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Fare dell’Onu
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· Intervento dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher all’assemblea generale delle Nazioni Unite ·

Leadership mondiale e responsabilità condivise al servizio di società pacifiche, eque e sostenibili

Pubblichiamo, in traduzione italiana, l’intervento dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, capo della delegazione della Santa Sede alla 73a Assemblea generale delle Nazioni Unite, tenuto lunedì 1 ottobre.

Diritti umani fondamentali

Signora Presidente,

per cominciare, desidero porgere a lei e a tutte le Delegazioni che partecipano a questa 73a sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite i cordiali saluti di Sua Santità Papa Francesco.

Mentre la comunità internazionale celebra il settantesimo anniversario dell’adozione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il 10 dicembre 1948, vale la pena ricordare e ribadire la sua affermazione che «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo» (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, Preambolo).

Di fatto, il riconoscimento della dignità inerente a tutti gli esseri umani è il fondamento sul quale poggiano i pilastri delle Nazioni Unite. È il principio essenziale che sta dietro alla determinazione dei Fondatori di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra» (Carta delle Nazioni Unite, Preambolo). Sorregge tutti i diritti umani fondamentali. Guida la ricerca della giustizia e il rispetto degli impegni derivanti dai trattati e dalle altre fonti opportune di diritto internazionale, perché tante violazioni della dignità umana iniziano dall’incapacità di sostenere leggi che rispettino i diritti umani e le libertà fondamentali. Sprona gli individui e le società a realizzare progresso sociale e standard di vita migliori in più grande libertà attraverso quello che la Santa Sede chiama sviluppo umano integrale (cfr. Paolo VI, Lettera enciclica Populorum progressio; Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis; Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate; Francesco, Lettera enciclica Laudato si’ ed Es. Apostolica Evangelii gaudium).

Parlare di dignità umana a settant’anni dall’adozione della Dichiarazione universale significa, soprattutto, riaffermare la centralità e il valore intrinseco della persona umana e ribadire i diritti inerenti condivisi da tutti gli uomini e le donne, non importa se giovani o anziani, ricchi o poveri, forti o vulnerabili, sani o malati, voluti o indesiderati, economicamente produttivi o incapacitati, politicamente influenti o insignificanti. Il mondo, di fatto, deve riacquisire una visione completa della persona umana, della dignità umana e dei diritti umani, poiché qualsiasi visione riduttiva della stessa inevitabilmente disumanizza e di fatto esclude alcune persone dall’appartenenza alla razza umana, aprendo la via a disuguaglianza, ingiustizia e ferite.

Il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale è anche un’occasione propizia per rinnovare il nostro impegno comune, non solo a parole ma anche nella pratica, verso quei diritti che scaturiscono dalla dignità inerente a ogni persona. Il Rapporto Annuale del Segretario Generale sul lavoro dell’Organizzazione evidenzia che, sebbene siano stati compiuti grandi «progressi nel promuovere i diritti umani a livello globale... le sfide alla tutela dei diritti umani sono un fenomeno globale» (cfr. A/73/1, Rapporto Annuale del Segretario Generale sul lavoro dell’Organizzazione, p. 24). Pur essendo incoraggiante leggere dei risultati positivi ottenuti negli ultimi sette decenni nell’ambito dei diritti umani, fa riflettere che un bambino su dieci sia ancora vittima di lavoro minorile, che una persona su tre attualmente detenuta, lo sia senza avere subito un processo, che il 29 per cento dei bambini di età inferiore ai cinque anni non sia registrato alla nascita e che 250 milioni di donne si sono sposate prima di aver compiuto 15 anni (cfr. ibid. p. 26-27).

È scandaloso vedere che i diritti umani continuano a essere violati ancora oggi, a settant’anni dall’adozione della Dichiarazione universale. La Dichiarazione afferma che «ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona», e tuttavia in molti luoghi tali diritti non solo non vengono rispettati, ma addirittura viene celebrata la loro violazione. L’Articolo 4 afferma che «nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù», e tuttavia decine di milioni di persone sono intrappolate in diverse forme della cosiddetta schiavitù moderna. L’Articolo 18 afferma il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione, la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza. Questi diritti vengono violati, limitati o negati, e in tantissimi luoghi cambiare la propria religione o perfino praticarla è una condanna a morte o un motivo per essere discriminati.

All’inizio dell’anno, nel suo discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Papa Francesco ha ricordato alcune tendenze che, nel nome della promozione dei diritti umani, stanno di fatto minando il godimento di quei diritti sanciti nella Dichiarazione universale. Egli ha osservato che «si sono affermate nozioni controverse dei diritti umani che contrastano con la cultura di molti Paesi» (Papa Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 8 gennaio 2018). Ha avvertito che questa tendenza fa presagire il rischio «che, in nome degli stessi diritti umani, si vengano ad instaurare moderne forme di colonizzazione ideologica dei più forti e dei più ricchi a danno dei più poveri e dei più deboli» (ibid.). Il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale offre alla comunità internazionale un’occasione per riconoscere il danno arrecato da interpretazioni ideologiche o da richieste di nuovi diritti, in principio e in pratica, ai diritti umani e alle libertà fondamentali attualmente fissati nella Dichiarazione universale e tradotti in diritto internazionale e in convenzioni.

La Santa Sede è particolarmente preoccupata per l’interpretazione sempre più ristretta del diritto alla vita, sia a livello nazionale sia a livello degli organismi di vigilanza sui trattati e di altri meccanismi relativi ai diritti umani. Tale tendenza è particolarmente evidente in seno a una corrente del discorso sui diritti umani che rifiuta di riconoscere il valore e la dignità inerente alla vita umana in ogni fase del suo inizio, del suo sviluppo e della sua fine. Tale approccio tenta di creare una gerarchia dei diritti umani, relativizzando la dignità umana, assegnando maggior valore e perfino più diritti a chi è forte e sano e scartando i deboli. Questa ideologia, purtroppo presente in diverse parti nel sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite, porta ad alcune gravi disuguaglianze e ingiustizie, spesso ignorando i bambini nel grembo e trattando la vita degli anziani e delle persone con disabilità come sacrificabili o perfino come un peso per la società.

Mentre la libertà è fondamentale per la capacità di ogni persona di esprimere la propria identità unica, la riduzione della dignità di una persona alla sua capacità di esprimere e di affermare se stessa è sempre un grave errore e un segno che la società sta perdendo la sua capacità di riconoscere il valore e l’importanza di ogni vita umana, a prescindere da quanto sia vulnerabile. Vale la pena ricordare qui le parole di Papa Francesco: «Una società senza prossimità, dove la gratuità e l’affetto senza contropartita — anche fra estranei — vanno scomparendo, è una società perversa» (Papa Francesco, Udienza generale del 4 marzo 2015: La famiglia — 6. I nonni [I]). La stessa disumanizzazione avviene quando le persone sono ridotte ai crimini che possono aver commesso, al paese al quale appartengono o alla loro capacità produttiva. La Santa Sede ribadisce che la qualità di una civiltà dipende anche da come tratta i più deboli, gli indigenti, gli anziani, le persone con disabilità, e dal posto che dà loro nella vita della comunità.

I Global compact sui rifugiati e sulla migrazione

Signora Presidente,

l’Articolo 22 della Dichiarazione universale afferma che «ogni individuo […] ha diritto alla sicurezza sociale nonché alla realizzazione [...] dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità». Spesso, però, a causa di guerra e conflitto, povertà e catastrofi naturali e altre cause simili, questo diritto non può realizzarsi nel proprio paese di nascita o di residenza. Tali situazioni spingono milioni di persone a lasciare il luogo di residenza per soddisfare le loro esigenze umane fondamentali e cercare il benessere e la felicità per loro stesse e per i loro cari.

Quest’anno è stato completato un lungo processo comprensivo per affrontare le sfide della migrazione internazionale. Per la prima volta in assoluto, la comunità internazionale si è impegnata in un dibattito aperto e trasparente sul fenomeno di questi movimenti, che generalmente avvengono con movimenti misti, e su ciò che serve per gestire la migrazione in modo più sicuro, ordinato e regolare. Il risultato è il Global compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare, che verrà adottato a dicembre prossimo durante una conferenza internazionale che si terrà a Marrakech, in Marocco.

Il Global compact per la migrazione, insieme al Global compact sui rifugiati, offre un insieme di misure di protezione per tutti coloro che sono costretti a fuggire dal loro luogo di residenza, compresi quanti sono dislocati a causa di catastrofi naturali improvvise o a lenta insorgenza, cambiamenti climatici e degrado ambientale, assicurando che nessuno venga lasciato indietro. Insieme, questi compact affermano la nostra responsabilità congiunta, nella ricerca del bene comune, di prenderci cura di quanti hanno più bisogno di solidarietà e di coloro la cui dignità e i cui diritti umani fondamentali sono maggiormente a rischio.

Gli sforzi che molti stati devono compiere nel rispondere ai flussi misti, specialmente quando sono imprevedibili e travolgenti, sono stati esaminati attentamente. Sono emersi non solo la necessità di una maggiore solidarietà internazionale e di condivisione degli oneri e della responsabilità, ma anche un impegno previo degli stati a «lavorare insieme per creare condizioni che consentano alle comunità e agli individui di vivere in sicurezza e in dignità nei propri paesi» (cfr. A/Conf. 231/3, Allegato, paragrafo 13). Ciò include non soltanto un maggiore investimento nell’educazione e nelle infrastrutture e nei servizi di assistenza sanitaria di base, ma anche la creazione di competenze e la formazione per i giovani, al fine di aiutarli a trovare il proprio posto e affermare la propria dignità in un’economia globale sempre più destabilizzante. Esige anche che si affrontino le cause fondamentali e i fattori motivanti che portano al dislocamento delle persone prima che esse siano costrette a lasciare la loro patria. Al fine di rispettare la dignità umana di ogni persona, è indispensabile creare le condizioni necessarie per la realizzazione del diritto a restare. Tali condizioni comprendono la protezione della famiglia come unità di base della società. Quando un individuo è costretto a lasciare indietro la propria famiglia, spesso alla ricerca di una vita migliore per i suoi figli e i suoi cari, il tessuto stesso della società inizia a sgretolarsi. Nulla può sostituire l’unità della famiglia, che deve essere sostenuta sia per coloro che rimangono, sia per coloro che si spostano.

Papa Francesco ha descritto queste responsabilità condivise e questa solidarietà autentica con quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. La Santa Sede spera che l’impegno sincero profuso per i Global compact perduri, in linea con questi quattro passi, per rispettare i diritti e la dignità dei migranti e dei rifugiati in uno spirito di solidarietà internazionale, pur riconoscendo il diritto sovrano degli stati di decidere la propria politica migratoria nazionale alla luce dei loro obblighi in base al diritto internazionale.

In un recente incontro con i migranti, Papa Francesco ha detto: «Di fronte alle sfide migratorie di oggi, l’unica risposta sensata è quella della solidarietà e della misericordia [...]. Politica giusta è quella che si pone al servizio della persona, di tutte le persone interessate; che prevede soluzioni adatte a garantire la sicurezza, il rispetto dei diritti e della dignità di tutti; che sa guardare al bene del proprio Paese tenendo conto di quello degli altri Paesi, in un mondo sempre più interconnesso» (Papa Francesco, Santa Messa per i Migranti, 6 luglio 2018).

La Santa Sede spera che i Global compact servano come strumenti utili per una buona gestione della migrazione a ogni livello e come risorsa comune per realizzare la nostra responsabilità condivisa dinanzi al problema dei rifugiati, nonché come punti di riferimento per la cooperazione internazionale nella gestione della migrazione e la cura per i rifugiati.

Conflitti, terrorismi, cultura di pace e responsabilità di proteggere

Signora Presidente,

la Dichiarazione universale ci ricorda che la difesa della «dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili» è il fondamento della pace nel mondo. L’Articolo 1 afferma che siamo «dotati di ragione di coscienza» e dobbiamo «agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Pertanto, le guerre e i conflitti armati non solo violano la ragione, la coscienza e la fratellanza, ma causano anche le più gravi violazioni della dignità umana e dei diritti umani fondamentali.

In Medio Oriente, le molteplici pressioni politiche e diplomatiche, insieme alle diverse situazioni umanitarie, specialmente in Siria, devono essere affrontate dalla comunità internazionale in maniera adeguata e urgente. Inoltre, tutte le parti interessate devono dimostrare anche la volontà compatta di cercare una fine alla violenza e giungere a «una soluzione che permetta tanto al popolo palestinese che a quello israeliano di vivere finalmente in pace, entro confini chiaramente stabiliti e riconosciuti internazionalmente, così che “la soluzione di due Stati” diventi effettiva» (Papa Francesco, Discorso in occasione degli auguri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 12 gennaio 2015). La Santa Sede continua a essere preoccupata per le tensioni e l’instabilità politica in corso in Nicaragua e in Venezuela, specialmente per quanto riguarda la crisi umanitaria in quest’ultimo Paese. Occorre promuovere una vera consapevolezza pubblica riguardo ad alcune situazioni di conflitto in corso, al fine di raggiungere una soluzione negoziata e pacifica, specialmente in Ucraina, in Libia e nella Repubblica Centrafricana, tra gli altri. La Santa Sede considera i recenti sviluppi politici in Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, come anche tra Etiopia ed Eritrea, segnali positivi per la costruzione di società pacifiche e democratiche, basati sulla ferma speranza che gli accordi raggiunti siano mutuamente rispettati.

La guerra e il conflitto armato possono essere evitati solo promovendo e proteggendo la dignità di ogni vita umana e favorendo una cultura di pace animata dal sincero rispetto reciproco, dal dialogo e dalla solidarietà. La tragedia della prima guerra mondiale, la cui fine, cento anni fa, ricorderemo a novembre, ci insegna che la vittoria non significa necessariamente umiliare il nemico sconfitto e che la pace può essere raggiunta solo se le nazioni possono discutere le questioni in un clima di parità (cfr. Papa Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 8 gennaio 2018). Una cultura di pace implica combattere l’ingiustizia e sradicare, in modo non violento, le cause di discordia che portano alle guerre. La ricerca della pace esige che si rinunci alla violenza per rivendicare i propri diritti, poiché rispondere alla violenza con la violenza porta a più morte e distruzione, risentimento più profondo e odio decennale, atrocità e migrazioni di massa forzate e il dirottamento di grandi quantità di risorse dallo sviluppo a fini militari. Promuovere una cultura di pace comporta anche intensificare i nostri sforzi per il disarmo e il ripudio dell’uso della forza nel condurre gli affari internazionali. Ogni impegno in questa direzione, per quanto modesto, aiuta a costruire una cultura di pace.

La Santa Sede sottolinea i profondi legami tra la promozione della cultura di pace e l’intensificazione degli sforzi a favore del disarmo e della non proliferazione. La proliferazione delle armi, di fatto, aggrava i conflitti e genera grandi costi umani e materiali, impedendo lo sviluppo umano ed economico e la ricerca di una pace duratura. Come sottolinea il Rapporto del Segretario Generale: «Dobbiamo rafforzare il disarmo» perché «è centrale nel preservare la sicurezza umana attraverso la prevenzione del conflitto e la riduzione della violenza [...], salvando vite e garantendo un mondo più sicuro» (cfr. A/73/1, Rapporto Annuale del Segretario Generale sul lavoro dell’Organizzazione, p. 6). In questa prospettiva, la Santa Sede è fermamente impegnata a favore della piena attuazione dei trattati per il disarmo e la non proliferazione e dei piani d’azione nel campo delle armi nucleari, chimiche e biologiche, come anche quelli relativi alle munizioni a grappolo, alle mine antiuomo e alle armi piccole e quelle leggere.

La responsabilità di difendere la dignità e i diritti dell’uomo è particolarmente forte nelle situazioni in cui le persone cadono vittima di genocidio, pulizia etnica, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Oggi, quando così tanti conflitti nazionali e regionali si assommano a quella che Papa Francesco ha definito «una terza guerra [mondiale] combattuta “a pezzi”» (Papa Francesco, Santa Messa al Sacrario Militare di Redipuglia, 13 settembre 2014), la necessità di proteggere le popolazioni è più urgente che mai. Vale la pena ricordare che, anche se la responsabilità di proteggere è stata definita solo al vertice mondiale del 2005, è da sempre la radice delle Nazioni Unite. Già all’inizio del sedicesimo secolo, quando stava emergendo il concetto di Stati nazionali sovrani, il frate spagnolo Francisco de Vitoria descriveva la responsabilità dei governanti di proteggere i loro cittadini come aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le nazioni e norma per un ordine «internazionale», il cui compito è di regolamentare i rapporti tra i popoli. I principi che de Vitoria ha articolato per primo nel sedicesimo secolo sono stati fissati nei risultati del vertice mondiale del 2005 (cfr. Nazioni Unite, 2005 World Summit Outcome, paragrafi 138 e 139).

La Santa Sede sostiene la validità perenne della responsabilità di proteggere e chiede la sua piena, imparziale e coerente attuazione. Questa comporta necessariamente l’adempimento di tutti gli impegni derivanti dalle normative internazionali sui diritti umani e gli obblighi derivanti dal diritto umanitario internazionale, nonché la condanna di ogni attacco deliberato contro obiettivi civili. Significa prevenire o fermare i crimini contro l’umanità e proteggere le popolazioni contro tali crimini, attraverso una maggiore responsabilità legale, politica e morale.

La pace esige perdono. Il perdono è centrale alla riconciliazione e alla pacificazione, poiché rende possibile la guarigione e la ricostruzione dei rapporti umani. Il perdono non è in contrasto con la giustizia, ma piuttosto è il suo compimento, poiché porta alla guarigione delle ferite che infettano il cuore umano, riconoscendo al tempo stesso il male che è stato commesso. Una cultura di pace comporta pertanto la scelta coraggiosa di non permettere alle ferite del passato di sanguinare nel presente, di modo che possiamo camminare insieme verso la riconciliazione.

Ogni religione è chiamata ad assistere lo sforzo di riconciliazione promovendo la pace. Altrettanto importante è la testimonianza data quando due religioni differenti si incontrano per pregare e lavorare per la pace. Il dialogo interreligioso e interculturale offre al mondo un paradigma per condividere il rispettivo patrimonio culturale, crescere nell’apprezzamento reciproco delle prospettive altrui, guarire le ferite del passato e procedere insieme verso la pace e lo sviluppo umano. I religiosi e le religiose, essendo spinti a onorare la dignità donata da Dio gli uni degli altri, hanno la responsabilità speciale di dare testimonianza attraverso il dialogo rispettoso e costruttivo tra culture.

Sebbene ancora oggi ci siano alcuni atti di violenza motivata dalla religione, la risposta non può essere una forma rinnovata di giustizia della rappresaglia, bensì il dialogo autentico tra le varie comunità religiose sulla base della comune e inequivocabile convinzione che uccidere altri nel nome di Dio offende Dio stesso. Il terrorismo non è una propaggine della religione propriamente intesa, ma il frutto di una povertà spirituale profonda. Per sconfiggerlo occorre il contributo congiunto di tutti i leader religiosi e politici. Pertanto, le guide religiose devono promuovere quei valori che favoriscono l’amore del prossimo. Da parte loro, i leader politici devono garantire il godimento del diritto alla libertà religiosa, riconoscendo al tempo stesso il contributo positivo della religione alla costruzione di una società civile che non veda nessun conflitto tra la partecipazione alla comunità politica e la dimensione spirituale della vita. Devono anche assicurare che non vi siano condizioni — come povertà, insufficiente sostegno alle famiglie e investimenti inadeguati nell’educazione e nella cultura — che favoriscono la diffusione del fondamentalismo.

La Santa Sede desidera ribadire la sua profonda sollecitudine per tutte le vittime del terrorismo. Al tempo stesso desidera sottolineare che tutte le misure per combattere le attività terroristiche devono rispettare pienamente i diritti umani. In particolare, le misure antiterrorismo non devono ostacolare il lavoro legittimo delle organizzazioni caritative, comprese quelle mosse dalla fede, nel prendersi cura delle popolazioni vulnerabili. Occorre riconoscere che l’assistenza umanitaria nei paesi sottosviluppati e nelle aree di crisi contribuisce in modo positivo alla prevenzione del terrorismo e della violenza della rappresaglia, e che quindi favorisce il godimento dei diritti umani e il rispetto della dignità. Come viene osservato nel Rapporto del Segretario Generale, «il terrorismo è un problema mondiale ed esige una risposta coordinata a livello globale» (cfr. A/73/1, Rapporto Annuale del Segretario Generale sul lavoro dell’Organizzazione, p. 7). La Santa Sede apprezza tutti gli sforzi atti a favorire la cooperazione multilaterale contro il terrorismo, come la recente Conferenza di alto livello delle Nazioni Unite dei capi delle agenzie antiterrorismo.

Famiglia, donne, bambini

Signora Presidente,

la Dichiarazione universale afferma l’«eguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna» (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, Preambolo), che scaturisce dalla loro dignità e dal loro valore intrinseco. Pertanto, è necessaria l’adozione di misure per promuovere l’uguaglianza nei diritti e la piena ed equa partecipazione delle donne e degli uomini nella società.

Mentre i libri di storia cantano le vittorie di imperatori e guerrieri, l’intera civiltà ha un debito di gratitudine impagabile verso i contributi meno ricordati o perfino sconosciuti di uomini e donne che hanno forgiato la civiltà. Se i libri di testo di solito sono ossessionati dai nomi in cima alle gerarchie politiche e fondamentalmente si preoccupano delle tendenze economiche e militari, vale però la pena ricordare che il progresso umano autentico si verifica in modo più fondamentale nei rapporti che gli esseri umani hanno tra loro e nel modo in cui si prendono cura gli uni degli altri.

Oggi, donne e uomini sono in prima linea in quella «rivoluzione della tenerezza» (Papa Francesco, Videomessaggio al TED 2017 di Vancouver, 26 aprile 2017) della quale, come ha ribadito Papa Francesco, il mondo ha urgente bisogno.

In risposta alle varie forme di sofferenza umana e alle diverse necessità materiali, emozionali o perfino spirituali, le persone hanno bisogno di aiuto e di rimedi che corrispondano alla pienezza della loro dignità umana. Avendo attraversato molteplici traumi, hanno bisogno di essere curate e trattate con grande sensibilità e attenzione.

Al di là della loro competenza professionale e della loro conoscenza tecnica, le donne, di fatto, hanno dimostrato una particolare capacità di riconoscere, affermare, alimentare e difendere la dignità intrinseca degli altri e di dare un grande contributo agli sforzi per promuovere un mondo pacifico, rispettoso e armonioso. Come afferma Papa Francesco, «la donna guarda la vita con occhi propri e noi uomini non possiamo guardarla così. È il modo di vedere un problema, di vedere qualsiasi cosa, in una donna è diverso rispetto a quello che è per l’uomo. Devono essere complementari» (Papa Francesco, Discorso all’Unione Internazionale Superiore Generali, 12 maggio 2016). Il vero progresso in umanità, così drammaticamente necessario nel nostro mondo in difficoltà, dipenderà anche dalla piena partecipazione delle donne su un piano paritario e uguale con gli uomini, in campo civico, politico, sociale, economico o culturale.

Osserviamo con grande preoccupazione che il ruolo indispensabile delle donne viene spesso sottovalutato e che può essere perfino un veicolo per lo sfruttamento e la violazione della loro dignità e dei loro diritti fondamentali. Ancora oggi, le donne devono affrontare una serie di sfide e difficoltà in diverse parti del mondo. Sperimentano la discriminazione sul posto di lavoro; spesso sono costrette a scegliere tra lavoro e famiglia; soffrono in modo sproporzionato nelle situazioni di conflitto. Nei paesi poveri e in via di sviluppo le donne portano i fardelli più pesanti: sono loro quelle che camminano per tante miglia in cerca di acqua, che troppo spesso non hanno accesso neppure all’assistenza medica più elementare di cui hanno bisogno durante il parto, che vengono rapite per essere sfruttate sessualmente o costrette al matrimonio. Talvolta viene loro addirittura negato il diritto alla vita solo perché sono femmine.

La promozione autentica delle donne significa, invece, il rispetto assoluto della loro dignità intrinseca, riconoscendo al tempo stesso i loro ruoli fondamentali non solo nelle diverse sfere della società, ma anche nella famiglia, quali pari partecipanti al matrimonio come consorti. È dunque contraddittorio cercare di promuovere l’emancipazione delle donne sopprimendo al tempo stesso le loro potenzialità naturali uniche nel nome di qualche interesse particolare o di qualche agenda ideologica. È anche un’incoerenza quando il contributo insostituibile delle donne alla società attraverso la maternità viene stigmatizzato come intralcio al loro progresso e alla loro emancipazione invece di essere riconosciuto, sostenuto e accompagnato da misure volte ad alleviare le difficoltà che potrebbero incontrare. La Santa Sede desidera cogliere questa occasione per esprimere il suo grato apprezzamento a tutte quelle donne che, talvolta eroicamente, hanno allevato ed educato generazioni di figlie e di figli responsabili. Il mondo deve loro gratitudine e stima, sostegno e solidarietà.

La Dichiarazione universale considera la dignità umana come dignità della persona in seno alla società, poiché la persona è sempre in relazione con altri. Nell’Articolo 16 (3) si sottolinea che «la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato» (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo). Nell’Articolo 25 (2) si afferma che «la maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza» (ibid.) e nell’articolo 26 (3) si sottolinea che «i genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli» (ibid.).

Questi principi hanno validità perenne perfino tra le società in mutamento e devono essere sostenuti per il bene di ogni bambino, ogni famiglia e ogni società. Come ci ricorda Papa Francesco: «La forza della famiglia “risiede essenzialmente nella sua capacità di amare e di insegnare ad amare”» (Papa Francesco, Esortazione apostolica Amoris laetitia, 19 marzo 2016, n. 53). «La famiglia è scuola di umanità, scuola che insegna a mettere il cuore nelle necessità degli altri, ad essere attenti alla vita degli altri» (Papa Francesco, Incontro con le famiglie, Santiago, Cuba, 22 settembre 2015). Come tale rimane un modello, nonché un riferimento per la promozione dell’armonia nella società e tra la «famiglia delle nazioni».

La famiglia è il tesoro più grande per un paese e per le generazioni future. In particolare, è urgente promuovere la protezione dei bambini oggi, mentre i bambini sono regolarmente vittime di conflitti armati, violenza, varie forme di sfruttamento e abuso, e sono esposti a fame e povertà estrema. Il modo in cui ci prendiamo cura di ogni bambino mostra la profondità della nostra umanità e del nostro rispetto della dignità e dei diritti di ogni persona.

Da parte sua, la Chiesa cattolica, a tutti i livelli, è impegnata non solo a promuovere la protezione dei bambini, ma anche a creare ambienti sicuri per loro nelle proprie istituzioni, al fine di far fronte alla atroce piaga dell’abuso sessuale e della violenza nei confronti di bambini (cfr. Papa Francesco, Discorso ai Membri della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, 21 settembre 2017).

Sviluppo integrale

Signora Presidente,

quando la Dichiarazione universale parla di sviluppo, lo fa sempre con riferimento al «pieno e libero sviluppo» della persona umana (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, Articolo 29.1; vedi anche gli Articoli 22 e 26.2). Per la Santa Sede lo sviluppo deve essere sempre «integrale», il che, con le parole di Papa Paolo VI, significa che «non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (Papa Paolo VI, Lettera enciclica Populorum progressio, n. 14). Il rispetto dei diritti umani e della dignità umana, basato su un profondo apprezzamento per tutta la persona e per ogni persona, è essenziale per sradicare la povertà estrema e promuovere lo sviluppo umano integrale. Se non si presterà attenzione a queste coordinate antropologiche fondamentali, l’agenda per lo sviluppo sostenibile sarà ridotta ai suoi elementi economici, ambientali o sociologici.

La povertà estrema è più che un problema socio-economico; è anche un problema etico, che scaturisce da una globalizzazione dell’indifferenza esacerbata dal consumismo. L’alternativa a questo approccio individualista, indifferente ed egocentrico è un approccio interpersonale, che coinvolga il progresso personale, sociale, economico e ambientale, nonché la solidarietà. Questo principio di interconnessione lo si trova nell’Agenda di azione di Addis Abeba sul finanziamento per lo sviluppo, nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e nell’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Adottando tali documenti, ci siamo impegnati a promuovere lo sviluppo integrale e autentico in armonia con la natura. Dovremmo profondere tutto il nostro impegno nel realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile e gli esigenti obiettivi dell’Accordo di Parigi. La Santa Sede auspica che il Cop24, che si terrà a Katowice il prossimo dicembre, costituisca un passo deciso in questa direzione attraverso un progresso valido ed efficace nel programma di lavoro dell’Accordo di Parigi.

Il Rapporto del Segretario Generale descrive alcuni dei progressi recenti compiuti nell’ambito dello sviluppo integrale nel mondo. Il tasso di mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni è diminuito del 47 per cento negli ultimi dieci anni. La percentuale della popolazione dei paesi meno sviluppati con accesso all’elettricità è più che raddoppiata dal 2000. La disoccupazione è diminuita in molti paesi con l’implementazione di diverse istituzioni e quadri necessari per l’attuazione dell’Agenda 2030. Tuttavia, il Rapporto sottolinea che il progresso è stato ineguale e troppo lento per rispondere agli ambiziosi obiettivi dell’Agenda. Nel 2015 il trenta per cento delle persone nel mondo ancora non aveva accesso ad acqua potabile, mentre il sessanta per cento non aveva accesso a servizi igienici adeguati. Dopo una prolungata diminuzione, la fame nel mondo sta di nuovo crescendo. Il recente Forum politico di alto livello 2018 ha mostrato che c’è urgente necessità di aumentare gli sforzi riguardo all’energia, all’acqua e agli ecosistemi. Inoltre, il recente aumento delle tensioni commerciali e un crescente scetticismo dinanzi al multilateralismo mettono a rischio l’impegno globale coordinato per lo sviluppo sostenibile per tutti.

Ambiente

Signora Presidente,

la centralità della persona umana deve essere riaffermata anche nel contesto dell’attuale crisi ambientale. Come ci ha ricordato Papa Francesco, «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (Papa Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, n. 139). Questa complessa realtà riguarda non soltanto la nostra casa comune, ma anche i nostri interlocutori su questo pianeta e quindi esige un approccio etico integrato che si preoccupi dell’ambiente e al tempo stesso combatta la povertà e l’esclusione, assicuri il godimento collettivo del bene comune e favorisca la solidarietà intergenerazionale.

Un tale approccio esige che prendiamo molto sul serio la nostra responsabilità di prenderci cura di queste preziose risorse naturali e di proteggere le persone, specialmente quelle più povere, che da esse dipendono per la loro sussistenza quotidiana. Sto pensando soprattutto alle questioni relative alla certezza e alla sicurezza alimentare, come anche all’accesso all’acqua pulita e alla gestione degli oceani. Senza un approccio influenzato da considerazioni etiche, ci rimane un sistema economico in cui il profitto finanziario e il potere politico sono posti al di sopra del bene dell’ambiente e dei più deboli (cfr. ibid., n. 198).

Un approccio etico alla crisi attuale deve ispirare anche la solidarietà con le generazioni future. Come ci ricorda Papa Francesco, la solidarietà intergenerazionale non è «opzionale, bensì [...] una questione essenziale di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno» (ibid., n. 159). La cura per la nostra casa comune oltre a dare benefici a noi è anche un dono per le generazioni future, evitando loro di dover pagare il prezzo del degrado ambientale e assicurando che possano godere della sua bellezza, meraviglia e dei suoi molteplici doni.

La ringrazio, Signora Presidente.

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