Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Fede e scienza in dialogo

La Laudato si’ come un’occasione per sanare una ferita antica, vecchia di secoli; è questo il tema di un lungo articolo di Giuseppe Remuzzi, pubblicato su «La Lettura» di domenica scorsa. Cambiamenti climatici — tema caldissimo in questi giorni nel dibattito politico degli Stati Uniti d’America — saccheggio e inquinamento dei mari, distruzione della biodiversità, “cultura dello scarto”, in senso simbolico e reale, metaforico e concreto insieme, sono (anche) un’occasione per ripensare il modo con cui la scienza moderna concepisce se stessa. Figli di una visione kantiana, ridotta della conoscenza umana, consideriamo normale e inevitabile il divorzio di fatto tra fede e scienza che segna i nostri tempi. Ma non è sempre stato così; e non è detto che la diffidenza reciproca sia destinata a restare tale anche in futuro. «Nel Medioevo — scrive Remuzzi — era la Chiesa a sostenere la formazione universitaria di preti e monaci e quello fu il periodo più fertile di scoperte scientifiche di cui beneficiamo ancora adesso. E che dire della genetica che guarda caso nasce nel giardino di un convento?».

Franco Farina, «La pacifica guerra del fior di loto» (2007)

Chi ha visto la mostra allestita al Palazzo delle esposizioni di Roma fino al giugno scorso, Dna, Il grande libro della vita da Mendel alla genomica può confermarlo: una delle sezioni più interessanti era dedicata proprio al meteorologo, apicoltore, biologo, monaco agostiniano Gregor Mendel, precursore della moderna genetica per le sue geniali osservazioni sui caratteri ereditari. Uno scienziato in anticipo sui tempi, ignorato dalla quasi totalità dei colleghi negli anni Sessanta dell’Ottocento. «Verrà il mio tempo» scrive nel 1884, poco prima di morire, amareggiato ma sicuro del valore dei suoi esperimenti. E, in effetti, il suo tempo è venuto. La scienza moderna deve moltissimo ai religiosi, fin dalla sua nascita, tra XVI e XVII secolo. «Allora — continua Remuzzi nell’inserto del «Corsera» — furono i gesuiti a diffondere la scienza in tutta Europa. Oggi Papa Francesco (gesuita anche lui) ripropone il dialogo fra scienza e religione in un contesto nuovo partendo dai fatti, con una profonda considerazione della scienza e degli scienziati, per arrivare a un’intesa che possa migliorare la vita dell’uomo, di tutti gli uomini».

Tutta la famiglia umana deve collaborare a un nuovo modello di sviluppo, continua Remuzzi, proponendo una lettura comparata dell’enciclica e di articoli recentemente pubblicati su prestigiose riviste scientifiche come «Nature» e «Lancet». Prova che si può — e si deve — lavorare insieme. La Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, «ma invita a un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune». E va anche oltre: «La scienza e la religione forniscono approcci diversi alla realtà ma possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe». «E allora — chiosa Remuzzi — perché non provare a leggere quell’enciclica senza pregiudizi solo e soltanto “dalla parte della scienza” per vedere cosa condividiamo e cosa no e quanta distanza c’è fra gli scienziati e il Papa?».

La scienza ha bisogno della fede, ma anche dell’arte e della letteratura per parlare agli uomini di oggi. Un report statistico dettagliato sulla diminuzione delle api e della biodiversità nelle nostre campagne non avrà mai la forza comunicativa del celebre articolo delle lucciole di Pasolini, un j’accuse scritto più di quaranta anni fa ma sempre più attuale, ogni anno che passa, triste profezia del potenziale distruttivo del livellamento consumistico-industriale, causa di danni economici, ecologici, urbanistici, antropologici di proporzioni planetarie.

«Assumere i migliori frutti della ricerca scientifica oggi disponibile e lasciarcene toccare in profondità»; è scritto così nella prefazione all’enciclica pubblicata il 24 maggio 2015, rileva l’autore dell’articolo. Quasi un anno dopo, «Nature» in un numero tutto dedicato al mondo che verrà (Tomorrow’s World) scrive: «È preoccupante che i governi non siano capaci di fare arrivare alla gente i dati che la scienza mette a disposizione in modo che tutti possano portare il loro contributo alle grandi sfide che ci attendono». Se, conclude Remuzzi, l’enciclica del Papa e una delle più prestigiose riviste scientifiche parlano lo stesso linguaggio, «alla fine ti chiedi, per me per lo meno è stato così, perché i rapporti fra scienza e fede siano sempre stati così difficili».

di Silvia Guidi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE