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Strafatti per il piacere

· In un volume il perché della dipendenza patologica ·

Lo sballo è garantito, immediato, potente. Il marketing dello spaccio sa bene come fidelizzare la propria clientela. Ma, ovviamente, non dice che quella merce tanto stupefacente può essere fatale. 

La diffusione di nuovi e temibili droghe e il progressivo abbassamento dell’età dei consumatori stanno facendo crescere in Italia l’allarme. Nelle ultime settimane si è parlato anche di cinque, tre euro per una dose di eroina e di scuole prese d’assedio dai pusher. Ma già l’ultima relazione al parlamento, presentata a settembre 2018, aveva alzato il livello di allerta: 144 nuove sostanze psicoattive immesse sul mercato nell’anno precedente e una significativa crescita dei consumi a più alto rischio e tra i giovani (880.000, il 34 per cento della popolazione studentesca), per molti dei quali fumare lo spinello è una pratica quotidiana.
Ma al crescere della preoccupazione non sembra corrispondere una diminuzione della banalizzazione che si fa intorno alla realtà delle droghe e, più in generale, delle dipendenze. A partire dal linguaggio, con il ricorso alla distinzione puramente convenzionale tra droghe “leggere” e “pesanti”. Passando poi per l’apertura a ripetizione di “grow shop” dove la legge consente la vendita — attenzione! non a fumatori, ma solo a “collezionisti”, “giardinieri” o appassionati di “diete aromatiche” — prodotti derivati dalla cosiddetta “cannabis light”, ovvero con un contenuto di principio attivo psicotropo (Thc) al di sotto della soglia dello 0,2 per cento. Per arrivare alla ciclica ripresa della polemica tra proibizionisti e antiproibizionisti rivolta a conseguire consensi elettorali piuttosto che a formulare una risposta politica credibile.
La tendenza pare essere quella a una “normalizzazione” del fenomeno con una conseguente, pericolosa riduzione della percezione del rischio. Soprattutto da parte dei giovanissimi. D’altra parte ci vuole poco a tranquillizzare la coscienza collettiva. Lo si fa per il tabacco, l’alcol o il gioco d’azzardo, sostanze e pratiche lecite ma che pure provocano dipendenza patologica: qualche divieto e avviso, accompagnato da immagini splatter, e la partita è chiusa. Insomma, tutti assolti tranne lui: il drogato, l’alcolizzato, il giocatore patologico. In una parola: il vizioso.
Ma le cose non stanno proprio così. Lo spiega bene Anna Paola Lacatena nel suo recente saggio Il rischio del piacere. Le sostanze psicotrope dall’uso alla patologia (Roma, Carocci Editore, 2018, pagine 176, euro 18). Mettendo a frutto la sua lunga esperienza all'interno del SerD (Servizio per le dipendenze) di Taranto, uno tra i tre più grandi d’Italia, la sociologa smonta molti pregiudizi. È proprio vero che chi consuma o abusa di sostanze e comportamenti a rischio è il diverso, il deviante, il malato? O è piuttosto la persona maggiormente integrata in una società dove, come notava Zygmunt Bauman, «la cultura del consumo spinto, dello spronare oltre il limite è una costante, quotidiana sottile promozione dell’abuso»?
La dipendenza come patologia, spiega l’autrice, non si comprende nella sua complessità se non si considera la questione della ricerca del piacere che ne è all’origine e che oggi è portata all’esasperazione. E anche gli interventi di prevenzione, cura e recupero possono risultare poco credibili ed efficaci se non tengono conto di questa tensione naturale dell'essere umano, dei meccanismi che la regolano, dei condizionamenti che la influenzano e del rischio, concreto, che degeneri in comportamenti compulsivi e autolesionistici.
«Tutte le droghe fanno male — sottolinea Lacatena — ma tutte le droghe danno piacere». E se si domanda a un consumatore perché lo fa la risposta più comune — e più onesta — è questa: «Perché mi piace». Anche se quel piacere finisce presto per rivoltarsi contro, diventando solamente un temporaneo allontanamento dal dolore, un ottundimento di fronte a un malessere interiore e alla percezione della propria inadeguatezza.
L’autrice approfondisce questo aspetto mettendo a confronto il sapere scientifico e la realtà di chi vive in prima persona l’esperienza del consumo e della dipendenza. E lo fa combinando lo stile del saggio con quello di un’opera di narrativa, un genere che potrebbe definirsi “narrasaggistica” che rende la materia accessibile a tutti. Anche ai giovani che potranno trovare nel libro un’informazione rigorosa e priva di moralismi.
Dopo un’ampia presentazione del concetto di piacere e della sua evoluzione dal mondo greco alla società dei like, il libro passa in rassegna le sostanze più diffuse, analizzandone proprietà, effetti e rischi. Lasciando poi l’ultima parola a chi ne ha fatto esperienza e ora cerca di liberarsene.
F. ha 32 anni, è sposato e padre. Per la cocaina e il gioco d’azzardo ha perso il lavoro. Solo da alcuni mesi ha smesso di farsi. Quella polvere, racconta, «è una bastarda... non ti molla. Più pensi di controllarla più è lei a controllarti. Non la consideri una droga vera e propria, per questo la sottovaluti... All’inizio ti senti bene dovunque... sei all’altezza... Giri e rigiri come sopra una giostra. E stai bene solo quando ci stai sopra...». M. è un ex alcolista: «Io bevevo perché mi volevo stordire. In quei momenti era forte la voglia di stare fuori con la testa... Furti, rapine, scippi. Non posso raccontare tutto perché non lo ricordo... o solo perché me ne vergogno». P. ha utilizzato diverse tipologie di sostanze e ha smesso solo quando è entrato in carcere per scontare diverse condanne. «Il piacere svanisce con inesorabile lentezza. La necessità di avere nelle vene quella polvere prevale su tutto e su tutti. Gli amici tossici diventano nemici tossici. Gli amici “regolari” diventano vittime. La famiglia, quello che ne rimane, diventa una vacca da mungere. La corruzione è moneta di scambio. La solitudine e lo smarrimento diventano quotidianità».
Le storie riportate da Anna Paola Lacatena sono quelle di persone che seguono programmi di recupero all'interno dei SerD. Questo è un particolare che rende il libro ulteriormente utile perché richiama l’attenzione su queste strutture operanti nell’ambito del servizio sanitario nazionale che, come avviene per i loro pazienti, sono talvolta tenute nell'angolo buio della società. In tutto il territorio italiano se ne contano circa 550, con medici, psicologi, sociologi, assistenti sociali e infermieri che garantiscono prestazioni gratuite e anonimato. In quanto servizio pubblico, scriveva in proposito don Andrea Gallo nel 2010, sono l'“anello centrale” della catena terapeutica. Un anello, spiegava il prete dei caruggi genovesi, fondatore della comunità di recupero San Benedetto al porto, che si pone “come intenso luogo propedeutico” nel processo che porta la persona dalla dipendenza alla pratica della libertà: l’unico piacere col quale il marketing dello spaccio non può competere.

di Piero di Domenicantonio

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18 settembre 2019

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