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Far studiare una suora
non è tempo sprecato

· Anche nel Terzo Mondo ·

Le donne dei paesi del Terzo Mondo trovano indubbiamente nella Chiesa una possibilità di istruzione e di preparazione professionale molto importante, in diversi luoghi unica. E questa possibilità riguarda ovviamente anche quelle che scelgono la vita religiosa, scelta che spesso matura nelle scuole che frequentano, gestite da suore. Questa dell’accesso all’istruzione è una possibilità importante, si può addirittura definire un’esigenza dovuta alla propria missione di donna. A maggior ragione valida per le religiose chiamate a servire in tutto il mondo, che hanno il diritto e il dovere di essere ben formate, ben preparate per compiere il servizio che viene loro richiesto.

Gino Severini «Donna che legge»(1915)

Ma purtroppo l’iter scolastico di preparazione delle religiose è decisamente insufficiente: solo tre anni di formazione alla vita consacrata, e per molte lo studio si ferma lì, con l’ovvia conseguenza che la loro destinazione diventerà quella del servizio domestico, dei lavori di fatica. Poi ci sono quelle che riescono a continuare grazie a delle borse di studio e che perfezionano i loro studi, in genere a Roma. Queste ultime si possono distinguere in due categorie: quelle che hanno ricevuto borse di studio e vengono ospitate da collegi annessi alle università e quelle che hanno le loro case madri in occidente e vengono mandate là per studiare. Su queste ultime, in genere, grava l’obbligo di studiare e frequentare i corsi senza sospendere la loro vita di servizio, il lavoro manuale al quale l’istituto di appartenenza le destina.

Nel complesso, però, alle religiose le borse di studio concedono un tempo troppo breve per la preparazione, che non contempla il periodo necessario a imparare la lingua nella quale si svolgono le lezioni e il necessario ambientamento di fronte a nuove materie e nuovi metodi di studio, tempo che invece viene abitualmente concesso a sacerdoti e seminaristi, che inoltre non sono mai sottoposti all’obbligo di lavori domestici.

In sostanza, si tratta di un’offerta di studio di natura decisamente inferiore rispetto a quella della quale usufruiscono i maschi, come se l’istruzione delle donne fosse un problema facoltativo e secondario.

Ma i tempi sono cambiati, le donne desiderano occupare posti di direzione come gli uomini, come loro sanno di essere state create a immagine e somiglianza di Dio.

Le religiose che vivono nelle loro comunità devono avere il tempo a disposizione per lo studio ed essere libere di fare programmi o progetti, perché lo studio è un tempo di preparazione per il servizio alla Chiesa. Più abbiamo religiose ben formate più possiamo fare bene il nostro servizio. Sono ben consapevole che i tre anni della formazione alla vita consacrata non bastano e non possono bastare per capire cosa sia il servizio alla Chiesa, come va fatto e perché si fa.

La nostra urgenza non è occupare posti, bensì formare persone capaci di dare il meglio di sé, poiché non si può dare agli altri quello che non si possiede, come dice il proverbio italiano: «La botte dà il vino che ha». Bisogna dare alle consacrate il tempo e i mezzi per studiare bene, in questo modo avranno la possibilità di conoscersi e di sviluppare la propria autostima, per poter apprezzare anche le buone qualità degli altri, essere esigenti con se stesse prima di esserlo con gli altri, essere contemporaneamente oggettive e comprensive. Colei che non si conosce a sufficienza o che non ha stima di sé, vive sotto l’influsso della paura: paura di non conoscersi, paura della sua responsabilità e paura della libertà degli altri. In una parola, paura di se stessa e del suo vuoto interiore. Questa insicurezza personale non aiuta la religiosa nel suo apostolato, anzi la porta quasi inevitabilmente ad assumere atteggiamenti di rigidità, severità, fissazione, rigorosità e inflessibilità con gli altri.

Sono cose note, ma le ripeto perché troppe volte lo studio di una religiosa viene visto come tempo sprecato, come se la religiosa, studiando, perdesse il senso di obbedienza e di umiltà. Purtroppo questa è ancora l’opinione che tante persone hanno delle suore che studiano, perché credono che la religiosa dopo lo studio si monti la testa. Ma io nella mia piccola esperienza posso affermare che lo studio mi ha aiutata a capire il senso più profondo del servizio, a percepire le difficoltà degli altri. Quindi ringrazio tanto la mia superiora che mi ha dato questa possibilità. Non si può esaltare troppo l’aspetto di Gesù servo, dimenticando lo stesso Gesù maestro che insegnava nel tempio. Questo per dire che c’è pure quello che si potrebbe chiamare l’apostolato o il servizio intellettuale.

Chiediamo prima di tutto alla madre Chiesa che si impegni molto per la formazione delle religiose: suore capaci di operare delle scelte radicali per Cristo e per la dignità della donna. Formare delle religiose combattenti che hanno il coraggio di denunciare e dire no agli antivalori, che umiliano la donna e impoveriscono il senso e il valore della consacrazione religiosa. La Chiesa ha bisogno di religiose che possano fare un servizio intellettuale a tutti i livelli per riscoprire il valore autentico del servizio.

di Rita Mboshu Kongo

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11 dicembre 2019

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