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Come stella in cielo

· La fede nella Commedia ·

Uno dei 102 acquerelli dedicati da Salvator Dalí alla «Divina Commedia»

«Ahi Pisa, vituperio de le genti / del bel paese là dove ’l sì suona […]». Continua ancora oggi a echeggiare, varcando una distanza di oltre sette secoli da quando Dante compose il xxxiii canto dell’Inferno, la violenta invettiva contro la città che, nel vortice dei conflitti tra le fazioni dei guelfi e dei ghibellini, perpetrò l’infamia della condanna a morte inflitta dall’arcivescovo Ruggieri al conte Ugolino della Gherardesca: una pena efferata sia per la modalità anticipatrice di uno dei futuri orrori di Auschwitz, il “bunker della fame” dove consumò il suo martirio san Massimiliano Kolbe; sia per il coinvolgimento di due figli e due nipoti del presunto traditore, del tutto «innocenti» in virtù dell’«età novella». Oggi, però, Pisa si sta riscattando. Ha ormai “perdonato” al vate fiorentino l’apocalittica minaccia di un’inondazione provocata dalla Capraia e dalla Gorgona giunte a ostruire la foce dell’Arno. Nella locale università insegna Letteratura italiana Marco Santagata, che con le sue pubblicazioni (saggi, una biografia e persino un romanzo) ma soprattutto con l’edizione delle Opere di Dante nei Meridiani di Mondadori sta significativamente contribuendo a un rinnovato approccio alla figura e agli scritti del sommo poeta, sull’abbrivio del doppio anniversario (2015-2021). E per suo impulso proprio la città “vituperata” ha organizzato nello scorso maggio la manifestazione Dante posticipato: incontri tematici, mostre, letture pubbliche, esibizioni di scrittori. 

Un altro evento collettivo ad maiorem Dantis gloriam, di notevole spessore culturale, si è svolto a Milano nel 2015: il tradizionale Dies academicus dell’Accademia ambrosiana, emanazione della Biblioteca ambrosiana, è stato dedicato a una serie di approfondimenti specialistici sul capolavoro dantesco. Ne è scaturito un volume dalle molteplici, affascinanti sfaccettature: Peccato, penitenza e santità nella «Commedia», a cura di M. Ballarini, G. Frasso e F. Spera (Roma, Bulzoni Editore, 2016, pagine xii-216, euro 20).
Il titolo stesso conferisce legittimo risalto a quelle convergenze poetico-spirituali con il leitmotiv del giubileo della misericordia che di fatto innervano la maggior parte dei contributi offerti da dodici autorevoli “addetti ai lavori”.
Inaugura la rassegna il cardinale Gianfranco Ravasi, che ripercorre — con acume esegetico contrappuntato da rimandi non solo scritturali e patristici ma anche artistico-musicali (paragone tra Dante e Bach) e filosofico-teologici (Kierkegaard in Timore e tremore: «La fede è la più alta passione dell’uomo») — il canto XXIV del Paradiso, là dove san Pietro sottopone Dante a un vero e proprio “esame di teologia”. Le cinque domande dell’esaminatore e le corrispondenti risposte del «baccelliere» tracciano, in chiave intensamente autobiografica, un profilo della religiosità di Dante rispetto alle questioni “lievi e gravi” del credere.
Emerge, in tutta la sua vastità e profondità, la cultura biblica del poeta. L’affermazione «fede è sustanza di cose sperate / e argomento delle non parventi» è palesemente ricalcata sulla definizione che egli leggeva, secondo la Vulgata latina, nella Lettera agli Ebrei (11, 1).


di Marco Beck

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22 agosto 2019

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