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Fatti quotidiani di vita cristiana

· Chiara Luce Badano ·

«Per fare città nuove e un mondo nuovo, non bastano solo tecnici, scienziati e politici, occorrono sapienti, occorrono santi». È ancora una bambina Chiara Luce Badano — la giovanissima focolarina che sabato 26 verrà beatificata a Roma — quando per la prima volta riflette su queste parole di Chiara Lubich. La fondatrice dei Focolari, già nel 1971 s'era rivolta così ai Gen 3, la terza generazione del movimento — ragazzi e ragazze dai 9 ai 17 anni — riuniti da vari Paesi in un congresso a Rocca di Papa. Aveva indicato loro come protettore lo Spirito Santo, il santificatore e aveva aggiunto: «Voi dovete quindi essere una generazione di santi».

A soli 9 anni Chiara Luce Badano — nata a Sassello, provincia di Savona e diocesi di Aqui — incontra la spiritualità dei Focolari e prende alla lettera le parole di Chiara Lubich. La scoperta che Dio la ama immensamente e che si può corrispondere al suo immenso amore, segna una svolta nelle sue scelte. Conoscere il Vangelo e mettere in pratica quanto scritto in quelle pagine, inizia a caratterizzare da allora il suo stile di vita che condivide con le altre ragazze del Gen 3. Insieme percorrono «il santo viaggio», un cammino personale e comunitario: la meta è aiutarsi reciprocamente nella realizzazione del disegno d'amore che Dio ha su ciascuna di loro. Periodicamente si riuniscono in piccoli gruppi, le unità gen, caratterizzate dall'approfondimento della spiritualità che le anima e da momenti di comunione di esperienze. Favorendo la creatività, promuovono le più diverse iniziative con l'obiettivo di irradiare l'amore evangelico tra i ragazzi della loro età e trasformare l'ambiente intorno a loro.

Uno stile che Chiara abbraccia in ogni aspetto dell'esistenza: dalla vita famigliare, alla scuola fino alla dolorosissima malattia che la porterà alla morte, nemmeno diciannovenne, il 7 ottobre 1990.

«Ho una nonna paralizzata — dice Chiara nel 1983 — ed è dovere di ogni nipotina andarla a trovare ogni tanto. Ma ho capito che se volevo essere una vera Gen dovevo fare qualcosa di più. Così ho deciso di andarci più giorni di seguito per tenerle compagnia. Il leggere la frase del Vangelo: “Qualunque cosa avrete fatto a uno di questi piccoli...” mi è stata da pedana di lancio. Dopo la scuola sono andata a casa mia. Per le scale ero un po' arrabbiata per dover perdere tanto tempo, ma ho detto il mio “sì”. Quando scendendo le scale sono tornata a casa avevo una gioia dentro fortissima!». Eppure, ha detto la mamma di Chiara nella deposizione al processo di beatificazione, «andare dalla nonna paterna costava un po', perché mia suocera non aveva simpatia per mia figlia. Forse anche perché a motivo della sua nascita ho avuto meno tempo per aver cura di lei. Salendo le scale Chiara ripeteva: “Vado da Gesù”».

Anche le difficoltà e le delusioni erano occasioni per mettere in pratica il Vangelo. Così, nell'ottobre 1986, dopo una bocciatura in iv ginnasio giunta inaspettata e ritenuta profondamente ingiusta, Chiara scrive: «Quest'anno sono in una classe e sezione nuova perché ripeto l'anno. Quando sono entrata per la prima volta in classe avevo un po' di paura, perché non conoscevo nessuno e avevo paura che facilmente sarei stata scartata dagli altri. Poi ho pensato che potevo assomigliare un pochino a Gesù abbandonato e piena di gioia sono entrata in classe. I compagni sono stati molto simpatici con me e già ci conosciamo con tutti. Ho chiesto così a Gesù di essere sempre pronta a voler loro bene in ogni momento».

Il 1988 segna una svolta nella vita di Chiara Luce. È l'anno della scoperta della malattia. Sta giocando a tennis quando sente all'improvviso una fitta fortissima alla spalla. Di lì a poco, dagli accertamenti medici per scoprire l'origine di quel dolore, le verrà diagnosticata una gravissima malattia. Chiara Luce prende tutto dalla mani di Dio e si sottopone a ricerche mediche più approfondite: vuole mettercela tutta per guarire.

Il 28 febbraio del 1989 viene sottoposta al primo delicato intervento chirurgico. Il 14 marzo successivo si reca all'ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino per nuovi esami e per iniziare la chemioterapia. In quell'occasione il medico la informa della gravità della malattia: un tumore tra i più terribili e dolorosi. La mamma, che non ha potuto accompagnarla in ospedale per motivi di salute, racconta così il rientro a casa dopo quel colloquio. «Quando è arrivata alla porta le chiedo: “Chiara, com'è andata?” Ma lei, senza guardarmi, era cupa in volto, risponde: “Ora, non parlare — per due volte — ora, non parlare”. E si butta così come era lunga sul suo letto. Io volevo dirle tante cose: “Poi vedrai, magari... sei giovane...”, ma dovevo rispettare quello che lei mi aveva chiesto. Vedevo dall'espressione del suo volto la lotta che Chiara faceva dentro di sé. Dopo venticinque minuti — io guardavo l'orologio — lei si volta verso di me col suo sorriso di sempre, raggiante, proprio uno sguardo pieno di luce con un bel sorriso e dice: “Mamma, ora puoi parlare — due volte — ora, puoi parlare”. Chiara ha impiegato venticinque minuti a dire il suo “sì” a Dio, e non si è più voltata indietro».

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