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Ferita
ma non finita

· A colloquio con il cardinale Gianfranco Ravasi ·

La cattedrale è come un essere vivente: si ferisce, si danneggia, ma sempre rinasce a nuova vita. È il messaggio che lancia il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, in questa intervista a «L’Osservatore Romano.

La cattedrale di Notre-Dame è stata ferita gravemente. Che cosa rappresenta per lei?

Gli inizi della cattedrale di Notre-Dame risalgono agli albori del gotico. La sua storia è come quella di una persona che attraverso la sua vita incrocia sofferenze, ferite. Qualche volta sembra essere sulla soglia della morte, ma alla fine rinasce e rivive. Sono legato a Notre-Dame come tutti coloro che sono stati a Parigi tante volte. Voglio ricordare due episodi. Il primo è che, agli inizi del Novecento, un giovane entra all’interno di Notre-Dame, nel pomeriggio di Natale. Si stavano celebrando i vespri solenni in gregoriano. Sappiamo che tendenzialmente il gotico presuppone un’unità musicale e un unico canto: il gregoriano appunto. Esso, per sua natura, è fatto per salire verso l’alto e avere echi. È un canto monodico, cioè a una voce sola, che sale e si perde. Ebbene, quel giovane rimane folgorato. In quel momento, lo dirà poi, ha avuto la vita cambiata e non è più riuscito a invertire la direzione. È Paul Claudel, uno dei maggiori poeti francesi. Da quel momento lui che era profondamente anticristiano diventerà cantore della fede e della bellezza. Nelle cattedrali, dunque, si sperimenta una sensazione spirituale misteriosa, un senso di trascendenza che anche il non credente avverte.

E l’altro episodio di cui parlava?

Il secondo ricordo è personale ed è legato all’istituzione che dirigo, il Pontificio consiglio della cultura. Nel 2011 eravamo a Parigi per il primo “Cortile dei gentili”, dialogo tra credenti e non credenti. Siamo stati alla Sorbonne, all’Accademia di Francia, all’Unesco. La conclusione si è svolta nella piazza davanti la cattedrale, sul Parvis, dove ci è arrivato il messaggio di Benedetto XVI. C’è stato un concerto su un testo dedicato a Giobbe. Finito questo, si è deciso di invitare i ragazzi all’interno della cattedrale per continuare la riflessione sui temi proposti. All’ingresso si sono create due file, quella dei credenti e quella dei non credenti. All’inizio era più lunga la prima. Ma a un certo momento ho visto il flusso sempre più crescente dei ragazzi non credenti che si affollavano per entrare nella cattedrale. Pur non avendo fede, camminavano in silenzio, sperimentando la cattedrale come una creatura vivente.

Qual è, dunque, il significato universale di una cattedrale?

La cattedrale era ed è il cuore all’interno della concezione della polis, della planimetria della città. In un certo senso, la vita vi si diramava e convergeva lì. Un movimento centrifugo e centripeto. Un altro elemento da sottolineare è che il fedele trovava lì non solo la propria fede, i simboli grandi del proprio credo, ma anche la grandezza, la bellezza. Le cattedrali in tutto il mondo esprimono contemporaneamente lo spirito della fede, ma anche lo spirito di un popolo da un punto di vista storico-culturale. Questo è importante e da tenere presente. Il fatto che adesso Notre-Dame sia di proprietà dello Stato significa che viene considerata da tutti come un bene inalienabile. Al tempo stesso, però, dobbiamo chiederci: chi tiene vive le cattedrali perché non rimangano come una sorta di conchiglia vuota, di corteccia senza contenuto? La celebrazione della liturgia. In questa maniera si uniscono profondamente sia la dimensione religiosa, sia quella culturale e politica. Occorre ricordare sempre che le cattedrali sono corpi vivi che hanno subito tutte le ferite della storia e sono sempre rinate. La guglia che è crollata in questo incendio è del XIX secolo e l’ha progettata, con la trama di legno e di piombo, l’architetto Eugène Viollet-le-Duc, che era il più importante di Parigi. Questo vuol dire che non serve disperarsi, ma bisogna ricominciare da capo.

di Nicola Gori

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