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Fedi
e armonia sociale

· Il vescovo Ayuso Guixot a Singapore ·

A Singapore, «esempio di come sia possibile per le persone di diverse religioni vivere insieme, cooperare insieme e stare semplicemente insieme», il vescovo Miguel Ángel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, ha partecipato dal 19 al 21 giugno a una conferenza internazionale sul «Ruolo della fede nel forgiare l’armonia sociale nelle società pluralistiche». Ai lavori, promossi dalla S. Rajaratnam School of International Studies (Rsis) della Nan yang Technological University (Ntu) con il sostegno del ministero della cultura, delle comunità e della gioventù (Mccy) della Repubblica asiatica, hanno partecipato autorevoli relatori, tra i quali il capo della città-stato organizzatrice, la presidente Halimah Yacob, e il re Abdullah II  di Giordania.

Nel suo intervento monsignor Ayuso ha preso spunto dalla crescita dell’intolleranza e delle opinioni estremistiche nel nostro mondo globalizzato, per rilanciare la necessità che cittadini e credenti, insieme alle persone di buona volontà, promuovano i veri valori della convivenza e della «Fraternità umana per la pace e il vivere insieme», come espresso nella recente dichiarazione che Papa Francesco, insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, hanno lanciato lo scorso 4 febbraio da Abu Dhabi.

Nella consapevolezza che la fede può svolgere un ruolo importante nel forgiare l’armonia sociale in contesti pluralistici, il presidente del dicastero per il dialogo ha ricordato l’impatto della dichiarazione conciliare Nostra aetate del Vaticano II, quando i vescovi cattolici riuniti da tutto il mondo hanno messo nero su bianco che la Chiesa «esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi» (n. 2). Da allora essa è stata il modello di riferimento per gli ultimi cinque Pontefici nell’incoraggiare il dialogo interreligioso e attingere al patrimonio spirituale e morale delle altre religioni per i valori che contribuiscono all’armonia, all’incontro tra culture e alla collaborazione per il bene comune. Così come, ha riconosciuto il presule comboniano, «tutte le religioni, in modi diversi, esortano i loro seguaci a lavorare insieme a quanti cercano di assicurare il rispetto della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali» e «favoriscono un senso di fraternità e di assistenza reciproca, come essenziale per vivere insieme nella società». Un tema, questo, particolarmente attuale nella realtà odierna, ove si registra un notevole aumento del numero di rifugiati e migranti che non hanno un posto dove andare e sentirsi al sicuro.

Citando il suo predecessore, il cardinale Jean-Louis Tauran, e il magistero di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, il relatore ha esortato a lasciarsi alle spalle le aree di isolamento nascoste, nel tentativo di scoprire l’altro. Soprattutto perché, ha chiarito, la religione è stata spesso accusata di promuovere pregiudizi e fanatismo. Di conseguenza, c’è la tentazione di vederla come un problema, rendendola quindi una questione privata, che va eliminata dalla sfera pubblica. Quanti desiderano allontanare la religione e relegarla fino a renderla invisibile, ha osservato, non comprendono che essa appartiene all’essere umano e, per la sua stessa natura, ha una dimensione pubblica che deve essere visibile nella società. «Se i credenti — ebbe a dire il cardinale Tauran — hanno il diritto di praticare la loro fede nei rispettivi luoghi di culto, hanno anche il diritto, nell’ambito delle norme e delle leggi fondamentali della società, di fare opere di carità, di partecipare al dibattito nazionale sulla dignità della persona». Del resto, ha ribadito monsignor Ayuso, le religioni offrono uno dei principali contributi «all’armonia di una società pluralistica».

Ecco allora che il pensiero è tornato agli emarginati del mondo di oggi — rifugiati, migranti, richiedenti asilo, vittime del traffico di esseri umani — nei cui confronti i credenti sono chiamati ad atteggiamenti di apertura. Perché, ha spiegato il presidente del dicastero vaticano, «il dialogo crea una scuola di umanità e diventa uno strumento di unità, contribuendo a costruire una società migliore fondata sul rispetto reciproco e l’amicizia». Con un atteggiamento di comprensione e accettazione reciproche, infatti, è possibile dissipare i pregiudizi.

Al contempo, ha proseguito il relatore, è necessario che i fedeli delle diverse religioni adottino dinamiche a sostegno della pace. E in proposito ha rievocato la strategia combinata di quattro azioni (accogliere, proteggere, promuovere e integrare), con una particolare sottolineatura circa «l’importanza di garantire l’accesso a tutti i livelli di istruzione per bambini e giovani».

Da qui l’esortazione conclusiva «a percorrere instancabilmente questa strada, nello sforzo di aiutarsi a vicenda a superare tensioni e incomprensioni, cliché e stereotipi, che generano paura e opposizione. In tal modo — ha assicurato — «incoraggeremo la crescita di uno spirito fruttuoso e rispettoso di cooperazione», grazie ai quali «il fanatismo e l’estremismo» possono essere «contrastati dalla solidarietà da parte di tutti i credenti».

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24 agosto 2019

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