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​Fantasia della carità
e fedeltà creativa al carisma

· ​Il discorso consegnato dal Papa all’Unione internazionale delle superiore generali ·

Le partecipanti all’assemblea generale dell’Unione internazionale superiore generali (Uisg) sono state ricevute in udienza dal Papa nella mattina di venerdì 10 maggio, nell’Aula Paolo VI. Francesco ha consegnato loro il testo del discorso preparato per l’occasione — che pubblichiamo di seguito — e ha risposto a braccio ad alcune domande postegli dalle religiose. Diversi e attuali i temi toccati nel corso del colloquio. Il Papa ha parlato, tra l’altro, del grave problema degli abusi nei confronti delle religiose e ha ricordato che le suore devono lavorare in spirito di servizio e non di servitù. Francesco ha anche affrontato la questione del diaconato femminile, ricordando la necessità di essere fedeli alla Rivelazione ma anche ribadendo che la Chiesa è donna.

Care sorelle,

Sono molto lieto di potervi ricevere oggi in occasione della vostra Assemblea generale e di augurarvi un tempo pasquale pieno di pace, gioia e passione nel portare il Vangelo a tutti gli angoli della terra. Sì, la Pasqua è tutto questo e ci invita a essere testimoni del Risorto, vivendo una nuova tappa evangelizzatrice segnata dalla gioia. Nessuno ci può rubare la passione per l’evangelizzazione. Non c’è Pasqua senza missione: “Andate e annunciate il Vangelo a tutti gli uomini” (cfr. Mt 16, 15-20). Alla sua Chiesa il Signore chiede di mostrare il trionfo di Cristo sulla morte, chiede di mostrarci la sua Vita. Andate sorelle e annunciate Cristo Risorto come la fonte della gioia che niente e nessuno ci può togliere. Rinnovate costantemente il vostro incontro con Gesù Cristo Risorto e sarete sue testimoni, portando a tutti gli uomini e donne amati dal Signore, in particolare a quanti si sentono vittime della cultura dell’esclusione, la dolce e confortante gioia del Vangelo.

La vita consacrata, come ha affermato a suo tempo san Giovanni Paolo II, come qualsiasi altra realtà della Chiesa, sta attraversando un tempo “delicato e faticoso” (san Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Vita consecrata, n. 13). Dinanzi al calo numerico che vive la vita consacrata, in particolare quella femminile, la tentazione è quella dello sconforto, della rassegnazione o dell’“arroccamento” nel “si è sempre fatto così”.

In questo contesto vi ripeto con forza ciò che vi ho detto in altre occasioni: non abbiate paura di essere poche, bensì di essere insignificanti, di smettere di essere luce che illumini quanti sono immersi nella “notte oscura” della storia. Non abbiate neppure paura di “confessare con umiltà, e insieme con grande confidenza in Dio Amore, la vostra fragilità” (Lettera a tutti i consacrati, 21 novembre 2014, i, 1). Anzi abbiate paura: abbiate panico di smettere di essere sale che dia sapore alla vita degli uomini e delle donne della nostra società. Lavorate senza posa per essere sentinelle che annunciano l’arrivo dell’alba (cfr. Is 21, 11-12); per essere fermento là dove vi trovate e con chi vi trovate, anche se ciò apparentemente non vi porta vantaggi tangibili e immediati (cfr. Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 210).

C’è molta gente che ha bisogno di voi e vi aspetta. Persone che hanno bisogno del vostro sorriso amico che ridia loro speranza; delle vostre mani che le sostengano nel loro cammino; della vostra parola che semini speranza nei loro cuori; del vostro amore alla maniera di Gesù (cfr. Gv 13, 1-15) che curi le ferite più profonde causate dalla solitudine, dal rifiuto e dall’esclusione. Non cedete mai alla tentazione dell’autoreferenzialità, del trasformarsi in “eserciti chiusi”. Non vi rifugiate nemmeno “in un’opera per eludere la capacità operativa del carisma” (La forza della vocazione, n. 56). Sviluppate piuttosto la fantasia della carità e vivete la fedeltà creativa ai vostri carismi. Con esse sarete capaci di “riproporre l’inventiva e la santità dei fondatori” (san Giovani Paolo II, Esortazione Apostolica Vita consecrata, n. 37), aprendo nuove vie per portare l’incoraggiamento e la luce del Vangelo alle diverse culture in cui vivete e lavorate nei più svariati ambiti della società, come essi fecero al loro tempo. Con loro sarete capaci di rivisitare i vostri carismi, di andare alla radice, vivendo il presente convenientemente, senza avere paura di camminare, “senza permettere che l’acqua smetta di scorrere [...]. La vita consacrata è come l’acqua: se è stagnante, imputridisce” (La forza della vocazione, nn. 44-45). In tal modo, senza perdere la memoria, sempre necessaria per vivere il presente con passione, eviterete sia il “restaurazionismo” sia l’ideologia, di qualunque segno sia, che tanto male fanno alla vita consacrata e alla stessa Chiesa.

E tutto ciò con la vostra presenza e il vostro servizio umile e discreto, animato sempre dalla preghiera gratuita e dalla preghiera di adorazione e di lode. Pregare, lodare e adorare non è perdere tempo. Quanto più saremo uniti al Signore, tanto più saremo vicini all’umanità, in particolare all’umanità che soffre. “Il nostro futuro sarà pieno di speranza”, come afferma il motto di questa Plenaria, e i nostri progetti saranno progetti di futuro, nella misura in cui ci soffermeremo ogni giorno davanti al Signore nella gratuità della preghiera, se non vogliamo che il vino si trasformi in aceto e il sale diventi insipido. Sarà possibile conoscere i progetti che il Signore ha fatto per noi solo se manterremo i nostri occhi e il nostro cuore rivolti verso il Signore, contemplando il suo volto e ascoltando la sua Parola (cfr. Sal 33). Soltanto così sarete capaci di risvegliare il mondo con la vostra profezia, tratto distintivo e priorità del vostro essere religiose e consacrate (cfr. Lettera a tutti i consacrati, 21 novembre 2014, ii, 2). Quanto più urgente è decentrarsi per andare nelle periferie esistenziali, tanto più urgente è incentrarsi su di Lui e concentrarsi sui valori essenziali dei nostri carismi.

Tra i valori essenziali della vita religiosa c’è la vita fraterna in comunità. Constato con tanta gioia i grandi risultati ottenuti in questa dimensione: comunicazione più intensa, correzione fraterna, ricerca della sinodalità nella guida della comunità, accoglienza fraterna nel rispetto per la diversità..., ma al tempo stesso mi preoccupa il fatto che ci siano fratelli e sorelle che conducono la loro vita al margine della fraternità; sorelle e fratelli che da anni sono illegittimamente assenti dalla comunità e perciò ho appena promulgato un Motu Proprio, Communis vita, con norme ben precise per evitare questi casi.

In quanto alla vita fraterna in comunità, mi preoccupa anche che ci siano Istituti in cui la multiculturalità e l’internazionalizzazione non sono viste come una ricchezza, ma come una minaccia, e si vivono come conflitto, invece di essere vissute come nuove possibilità che mostrano il vero volto della Chiesa e della vita religiosa e consacrata. Chiedo ai responsabili degli Istituti di aprirsi al nuovo proprio dello Spirito, che soffia dove vuole e come vuole (cfr. Gv 3, 8) e di preparare le generazioni di altre culture ad assumersi responsabilità. Vivete, sorelle, l’internazionalizzazione dei vostri Istituti come buona novella. Vivete il cambiamento di volto delle vostre comunità con gioia, e non come un male necessario per la conservazione. L’internazionalità e l’interculturalità non tornano indietro.

Mi preoccupano i conflitti generazionali, quando i giovani non sono capaci di portare avanti i sogni degli anziani per farli fruttificare, e gli anziani non sanno accogliere la profezia dei giovani (cfr. Gioele 3, 1). Quanto mi piace ripetere: i giovani corrono molto, ma gli anziani conoscono il cammino. In una comunità sono necessarie sia la saggezza degli anziani sia l’ispirazione e la forza dei giovani.

Care sorelle, attraverso di voi ringrazio tutte le sorelle dei vostri Istituti per il grande lavoro che svolgono nelle diverse periferie in cui vivono. La periferia dell’educazione, dove educare è vincere sempre, vincere per Dio; la periferia della sanità, dove siete servitrici e messaggere della vita, e di una vita degna; e la periferia del lavoro pastorale nelle sue più diverse manifestazioni, dove, testimoniando con le vostre vite il Vangelo, state mostrando il volto materno della Chiesa. Grazie per ciò che siete e per quello che fate nella Chiesa. Non smettete mai di essere donne. “Non occorre smettere di essere donna per uniformarsi” (La forza della vocazione, n. 111).

Al tempo stesso vi chiedo: coltivate la passione per Cristo e la passione per l’umanità. Senza passione per Cristo e per l’umanità non c’è futuro per la vita religiosa e consacrata. La passione vi porterà alla profezia, a essere fuoco che accende altri fuochi. Continuate a compiere passi nella missione condivisa tra diversi carismi e con i laici, invitandoli a opere importanti senza lasciare nessuno privo della dovuta formazione e del senso di appartenenza alla famiglia carismatica. Lavorate ai reciproci rapporti con i pastori, includendoli nel vostro discernimento e integrandoli nella selezione di presenze e ministeri. Il cammino della vita consacrata, sia femminile sia maschile, è il cammino dell’inserimento ecclesiale. Fuori dalla Chiesa e in parallelo con la Chiesa locale, le cose non funzionano. Prestate grande attenzione alla formazione sia permanente sia iniziale e alla formazione di formatori capaci di ascoltare e di accompagnare, di discernere, andando incontro a quanti bussano alle nostre porte. E, pur in mezzo alle prove che forse stiamo attraversando, vivete con gioia la vostra consacrazione. È questa la migliore propaganda vocazionale.

Che la Vergine vi accompagni e vi protegga con la sua materna intercessione. Da parte mia vi benedico di cuore e benedico tutte le sorelle che il Signore vi ha affidato. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

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20 settembre 2019

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