pietre d’inciampo sono infatti spuntate nelle scuole superiori di Vercelli. Qui studenti e professori s’imbattono da alcuni giorni in una piccola targa, incastonata sull’asfalto dei cortili degli istituti cittadini, a ricordo del quattordicenne del Mali con la pagella cucita nel giubbotto — il suo passaporto per il futuro — annegato nel naufragio del 18 aprile del 2015 in una delle sciagure più terribili avvenute nel Canale di Sicilia. I morti furono oltre mille.

E anche un liceo della provincia di Salerno a gennaio aveva compiuto un gesto analogo di testimonianza civile. Preside, insegnanti e un gruppo di studenti dello scientifico Mangino di Pagani, al termine di una rappresentazione dedicata a esplorare e a mettere in scena l’angoscia dei sopravvissuti, hanno voluto incastonare sulla soglia della scuola una targa in ricordo di quel ragazzo annegato con la pagella.

Più ampio, se così si può dire, il ricordo che hanno invece voluto tributare alle vittime delle migrazioni gli studenti di prima media della scuola Macinghi Strozzi di Roma. Loro di pietre d’inciampo ne hanno poste 24 in un angolo del giardino dell’istituto, il “giardino dei giusti”: Joshua, Abdullah, Osama, Latin, Mustapha, ma anche nn, per i morti senza nome, e poi la data della sciagura e, se noto, il paese di provenienza scritti in nero, a mano, sulle pietre colorate dagli stessi alunni.

Anche alcune comunità ecclesiali locali si sono mobilitate. E accanto a veglie di preghiera, hanno messo in campo iniziative analoghe a quelle delle scuole. Come nell’arcidiocesi di Bari-Bitonto, dove nel programma «Quaresima di carità» è prevista anche la posa di una targa — «in un luogo visibile» — in ciascuna delle 126 parrocchie per ricordare chi è morto in mare. Il Centro Astalli, la struttura dei Gesuiti per migranti e rifugiati, lo scorso 10 ottobre, in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, ha invece inaugurato «I giardini della memoria e dell’accoglienza» nelle sette città italiane in cui opera: Roma, Trento, Vicenza, Padova, Napoli, Catania e Palermo.

A Modena c’è chi ha pensato a una «Maratona dell’umanità». Grazie ad alcune associazioni, il 22 e 23 dicembre scorsi in Piazza Grande sono stati letti ininterrottamente i nomi delle 34.361 persone annegate nel Mediterraneo, ovvero l’elenco pubblicato a maggio 2018 dal quotidiano inglese «The Guardian». Ci sono volute ventinove ore.

Che qualcuno oggi pensi sia giusto, anzi necessario, ricordare queste persone, con l’intento di abbattere l’indifferenza complice di queste morti, è un segno di speranza. È la conferma che c’è una parte di società che non ha intenzione di abdicare dalla propria umanità. Persone consapevoli del fatto che riconoscere dignità ai migranti morti in mare, mantenendone in qualche modo viva la memoria nella coscienza collettiva, vuole essere un modo per fermare proprio quell’emorragia di umanità che sembra caratterizzare questo nostro tempo, nonché un argine ai tentativi di disumanizzazione di quelle vittime. Che non sono numeri di una tragica statistica da aggiornare periodicamente, ma uomini, donne, giovani, bambini con un nome, un passato, una storia. E un futuro purtroppo negato.

di Gaetano Vallini

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17 ottobre 2019

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