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Fantascienza adulta

· Nel film «Gravity» il 3d diventa finalmente un vero e proprio mezzo espressivo ·

L’ingegnere biomedico Ryan Stone (Sandra Bullock) è alla sua prima missione nello spazio, l’astronauta Matt Kovalski (George Clooney) all’ultima. Sono impegnati in una pratica di routine, la manutenzione a un telescopio, quando vengono investiti da un’ondata di detriti, perdendo il contatto radio con Houston e rischiando di andare alla deriva nello spazio profondo. Ultimi superstiti dell’equipaggio, saranno costretti ad abbandonare la scorza di professionalità per rimanere da soli con le proprie paure.

George Clooney è una delle poche certezze che ci sono rimaste sul grande schermo. In particolare le sue ultime prove, sia come interprete (Paradiso amaro, Alexandre Payne, 2011) che come regista (Le idi di marzo, 2011), sono fra le pochissime perle di un cinema contemporaneo americano — ma forse sarebbe meglio dire contemporaneo tout court — ormai boccheggiante. Qui però supera addirittura se stesso, partecipando all’unico film della storia che riesce a dare un senso al 3d, ossia a quell’espediente vecchio più di mezzo secolo con cui ogni tanto il cinema tenta pateticamente di recuperare le platee in fuga, e di sobillarle con una tecnologia che fra l’altro in epoca di digitale sarà anche stata perfezionata rispetto alla prima ondata degli anni Cinquanta, ma di sicuro perde inesorabilmente il confronto con altri sollazzi tecnologici più agili e interattivi. Finendo quindi per avere ancora meno motivo di esistere che in passato.

Nel film diretto dal messicano Alfonso Cuarón, invece, il 3d diventa un vero e proprio mezzo espressivo. Qualcosa che arricchisce realmente il racconto. Perché il senso di distanza dalla Terra, e quindi dall’umanità e da quegli affetti che non a caso i protagonisti hanno perso nel corso della loro ancora giovane ma già dolente vita, in tal modo si acuisce fino a diventare una coordinata esistenziale. E l’immedesimazione quasi sensoriale cui il 3d spinge lo spettatore, enfatizza in questo caso la dialettica fra la materia — i detriti contro cui i personaggi si scontrano, i satelliti artificiali e le astronavi contro cui rimbalzano — e quella dimensione altra che spira dal vuoto imponderabile, dominato da un silenzio che suggerisce già da solo l’assoluto.

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20 agosto 2018

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