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​Faria non è più abate

«Il 28 febbraio 1815 la vedetta di Notre-Dame-de-la-Garde segnalò il tre alberi Pharaon, proveniente da Smirne, Trieste e Napoli. Come al solito, subito un pilota si mosse dal porto, costeggiò il castello d’If, e andò ad abbordarlo tra capo Morgiou e l’isola di Riou. E come al solito, subito lo spiazzo del forte Saint-Jean si riempì di curiosi. Perché a Marsiglia l’arrivo di una nave è sempre un grande avvenimento, soprattutto quando quella nave è stata costruita, armata e stivata, come il Pharaon, nei cantieri dell’antica Focea, e appartiene a un armatore della città». Sin dal memorabile incipit, senza possibilità di confronti, è la più bella traduzione italiana del romanzo per eccellenza (Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo, Torino, Einaudi, 2014, pagine 1260, euro 32) quella di Margherita Botto, arrivata alla vigilia di un bicentenario singolare: l’inizio della popolarissima vicenda di Edmond Dantès. Così finalmente «l’abate Faria» diventa don (abbé) Faria, l’«erudito italiano» che condivide il carcere con Dantès e lo salva dalla disperazione. Traduttrice rigorosa e raffinata, Botto ha pubblicato nel 2013 per le «Grandi traduzioni» Einaudi Il rosso e il nero di Stendhal e ora ha rimesso mano all’italiano dello straordinario romanzo, dal 1952 oggetto di sei edizioni francesi. Fino a quella di Claude Schopp (1993), messa a frutto nel 2010 da Gaia Panfili per Donzelli. (g.m.v.)

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25 agosto 2019

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