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Femminicidio fallimento della società

· Denuncia dell’arcidiocesi di México ·

Città del Messico, 25. «I crimini contro le donne sono il sintomo dello stato lamentevole dell’applicazione della legge e del rispetto dei diritti umani, sono il nostro fallimento come società». È quanto si legge in un editoriale, intitolato Feminicidios, crimen impune, pubblicato su «Desde la fe», settimanale dell’arcidiocesi di México.

Nel paese la piaga della violenza contro le donne ha visto negli ultimi tempi una drammatica recrudescenza. Il Messico «soffre di un male che cresce in forma allarmante, invisibile, e che colpisce direttamente la cellula fondamentale della famiglia. Ogni giorno le notizie al riguardo sembrano moltiplicarsi e si nota l’incapacità delle autorità di rispondere con decisione». Secondo l’arcidiocesi, «essere donna in Messico è sinonimo di disuguaglianza. Sebbene siano state incoraggiate politiche pubbliche in difesa dei suoi diritti attraverso nuove leggi, tuttavia troviamo ancora situazioni che ci dovrebbero far vergognare come società». Nel 2016 la Commissione nazionale dei diritti umani ha pubblicato un dossier nel quale si afferma che «la violenza contro le donne, esercitata nelle sue varie tipologie e modalità, trova origine nella discriminazione di genere, condizione socioculturale persistente nella società». Secondo le cifre diffuse dall’Osservatorio nazionale dei femminicidi, sei donne perdono la vita ogni giorno in Messico in circostanze violente; fra il 2012 e il 2013 ne sono state assassinate quasi quattromila. Nel solo stato di México fra il 2011 e il 2013 — è sempre il settimanale cattolico a sottolineare questi dati spaventosi — sono state uccise circa ottocentocinquanta donne, ma le cifre sono ancora più agghiaccianti nel periodo compreso fra il 2013 e il 2015, quando ne sono morte duemila e altre millecinquecento sono scomparse; la maggioranza di esse erano adolescenti, fra i 15 e i 18 anni di età. «Sono numeri scandalosi che però non importano alle autorità poiché i morti e gli scomparsi non votano», si legge nell’editoriale.

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